XXII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Pubblicato in Domenica Missionaria

Mt. 16,21-27.
“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Oggi la Parola di Dio ci lancia delle sfide su certe cose che non ci fanno piacere, come:”rinnegare se stessi e perdere la vita” per Cristo. E questo si concretizza nei personaggi delle tre letture odierne: il profeta Geremia, e gli apostoli Paolo e Pietro.

1. Geremia(I lettura). In questo profeta abbia sentito il suo sfogo, una specie di drammatica confessione davanti a Dio, che lo costringe, suo malgrado ad annunciare “violenza e oppressione”, cioè un tempo di sofferenza e di prova, ad un popolo che invece di convertirsi e tornare a Dio, non ha orecchi se non per ascoltare profeti che lo accarezzano e lo cullano con previsioni di pace e di sicurezza. Anche se gli costa molto, Geremia non può disertare, non può tacere, perché Dio lo ha “sedotto“, perché la sua Parola è per lui come “un fuoco ardente nel suo cuore”.

2. S. Paolo(II lettura). L’apostolo Paolo esorta i cristiani a “non conformarsi alla mentalità di questo secolo”, prendendo una distanza critica e anticonformista dal mondo presente, per non cadere in schiavitù morali e materiali, come se ne vedono tanti anche oggi!.

3. S. Pietro(Vangelo). Nell’apostolo Pietro si rimane colpiti dal contrasto tra la sua fede entusiasta e la sua fede mancante. Gesù infatti, poco prima era stato riconosciuto da Pietro come il Cristo, il Messia atteso. Ma in che modo? Senza dubbio nella gloria di una regalità umana e vittoriosa. Il riconoscimento di Gesù come Messia,indica che è suonata l’ora della passione e della risurrezione. E’ la volontà del Padre che spinge Gesù a recarsi decisamente a Gerusalemme, ove si concluderà il dramma del “servo sofferente”, che riscatterà il suo popolo attraverso la passione e la morte, profetizzato da Isaia. Gesù vuole preparare i suoi discepoli alla crisi che dovranno subire di fronte al suo mistero. Ora, a questa immagine crudele di Cristo sofferente, si ribella l’impulsivo Pietro, ragionando in modo umano, secondo la carne e il sangue. E così assistiamo ad un totale capovolgimento della sua situazione. Lo stesso Gesù che gli aveva detto:”Beato te!” dopo la sua professione di fede, ora lo rimprovera aspramente:”Lungi da me, satana”. L’ingiunzione rivolta a Pietro, letteralmente significa:”passa dietro a me”, seguimi come discepolo che segue il maestro e non gli sta davanti ad indicargli la strada. Questo è l’invito di Gesù ad ogni cristiano a seguire il Maestro. Come il Cristo, il discepolo non può eliminare dalla propria vita la croce della salvezza.! Un momento prima l’apostolo era una “pietra” abbastanza solida perché Gesù potesse costruirvi la propria Chiesa, e adesso viene trattato come un ostacolo, una pietra d’inciampo sulla strada del Messia. Gesù, che gli aveva detto:”Il Padre mio che sta nei cieli te l’ha rivelato”, ora afferma:”tu non pensi secondo Dio!”. Davvero i pensieri di Dio non sono quelli degli uomini!.

Gesù riconosce per suo discepolo(= andare dietro a lui), colui che:”rinnega se stesso, prende la sua croce e segue Gesù”. Cosa vuol dire tutto ciò, perdersi per vivere?

a. Rinnegare se stessi. Questo “rinnegamento” non è certamente la parola del Vangelo che gli uomini del nostro tempo amano sentire di più! Ma “rinnegare(perdere) che cosa”? La parte malata di noi stessi, anche la vita, di ciò che si annida in noi stessi ed è contrario a Dio: è l’uomo vecchio dominato dalla concupiscenza e cupidigia, che non è capace di amare nessuno se non se stesso e anche questo, in modo sbagliato. Viviamo in una civiltà che rifiuta e combatte l’alienazione di se stessi e che propone come valore supremo della persona, la propria realizzazione. E’ molto più facile farsi ascoltare, parlando degli aspetti sociali del messaggio di Cristo, di Gesù che ci chiama a combattere le ingiustizie del mondo, anzicchè del Gesù che ci chiama a combattere e vincere noi stessi! E’ forte la tentazione(come Geremia), di sottrarci al compito ingrato e apparentemente inutile, di annunciare agli uomini nostri contemporanei, parole di croce e rinunce, che essi non amano e non vogliono sentire. Ma non solo agli ascoltatori esterni ma anche all’uomo che è dentro di noi. Il rinnegamento che esige Gesù, è il nostro vero ricupero; il perdere noi stessi è l’unico modo per ritrovarci: perché chi perde la sua vita la troverà, morire per vivere. Perciò non possiamo tacere. Il popolo cristiano avrebbe motivo di vergognarsi dei suoi sacerdoti, il giorno che essi smettessero di parlare con coraggio di peccati, di inferno, di mortificazioni, di conversione, di paradiso, ecc. e dire come S. Paolo:”Quello che noi annunciamo è Cristo e Cristo crocifisso”(1Cor.1,23).

A Pietro e Giovanni, dopo la risurrezione di Gesù, fu imposto dai capi dei giudei, di ”non parlare né di insegnare nel nome di Gesù. Ma essi replicarono: noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”(At.4,18-19).

Il paradosso cristiano è “perdersi per vivere”, è la ricetta sicura dei santi. Il dolore, la sofferenza, la croce, fanno parte della vita di ogni creatura. Non ci sono ricette per eliminare il male, ma una risposta per chiarirlo alla luce della fede. Soffrire piace a nessuno, non piaceva neppure a Gesù, ma egli sceglie ugualmente di andare a Gerusalemme dove sa che sarà crocifisso. Dio Padre vuole gli uomini salvi e l’unica strada per salvarli era quella della croce. Del resto è pure il messaggio della Madonna nelle sue apparizioni: preghiera e penitenza.

Rinnegare per chi, per che cosa”? Per amore di Dio e a causa della salvezza che il Signore ci offre al di là della morte.”Che serve vivere bene, se non ci è concesso di vivere sempre”?(S. Agostino).

b. Prendere la propria croce e seguire Gesù. Vuol dire procedere al seguito del Gesù storico, aderendo interiormente a Lui. L’uomo moderno vuole vincere, imporsi, non perdere mai, e tanto meno perdere la vita. Ci si lamenta delle poche croci che dobbiamo portare, e molti non sanno che cosa sia la povertà, la fame e la miseria che regna nel mondo. Guardiamoci attorno, usciamo un po’ fuori dal nostro ambiente consumistico, ove tra tante altre cose inutili, si pubblicizza l’ultima ricetta della moda e dei cibi per cani e gatti, facendoci dimenticare persone come noi e più importanti degli animali, che muoiono di fame ogni giorno! Il discepolo di Cristo non deve tirarsi indietro di fronte alle difficoltà. Gesù ha inaugurato la strada della croce e l’ha portata di persona, per cui “prendere la croce”, significa pure “andare dietro a lui”, mettere i piedi sulle sue orme, seguirlo. Questa via stretta che Gesù ci addita, ha Dio al suo termine, come premio, ma ha pure Dio anche al suo inizio, in Gesù Cristo nostro Salvatore.

Chi è più saggio? E’ colui che costruisce la casa sulla roccia della sua fede, pone la sua speranza nella “follia della croce”, e spende la sua vita nella carità, nel rendere felici gli altri, perché è solo donando che si riceve di più. “Il Figlio dell’uomo renderà a ciascuno secondo le sue azioni”.

“E’dai segni delle sue sofferenze che Cristo risorto ha voluto farsi riconoscere dai suoi discepoli; ed è per mezzo delle sofferenze, che Gesù riconosce coloro che sono i suoi discepoli”(Pascal).

“Poiché Dio non ha né carne né sangue, ecco il mio corpo per compiere ciò che manca alla passione di Cristo”(P. Claudel).

“Se vogliamo sapere chi è Dio, dobbiamo inginocchiarci ai piedi della croce”(Maltmann).

La celebrazione eucaristica che stiamo vivendo, sia segno della nostra sincera “conversione” nel seguire le orme di Cristo sofferente.

“La tenerezza di Dio”(da un poeta brasiliano). “Una donna sognò di camminare sulla sabbia accompagnata dal Signore, e di scorgere le orme di entrambi. Rivedendo la sua vita, scoprì che in alcuni giorni, quelli di maggior dolore e paura, c’era una sola impronta. Si lamentò e chiese a Dio perché l’ha lasciata sola. Il Signore rispose:”I giorni in cui hai visto solo un’orma sulla sabbia, sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio”.

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