Usa-Rdc. Respingimenti intercontinentali

Il quartiere di Masina, a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo Il quartiere di Masina, a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo Foto: Kaysha via Unsplash
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Firmato un accordo per l'esternalizzare le frontiere

Pochi giorni fa, la Repubblica democratica del Congo (Rdc) si è aggiunta alla ormai lunga lista di Paesi africani – tra cui Rwanda, Eswatini e Sud Sudan – che hanno siglato accordi con l’amministrazione di Donald Trump per ricevere migranti espulsi dagli Stati Uniti e che non possono rientrare nei Paesi di origine (soprattutto per il rischio di persecuzioni o per l’assenza di accordi diplomatici).

Il testo dell’intesa – che dovrebbe diventare operativa a fine aprile 2026 – non è stato diffuso. Tuttavia, il Governo congolese ha assicurato che la ricezione dei deportati – per la cui accoglienza sono già stati individuati degli edifici alla periferia di Kinshasa – non impatterà sulle casse pubbliche: gli Stati Uniti forniranno tutto il supporto logistico e finanziario necessario.

L’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori è infatti una politica su cui il Governo di Trump sta investendo sempre di più. A tal punto che, secondo un’indagine della Commissione per le relazioni estere del Senato statunitense, l’amministrazione avrebbe già sborsato 40 milioni di dollari per deportare circa 300 persone.

Deportazioni che violano i diritti umani

Tuttavia, questi accordi – tra i quali rientra anche quello siglato dal Regno Unito con il Rwanda nel 2024 – violano i diritti umani. In particolare, il principio di non respingimento, sancito dal diritto internazionale.

Nel caso statunitense, inoltre, molti migranti, quando sono deportati, in realtà hanno ancora delle richieste di asilo aperte negli Stati Uniti. In altri casi, invece, gli atti di deportazione, il più delle volte respinti dalle Corti d’appello, sono approvati con l’intervento della Corte suprema (i cui giudici sono a maggioranza repubblicana).

A ciò si aggiunge la denuncia di due Ong per i diritti umani (Us committee for refugees and immigrants e Human rights watch) che hanno sottolineato che i migranti non hanno la possibilità di scegliere la loro destinazione. Cosa che mette a repentaglio il principio del non-refoulement, che vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali rischiano persecuzioni o trattamenti inumani (categoria in cui sono annoverati molti Paesi africani).

Cosa dice l’opposizione congolese

Il Governo di Kinshasa ha sottolineato che l’accordo si «inserisce nel quadro degli impegni regionali e internazionali per la garanzia dei diritti dei migranti e riflette l’impegno dello Stato congolese nella tutela di dignità umana e solidarietà internazionale».

Ma, dall’altro lato, diverse organizzazioni della società civile congolese hanno criticato l’intesa, a partire dalla sua scarsa trasparenza. In un comunicato congiunto, alcune associazioni (tra cui Filimbi, punto di riferimento per la società civile locale) hanno denunciato che «la vera dignità è proteggere i milioni di congolesi sfollati nell’Est e che da anni attendono una protezione effettiva da parte dello Stato. Prima di accogliere i deportati da una potenza straniera, il Governo deve fare il proprio dovere nei confronti del suo popolo». Secondo le Nazioni Unite, infatti, nella Rdc oggi ci sono nove milioni di sfollati (di cui cinque milioni nell’Est) e un ulteriore milione di persone si è rifugiato nei Paesi vicini.

Invece, Lucha, una delle maggiori realtà della società civile congolese, ha affidato la sua denuncia al quotidiano locale Le Potentiel: «La vera solidarietà internazionale significa rifiutarsi di essere complice delle politiche xenofobe e disumanizzanti di un Governo straniero. La Rdc non onora i suoi impegni umanitari fungendo da discarica per le deportazioni di massa dell’amministrazione Trump. Lo fa difendendo, sulla scena africana e globale, un diritto alla migrazione basato su dignità, consenso e giustizia e non sulle dinamiche di potere tra Stati ineguali».

Intrecci geopolitici

Ma la questione non è solo la deportazione dei migranti. L’accordo si inserisce in un progetto più ampio di rafforzamento dei rapporti tra Usa e Rdc. Una strategia da cui entrambi i Paesi sperano di guadagnare qualcosa.

La Rdc vuole rafforzare posizione internazionale e potere negoziale (soprattutto nei confronti del Rwanda nell’Est). Oltre a mantenere buoni rapporti con una potenza mondiale, in un’epoca storica in cui restrizioni ai visti, dazi e cancellazione degli accordi commerciali sono diventati il linguaggio abituale di Washington nei confronti del continente africano.

Dall’altro lato, gli Usa sono intenzionati a sviluppare strategie sempre più ferree di controllo delle frontiere e dei flussi. Ma hanno anche messo gli occhi sui minerali congolesi e, da tempo, lavorano sottotraccia per aprire spazi di investimento e profitto per le proprie aziende.

Questo accordo, quindi, non è altro che uno dei tanti tasselli di un complesso intreccio tra sicurezza, diritti umani e geopolitica.

* Aurora Guainazzi, rivista Missioni Consolata. Originariamente pubblicato in: www.rivistamissioniconsolata.it

Last modified on Tuesday, 21 April 2026 22:46

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