XXVII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Pubblicato in Domenica Missionaria

Quale dovrebbe essere l’atteggiamento di una persona beneficata verso colui che con tanto amore l’ha cresciuta, l’ha educata senza badare a risparmi di sorta? La risposta dovrebbe essere: la riconoscenza, la fedeltà! Purtroppo spesso ciò non avviene, e le letture della liturgia odierna ne sono una magnifica illustrazione. Dio si prodiga per il bene del suo popolo, ma che cosa ottiene in cambio? Uva acerba, risponde il profeta Isaia; crudeltà, delitti di ogni genere, ci risponde ancora la parabola di Gesù. Però non tutto finisce qui..perché dopo la punizione, la vigna sarà affidata ad altri agricoltori che renderanno al padrone, frutti a suo tempo.

 Nei testi di questa Domenica, domina l’immagine della vigna, dei vignaioli, e dell’ingratitudine. Siamo nel tempo della vendemmia, da un capo all’altro della nostra penisola, è in atto la gioiosa fatica della raccolta dell’uva, per farne poi mosto e vino. Gesù si serve di questa immagine per parlarci:”Io sono la vite, voi i tralci” dirà più tardi. Inoltre il frutto della vite, arriverà sui nostri altari, per diventare il Sangue di Cristo.

Quella della vigna (e della sposa),è un’immagine cara alla Bibbia, diventa quasi il paradigma della storia della Salvezza, dell’agire di Dio(l’agricoltore) nei confronti del suo popolo e del mondo intero(la vigna che Dio ha piantato). L’amore di Dio per gli uomini si rivela in forma drammatica, ma alla fine, è sempre l’amore che trionfa a dispetto del rifiuto e dell’infedeltà dell’uomo. Pertanto nell’immagine, viene espressa innanzitutto la cura, l’amore che Dio ha per il suo popolo. Tutta la storia dell’antica Alleanza, e soprattutto il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione, documentano quest’amore immenso di Dio.

La seconda idea che l’immagine provoca è quella della necessità della corrispondenza(fruttificare). Purtroppo in Israele questa corrispondenza è mancata: è questo il mistero dell’infedeltà e del conseguente ripudio del popolo primogenito.

 Ci sono due modi di leggere questa parabola di Gesù sulla vigna: uno in chiave storica, o narrativa, e l’altro in chiave attuale, legato sempre al primo, diversamente non sarebbe comprensibile.

1. La vigna in chiave storica.

La vigna di cui si parla è il popolo ebraico, secondo la visione di Isaia, del canto della vigna e del lamento dell’innamorato ingannato per l’infedeltà e l’ingratitudine.

Dio ha scelto questo popolo, lo ha liberato dall’Egitto e dopo le promesse fatte ai Patriarchi, lo ha trapiantato nella terra promessa, come si trapianta una vite. Qui, lo ha circondato di ogni cura, l’ha difeso, lo ha reso libero donandogli una legge(mosaica). Circondò questa vigna con una siepe, cioè circoscrisse la terra che dovevano coltivare. Costruì una torre, cioè scelse Gerusalemme, e l’affidò a dei vignaioli. Inviò i suoi servi(profeti) per raccogliere i frutti. Ma la vigna anzichè uva, ha prodotto rovi, cioè il popolo si è traviato e inselvatichito, si è ribellato e ha ripagato Dio con tradimenti, disobbedienze e infedeltà, uccidendo anche i servi che Dio aveva inviato. Da ultimo Dio mandò il proprio Figlio(Gesù) che al pari dei profeti, fu ucciso e gettato fuori della vigna(delle mura di Gerusalemme). Ora che farà Dio?

Secondo Isaia, distruggerà la vigna: ecco la caduta di Gerusalemme e l’esilio. Secondo Gesù, la vigna sarà data ad un altro popolo. Questo “altro popolo” cui è stato affidato il regno(la vigna), siamo noi cristiani che formiamo la Chiesa di Cristo; noi siamo la vigna del Signore.

2. La vigna in chiave attuale.

Dio non ripudierà più la vigna che è la Chiesa, perché questa vigna è Cristo; la Chiesa è il corpo di Cristo. Compito della Chiesa, nuovo popolo di Dio e vigna del Signore piantata sulle colline del mondo, è di portare frutti: per questo ha preso il posto di Israele e l’ha preso a Pasqua, quando la “pietra che i costruttori avevano rigettata è diventata testata d’angolo”. Ora se la vite è sicura dell’amore del Padre, non così i singoli tralci, non così i componenti la Chiesa o gruppi di essa. Se non portano frutto, essi possono essere recisi, buttati via e decadere dalla loro posizione. Questo è il rischio di noi cristiani di oggi, come individui e come gruppo. Nessuno di noi cristiani si senta al di fuori di questo tremendo e insondabile mistero, perché la vicenda del popolo eletto si può ripetere nella storia e nella coscienza di ciascuno di noi, in quanto l’elezione da parte di Dio, esige sempre una risposta personale, a dispetto delle nostre resistenze.

S. Paolo, un giorno, vista la resistenza dei giudei ad accogliere il messaggio evangelico, esclamò:”Ebbene, andremo ai pagani”!(At.13,46). E se anche oggi Dio trapiantasse la sua vigna presso altri popoli disposti a farla fruttificare, per esempio, quelli del 3° e 4° mondo?..

Non è in atto tra noi, popoli cristiani d’Occidente,un tacito rifiuto del Vangelo di Gesù Cristo? A Dio non interessa una fede anonima senza le opere, ma la fede in Cristo Gesù e l’accettazione pratica della sua Parola. Se questa viene meno, come vigna siamo già ripudiati, siamo tralci secchi. Che frutti stiamo dando dopo secoli di cristianesimo? Che cosa ne sarà delle nostre comunità cristiane e delle Chiese in Italia fra qualche anno? Saremo ancora comunità vive o fiaccole spente e comunità morte e prive di sacerdoti? Il discorso è tanto più serio, se applicato ad ognuno di noi.

Dio ci ha dato tutto. Ci ha piantati nella Chiesa, innestati su Gesù Cristo nel Battesimo, ci ha potati e alimentati con i Sacramenti. Ora ha il diritto di venire a chiedere i frutti. Ricordiamo le parole di Gesù:”Ogni tralcio che in me non porta frutto sarà potato e se ancora non porta frutto, sarà reciso”(Gv.15,2ss.). Cosa vogliamo essere: un tralcio unito a Cristo in stato di crescita e di conversione, o un tralcio sterile, cristiani a parole e senza fatti?

Attacchiamoci alla vera vite che è Gesù. L’Eucaristia che stiamo celebrando, ci offre la possibilità di riattivare in noi il nostro Battesimo e la circolazione di quella linfa che viene dalla vite. Gesù è l’uva che è stata spremuta nel torchio della Croce e da vino è diventato Sangue versato e sparso per la remissione dei nostri peccati. Perciò cerchiamo di essere tralci freschi e uniti a Cristo e alla sua Parola incarnata, per mezzo dei Sacramenti, nel nostro essere cristiani oggi, e sempre in stato di crescita per non seccare. Noi non siamo i “padroni”, ma i “vignaioli” chiamati a portare frutti, ma non per avere frutti. Chi dona ha, chi perde, ritrova. Chi spoglia se stesso dei suoi tesori gelosi, sarà ricompensato dal Signore.

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