Ascensione del Signore / A - Cristo sale al Cielo, comincia la missione

Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli

LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

La Festa dell’Ascensione del Signore, che oggi celebriamo, ci invita a contemplare il termine del cammino cristiano: l’amore donato fino in fondo conduce alla vita eterna, cioè alla piena comunione con Dio. Essa ci ricorda che Cristo ci ha lasciato la sua testimonianza. Ora spetta a noi, suoi discepoli, portarla avanti nella storia. Siamo chiamati a continuare l’opera liberatrice di Dio nel mondo. La nostra missione è vivere e annunciare il Vangelo con fedeltà e speranza.

Nella prima lettura (At 1,1-11) si ribadisce il messaggio centrale di questa festa: Gesù, dopo aver rivelato al mondo il progetto del Padre, è entrato nella vita definitiva della comunione con Dio. È la stessa vita promessa a quanti percorrono il suo stesso cammino. I discepoli, però, non possono restare a guardare il cielo in una passività sterile e alienante. Sono chiamati a tornare tra gli uomini e a continuare nella storia l’opera e il progetto di Gesù.

La risurrezione e l’ascensione del Signore ci assicurano che una vita vissuta nella fedeltà al progetto del Padre non si perde nel nulla. Essa trova il suo compimento nella gloria. E nella piena comunione con Dio. Chi percorre il cammino di Cristo è chiamato, come Lui, alla pienezza della vita.

L’ascensione ci ricorda che Gesù è stato elevato alla destra del Padre. E ha affidato alla sua Chiesa la missione di rendere presente nel mondo il suo progetto di salvezza e di liberazione. La Chiesa è chiamata a custodire questa missione con fedeltà lungo la storia.

La testimonianza cristiana deve diventare concreta e visibile. Essa è chiamata a trasformare la realtà che ci circonda. E a incidere nella vita della famiglia, del lavoro e delle comunità ecclesiali.

Spesso si osserva che i cristiani rischiano di rivolgere lo sguardo al cielo. Più che impegnarsi nella trasformazione della terra. Anche nella vita quotidiana può insinuarsi uno spiritualismo disincarnato. Lontano dalle fatiche e dalle speranze degli uomini.

È necessario lasciarsi interpellare dalla vita concreta di chi ci è accanto. Vivere una solidarietà autentica e operosa. Soprattutto verso coloro che soffrono. E riconoscere in essi il volto stesso di Cristo.

La seconda lettura (Ef 1,17-23) invita i discepoli a prendere viva consapevolezza della speranza alla quale sono stati chiamati. È la vita piena nella comunione con Dio. Essi sono chiamati a camminare verso questa speranza. Insieme ai fratelli. Come membra dello stesso corpo. In comunione con Cristo, che è il Capo. Cristo vive nel suo Corpo, che è la Chiesa. In essa Egli continua a farsi presente nel mondo di oggi. In mezzo agli uomini.

Il tratto più significativo di questo testo si trova proprio in questo sviluppo conclusivo. L’idea della comunità cristiana come “corpo”, il “Corpo di Cristo”, formato da molti membri, era già presente nelle grandi lettere paoline. In esse si sottolineava soprattutto la relazione tra i diversi membri del corpo tra loro (cf. 1 Cor 6,12-20; 10,16-17; 12,12-27; Rm 12,3-8).Nelle lettere della prigionia, però, Paolo riprende questa immagine per approfondire in modo nuovo la relazione tra la comunità e Cristo. In questo testo emergono due concetti fondamentali per comprendere tale rapporto: quello di “capo” e quello di “pienezza” (in greco pleroma).

Dire che Cristo è il Capo della Chiesa significa affermare una comunione indissolubile tra Cristo e il suo Corpo, la Chiesa, uniti in una sola vita e in un medesimo destino. Cristo è il centro vivo del Corpo ecclesiale. Da Lui esso riceve unità, crescita e orientamento. Verso di Lui tende come origine e compimento. La Chiesa vive inoltre in totale dipendenza da Cristo suo Signore. E a Lui è chiamata a rendere obbedienza piena. Dire che la Chiesa è la “pienezza” (pleroma) di Cristo significa riconoscere che in essa Cristo si rende realmente presente nella storia. E continua la sua opera di salvezza nel mondo. Attraverso il suo Corpo, Egli riempie la storia della sua grazia. E attira a sé l’intero universo. Fino al compimento finale, quando Dio sarà tutto in tutti.

Nel nostro pellegrinaggio nel mondo siamo chiamati a custodire viva la speranza alla quale siamo stati chiamati. La risurrezione, l’ascensione e la glorificazione di Cristo sono la garanzia della nostra stessa gloria futura. Uniti a Lui, formiamo un solo Corpo destinato alla vita piena, chiamati a vivere in comunione con Cristo e in solidarietà con tutti i fratelli, membra dello stesso Corpo. Questa comunione ci sostiene e ci orienta nel cammino della storia. La Chiesa, come “pleroma” di Cristo, è chiamata a rendere presente il Signore nel mondo e a continuare la sua opera di liberazione. Tale missione troverà compimento quando Cristo sarà tutto in tutti, nella pienezza del Regno.

Il Vangelo (Mt 28,16-20)ci presenta l’incontro finale di Gesù risorto con i suoi discepoli su un monte della Galilea. La comunità dei discepoli, radunata attorno al Signore risorto, lo riconosce con fede e lo adora come il suo Signore. Da Lui riceve il mandato di continuare nel mondo la testimonianza del Regno di Dio, rendendo presente il suo Vangelo di salvezza tra gli uomini.

Gesù è salito al Padre dopo una vita totalmente donata al servizio del Regno. Prima di lasciare questo mondo, ha affidato ai suoi discepoli la missione di annunciare il Regno e di renderlo presente come realtà viva, capace di rinnovare il cuore dell’uomo e la storia. La celebrazione dell’Ascensione è memoria grata di questo dono e, insieme, responsabilità nuova: custodire e rendere visibile la presenza del Regno nel mondo. La Chiesa, comunità dei discepoli di Cristo, è oggi chiamata ad essere segno vivo e trasparente della sua presenza salvifica tra gli uomini.

La missione affidata da Gesù è universale. Non conosce confini né barriere. Raggiunge ogni popolo, ogni cultura, ogni situazione umana. Ogni discepolo è inviato a tutti, senza distinzione, per annunciare la liberazione, la salvezza e la vita nuova in Cristo.

Essere discepoli significa lasciarsi plasmare da Gesù. Significa accogliere la sua Parola, contemplare i suoi gesti, entrare nella logica del suo amore. Le sfide del nostro tempo sono molte e sempre nuove, ma trovano luce nel Vangelo, che rimane guida sicura e viva del cammino cristiano.

Il Battesimo, che ci ha inseriti in Cristo e nella comunione trinitaria, esige una vita coerente e luminosa. È un cammino quotidiano di comunione con il Signore e con la sua Chiesa.

La testimonianza del Regno nel mondo di oggi è una chiamata esigente e, al tempo stesso, piena di bellezza. Spesso comporta incomprensione, rifiuto e prova. Il mondo fatica a riconoscere che la vera gioia nasce dall’amore, dal servizio e dal dono di sé. Eppure il discepolo vive sorretto da una promessa che non viene meno: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. È questa presenza fedele che alimenta la speranza e rende forte e gioioso il nostro annuncio del Vangelo.

Le tre letture ci conducono al cuore del mistero dell’Ascensione. Cristo, salito al Padre, non si allontana dall’uomo, ma apre per lui la via della vita piena e della comunione eterna con Dio. La sua elevazione è promessa compiuta e speranza viva per la Chiesa in cammino.

A noi è affidato il tempo della storia. È il tempo del Vangelo vissuto e annunciato. È il tempo della testimonianza concreta del Regno nel mondo.

Sostenuti dalla presenza fedele del Signore, siamo chiamati a vivere con lo sguardo rivolto al cielo e i piedi ben piantati sulla terra. Nella certezza che Cristo è con noi ogni giorno, fino alla fine dei tempi, e che in Lui la storia trova il suo compimento.

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, licenziato in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma.

Last modified on Monday, 18 May 2026 10:32

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