IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C). Ti ho stabilito profeta delle nazioni

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La liturgia della Parola, di questa domenica, mette al centro della vita cristiana l'amore generoso ed autentico, presentato da Gesù e da Paolo, in contrapposizione a quello possessivo caratteristico dei compaesani di Gesù che pretendevano che Egli facesse i miracoli solo nel suo paese: Gesù li invita ad aprire i cuori verso gli altri specie i più bisognosi. 

Gesù, nei versetti della scorsa domenica, si definiva come buona notizia per i poveri, liberatore per chi si sente incatenato e annunciatore dell'amore gratuito di Dio. Amore non solo per i suoi dunque, ma per i bisognosi come la vedova a Sarepta di Sidone e il lebbroso Naaman, il Siro. Seguendo, il Profeta Geremia, Gesù è stato consacrato e stabilito profeta delle nazioni ed è in questa logica che Paolo ci esorta a vivere l’agape, cioè un amore generoso, che viene da Dio per tutta l'umanità.

Ti ho consacrato e costituito profeta delle nazioni

Chi è dunque un profeta?  E’ il difensore degli oppressi, dei deboli, degli emarginati, è la loro voce; è la voce di chi non ha voce; è chiamato ad essere responsabile di Dio di fronte agli uomini, è l’uomo della speranza. Nei momenti più duri della storia del popolo eletto (deportazioni, esilio, sofferenze) le sue sono parole di consolazione e di fiducia. Il Profeta denuncia l’infedeltà del popolo, annuncia la fedeltà di Dio, su cui si fonda solidamente la speranza.

E’ un uomo che ha visto Dio: non certo in se stesso, ma vede ciò che Dio fa, vede il Suo piano di amore, fa una lettura divina degli eventi umani.

La prima lettura è il racconto della vocazione di Geremia ove Dio afferma che prima che Geremia venisse formato nel grembo della madre, Dio già lo conosceva, lo aveva consacrato e stabilito come profeta per le nazioni, vocazione universale di Geremia: egli è chiamato ad essere profeta per tutti i popoli.

Perciò Geremia ha ricevuto la “forma di Dio” già nel grembo di sua madre, cioè la forma dell'amore perché Dio è amore, deve essere l’amore a caratterizzare la sua vita e la sua missione. Geremia già nel grembo di sua madre vive l’amore di Dio: “prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto”, conoscere significa intimità, confidenza reciproca, comunione, totale apertura e trasparenza. 

Geremia, infine, è consacrato e costituito profeta delle nazioni. Consacrare indica una sorta di separazione in vista di una missione e un compito da svolgere, quello di Geremia è di essere profeta delle nazioni, per tutti i popoli, una vocazione universale non esclusivamente centrata su un popolo. La missione del profeta non avrà mai confini come l'amore, come ha detto Paolo. Anche Gesù dimostra che l'amore è generoso ed autentico nella misura in cui non è esclusivamente diretto alla propria patria, ma a tutti i popoli, ai più bisognosi come la vedova a Sarèpta di Sidòne e Naaman, il Siro. 

Ma quando la comunione d’amore dell’umanità con Dio giunge a compimento, si realizza in modo inatteso: l’alleanza è Gesù di Nazaret, Uomo-Dio. Un’unione dell’uomo con Dio più perfetta è impossibile. Egli non solo parla a nome di Dio ma è Dio che parla in lui e in lui coincidono la profezia e l’oggetto della profezia. Per questo Gesù è profeta, e insieme più che profeta (vangelo). 

Un amore verso la vedova a Sarepta di Sidone e Naaman, il Siro

“Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.  Il Vangelo di questa settimana inizia con l’ultimo versetto della domenica scorsa, lo riprende e continua. Gesù afferma che ha ricevuto l’investitura messianica di profeta e lo Spirito di Dio per annunziare ai miseri il condono dei debiti e l’anno di grazia. È questa frase che crea la reazione dei suoi compaesani che lo conoscono bene, sono stupiti e dicono “Non è costui il figlio di Giuseppe?”, come a dire “un carpentiere di Nazaret, quali aspirazioni può avere”, è uno di noi, del nostro paese. Vedono solo il figlio di Giuseppe e la sua pretesa di essere Messia non può essere che una presunzione. Come fu anche la frase che Natanaele disse a Filippo in riferimento all’arrivo del Messia: “da Nazaret può mai uscire qualcosa di buono?”. 

Forse un motivo c’è per questo atteggiamento della gente di Nazareth: cercano un aiuto per le piccole grandi difficoltà della vita, cercano un “miracolo” che in qualche modo renda loro la vita più facile, esattamente come facciamo noi oggi, ma Dio non ha mandato suo figlio per questo, i miracoli non possono essere disgiunti dalle parole di salvezza.

La terra d’origine, il luogo natale è terra di missione assai difficile perché il trovarsi in un contesto di famigliarità impedisce al missionario di essere ascoltato se non con molta refrattarietà, Gesù vede, sente nei suoi compaesani una certa chiusura che conferma il proverbio “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!” e poi “nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. 

Com’erano chiusi nella loro patria, religione, razza, beni, Gesù avrebbe dovuto operare miracoli solo per loro e nel suo paese, poi…. Avevano un atteggiamento possessivo ed egoista, volevano che la liberazione portata da Gesù fosse anzitutto e solo per loro. Ma Gesù, come il profeta Geremia, ha una vocazione e missione universale: una missione centrata prima ed anzitutto sui più bisognosi. Per superare i limiti della razza, del nazionalismo e dell’amore egoista e possessivo Gesù cita due storie: quella di Elia (1 Re 17,7-16) ed Eliseo (2 Re 5,14). 

Elia, profeta in mezzo al popolo d’Israele, ha lasciato le tantissime vedove in Israele ed è andato a trovare “una vedova di Zarepta, nel paese di Sidone” (cf. 1Re 17,9), una povera donna pagana, così fu anche per Eliseo. Nel suo caso c’erano tantissimi lebbrosi in Israele ma egli è andato a trovare e guarire Naaman il Siro. Ambedue operano miracoli a delle persone che non appartengono al popolo di Israele, sono stranieri. Il programma di Gesù è quello di accogliere gli esclusi, gli ultimi e questi hanno la priorità; il programma di Gesù è la liberazione ai prigionieri, la guarigioni ai ciechi, la libertà agli oppressi. Il programma di Gesù è un programma di amore autentico, come spiega Paolo nella seconda Lettura. Un amore che non è possessivo, non è geloso, non è invidioso, ma generoso e che si rallegra del bene fatto agli altri.

Per il discepolo missionario, consapevole di essere consacrato ed inviato per una missione universale, nessuno per Dio è “straniero” o “escluso”. Anzi, per lui, come ha detto Papa Francesco, “i più deboli e vulnerabili devono essere aiutati” e “si tratta di una grande responsabilità, dalla quale nessuno si può esimere”.

 

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