IV Domenica Tempo Ordinario - Anno A

Published in Domenica Missionaria

 “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”.

 

Il Vangelo delle “Beatitudini” domina la liturgia della Parola di questa Domenica, e costituisce il degno portale del “Discorso della Montagna”, il documento base della nuova alleanza. Il discorso della montagna è il primo dei 5 discorsi che sono come le colonne portanti del Vangelo di Matteo.

Lo sfondo del monte è allusivo: Cristo è il nuovo Mosè che, assiso sul nuovo Sinai, ci offre, come promulgatore, la nuova, definitiva, completa e perfetta Legge di Dio,(“ma io vi dico”..). Le Beatitudini non si possono staccare dalla persona di Gesù: è Lui il primo a vivere ciò che insegna, e con la sua vita, insieme al suo insegnamento, rivela il vero volto di Dio, del Padre suo e nostro, che dona la beatitudine promessa.

Tutto il Vangelo è un commento alle beatitudini per camminare insieme con Gesù.

 La prima parola che esce dalla bocca di Gesù è:”Beati”. Il termine ebraico di beati, significa felicità, successo, fortuna nel modo totale. La felicità che si desidera per l’uomo è sempre in rapporto al Regno e alla salvezza. Gesù si è rivolto a tutti nella sua evangelizzazione, ma ha trovato i più attenti ascoltatori nelle classi umili, che diventeranno gli autentici destinatari del Vangelo.

 

Pertanto questi  primi destinatari sono proprio i “poveri in spirito”, un’espressione biblica per indicare chi ha il cuore, la coscienza, l’intimo suo più profondo povero. Ma la figura del “povero” della Bibbia, ha più volti di quelli suggeriti dalla parola stessa. Il termine originale ebraico (“anawim”), indica coloro che sono “curvi”, cioè gli oppressi in balia dei potenti, le vittime indifese, una folla immensa distribuita in tutti i secoli e in tutte le regioni del nostro pianeta. Ma i “poveri” – come abbiamo sentito nel profeta Sofonia – sono anche gli obbedienti alla legge di Dio, i giusti, i miti, gli umili, i fedeli a Dio; sono appunto i “poveri in spirito”di Matteo. Ma il “povero” non è semplicemente il miserabile, perché si può essere indigenti ed egoisti, aggrappati anche all’unica moneta che si possiede. Il vero povero è colui che si stacca concretamente e interiormente dalle cose, è colui che non fonda la sua sicurezza e la sua fiducia sui beni, sul successo, sull’orgoglio, sugli idoli freddi dell’oro e della potenza. Il suo cuore non è chiuso e indurito, ma è aperto a Dio e ai fratelli; anche se nella storia umana, sembra uno sconfitto, solo su di lui si posano gli occhi di Dio. Il povero è colui che ha messo in Dio ogni speranza, non fidandosi di sé; diffidente di sé, il povero sa trovare in Dio il compenso a tutte le sue manchevolezze. Il “povero-ricco” è colui che è sazio e pensa di conservare la sua felicità senza dipendere da nessuno, neppure da Dio, al contrario del “povero” che è un cliente costante del Signore, davanti al quale viene continuamente a esporre il suo disagio e le sue richieste.

Il discorso di Gesù è rivoluzionario: gli ebrei coltivavano la convinzione che la prosperità materiale, il successo, la ricchezza, fossero segni della benedizione di Dio; mentre segno di maledizione era la povertà e la sterilità. Gesù capovolge i criteri umani, fondati su altre valutazioni e sensibilità. Il riconoscersi poveri, deboli, è una disposizione interiore che informa il proprio agire in qualunque stato uno si trovi. Spesso essere ricchi significa avere potere, ricevere onori e avere un posto di supremazia sugli altri. E’ qui che comincia il pericolo, perché dove c’è potere, ricchezza e supremazia, molto spesso ci sono gli oppressi, gli schiacciati, gli ultimi. Ed è a questi che va il regno dei cieli, con questi si schiera Gesù, sono essi gli eletti. La missione di Gesù si estende, oltre ai poveri, a tutte le situazioni e le miserie fisiche e spirituali.

Chiediamoci: ha ancora senso parlare di beatitudine per i poveri, in un mondo attuale del benessere e del consumismo che si regge sulla miseria e sulla fame dei poveri? Che senso ha far risuonare questo testo in una società di consumi che misura la felicità e la beatitudine sul metro dell’avere, del successo e del potere? Eppure non possiamo annullare questa beatitudine senza annullare il Cristo. Lui è infatti il primo povero:”Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché diventiate ricchi per mezzo della sua povertà”(2Cor.8,9). C’è un appello a seguire Gesù, che “non ha trovato posto nell’albergo” al momento della nascita; che durante la sua vita non aveva “una pietra su cui posare il capo”; che è morto povero e spogliato di tutto, su una croce.

 “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”, dice S. Paolo citando Gesù. Nel regno di Dio crollano tutte le nostre gerarchie di valori in cui sembra che abbiano il primo posto: la potenza, la ricchezza, l’orgoglio, la violenza, il saper fare. Cristo “Sapienza del Padre, ha scelto ciò che è stolto agli occhi del mondo, per confondere i forti e i potenti”.

Posti di fronte all’annuncio di gioia per chi è povero, sofferente, perseguitato, chiediamo al Signore il dono della beatitudine e del distacco dalle cose che ci rendono schiavi, per essere liberi nel servire i fratelli che si trovano nell’indigenza, perché è nei poveri che si incontra Colui che è venuto a salvare. I poveri sono “beati” non perché diventeranno ricchi, non perché sono materialmente privi di beni, ma in quanto sono distaccati dalla scena del mondo che passa e attaccati al regno di Dio che viene; sono già “ricchi di Dio” e non sono schiavi delle cose. Non tutti i poveri sono beati, ma solo quelli che vogliono diventare tali: scelgono ciò che la maggioranza rifiuta per scegliere ciò che Gesù ha scelto.Con Gesù povero, il cristiano si libera dall’ansia di accumulare e impara la gioia di condividere e a sentirsi sempre bisognoso dell’aiuto di Dio Padre. Solo Gesù, il povero per eccellenza, poteva nobilitare la povertà e rivelare in essa la condizione della vera ricchezza. Troveremo la felicità secondo Dio, solo condividendo la povertà degli altri.

 

La vera povertà è la mancanza assoluta d’amore”(Don Mazzolari). Il non accorgersi della propria povertà, è la più grande sventura dell’uomo.”Non è povero chi non ha, ma chi non dà”.

La povertà in spirito racchiude tutte le altre Beatitudini. “Beati gli afflitti”sono coloro che soffrono per il peccato e il male nel mondo. “Beati i miti” sono gli umili e i senza potere, i non violenti che convivono in situazioni difficili, la cui loro unica speranza è Dio. “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia” sono quelli che desiderano ardentemente la santità, la salvezza finale, che è la realizzazione del progetto di Dio per l’uomo. “Beati i misericordiosi” sono quelli che non giudicano, perdonano e aprono il cuore alle sofferenze e necessità altrui. “Beati i puri di cuore” sono i sinceri, gli onesti e fedeli, che eliminano dal proprio cuore e dalle proprie azioni secondi fini e strumentalizzazioni per vantaggi personali. “Beati gli operatori di pace” sono coloro che operano per l’integrità e il benessere che Dio vuole per un mondo lacerato; coloro che lavorano per la pace, che accettano il dialogo come strumento e via della pace. “Beati i perseguitati per causa della giustizia” sono quelli che patiscono persecuzioni perché servono Dio, e in quanto discepoli di Gesù, si mantengono coerenti con la propria fede cristiana e sopportano sofferenze per essere fedeli al Signore.

Tutto ciò che è promesso a queste diverse persone è essenzialmente lo stesso beneficio, cioè la salvezza della fine dei tempi, che accompagna il Regno di Dio.

 

Maria SS. è l’icona perfetta dei poveri quando nel suo “Magnificat” dice:”Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”.

 

Gandhi. Le Beatitudini hanno indotto Gandhi a superare i molti pregiudizi che erano maturati in lui osservando i cristiani. Dopo aver meditato questa pagina evangelica ha scritto:”Tutto quello che avevo potuto capire fino allora, era che essere cristiani significava avere una bottiglia di brandy in una mano e una bistecca di manzo nell’altra. Il Discorso della Montagna, tuttavia, smentiva questa mia impressione. Aumentando i miei contatti con veri cristiani, cioè con uomini che vivevano nel timore di Dio, vidi che il Discorso della Montagna era tutto il Cristianesimo per chi voleva vivere una vita cristiana. Fu questo Discorso che mi fece amare Gesù..  Posso dire che non ho mai provato interesse per un Gesù storico. Non mi importerebbe proprio nulla se qualcuno dimostrasse che quell’uomo chiamato Gesù non è mai vissuto, e ciò che è narrato nei Vangeli è stata una finzione dell’immaginazione dello scrittore, perché il Discorso della Montagna per me continuerebbe ad essere vero. Per me egli è stato uno dei più grandi Maestri che l’umanità abbia mai avuto. Credo che egli appartenga non solo al Cristianesimo, ma al mondo intero, a tutte le razze e a tutti i popoli.”

// “La maggior parte delle persone purtroppo ha abbastanza religione per odiare, ma non abbastanza per amare”.

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