Una riflessione missionaria sulla visita di Papa Leone XIV in Africa
Dalla Corea, nell’Estremo Oriente dell’Asia, a migliaia di chilometri dal continente africano, desidero condividere questa mia riflessione con i miei fratelli sulla visita del Papa in Africa.
La visita apostolica di Papa Leone XIV in Africa porta con sé un significato profondo che va ben oltre la diplomazia o un evento ecclesiale di routine. Il suo viaggio attraverso Algeria, Camerun, Guinea e Angola ci invita a riflettere nuovamente sul cammino delle comunità umane verso la storia, la memoria, la pace e la riconciliazione.
Durante la sua visita in Algeria, il Santo Padre ha scelto il Maqam Echahid come primo luogo da visitare. Questo monumento fu costruito nel 1982, nel ventesimo anniversario dell’indipendenza dell’Algeria, per commemorare coloro che sacrificarono la loro vita nella lotta contro il dominio coloniale francese.

Cristiani e musulmani in Algeria: "Aspiriamo allo stesso modo alla pace". Foto: Vatican Media
Progettato dall’architetto canadese Bruce Charles Allard in collaborazione con esperti algerini, il monumento è una massiccia struttura in cemento che si eleva per oltre novanta metri. Tre pilastri, simbolo di rami di palma, si protendono verso il cielo. Sotto di essi si trova una camera sotterranea dove arde una fiamma in memoria di coloro che sono caduti.
Questa fiamma non è soltanto un simbolo del sacrificio passato. È un richiamo vivo al desiderio umano di dignità e libertà.
Stando lì, il Papa ha salutato il popolo algerino e ha ricordato di aver visitato l’Algeria due volte in passato come membro dell’Ordine agostiniano. Ha elevato una preghiera di gratitudine a Dio per avergli concesso di tornare ancora una volta in questa terra.
Soprattutto, ha sottolineato che si trovava davanti al popolo algerino non principalmente come capo della Chiesa, ma come fratello.
Questa espressione racchiude un significato molto profondo. Non è il linguaggio dell’autorità che guarda dall’alto, ma il linguaggio della fraternità, che riconosce gli altri come membri della stessa famiglia umana.
Il Papa ha parlato anche dello spirito di ospitalità e fraternità che vive nel cuore del popolo algerino. Per loro, amicizia, fiducia e solidarietà non sono soltanto parole, ma valori vivi che riscaldano la vita umana e rafforzano i legami comunitari.
Tali valori umani diventano terreno fertile nel quale la pace può crescere.
Il Santo Padre ha espresso il suo profondo rispetto per la storia del popolo algerino, che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità. Ha ricordato a tutti che Dio desidera la pace per tutti i popoli.
La pace di cui ha parlato non è semplicemente assenza di conflitto. È uno stato in cui sono presenti la giustizia e la dignità umana. E tale pace, ha sottolineato, diventa possibile in ultima analisi solo attraverso il perdono.
Per molte nazioni in cui è ancora viva la memoria della colonizzazione e della guerra, questo messaggio ha un significato profondo. La memoria storica può talvolta generare rabbia e conflitto, ma può anche diventare un cammino verso la riconciliazione e un futuro nuovo. Questo messaggio non è destinato soltanto all’Algeria. È un messaggio rivolto a tutti i popoli che vivono in mezzo ai conflitti nel mondo di oggi.
Il mondo in cui viviamo è profondamente interconnesso. Il conflitto in un paese può creare insicurezza in un altro, mentre la pace in una regione può diventare speranza per un’altra.
La questione della pace nella penisola coreana, che può apparire geograficamente lontana, è anch’essa profondamente legata al mondo intero.
La penisola coreana, segnata dai ricordi di guerra e divisione, è ancora una terra che non ha raggiunto una pace completa. Tuttavia, il desiderio di pace qui non è soltanto la preoccupazione di una nazione, ma una sfida che l’intera comunità umana deve affrontare insieme.
Oggi siamo sempre più consapevoli di una verità fondamentale: tutto è connesso. Per questo motivo, la pace non è responsabilità di una sola nazione, ma una responsabilità condivisa di tutta l’umanità.

Quando parliamo di pace, tuttavia, ci rendiamo conto che le persone hanno diverse comprensioni della pace.
Per alcuni, la pace significa stabilità e ordine. Per altri, significa giustizia e libertà. Per altri ancora, la pace è semplicemente l’assenza dei conflitti.
In questo modo, la comprensione della pace può essere espressa in molte forme, a seconda della cultura, della storia e dell’esperienza vissuta.
Eppure, dentro questa diversità, rimane qualcosa che non cambia: il valore universale della pace. La vera pace rispetta sempre la dignità umana. La vera pace richiede sempre giustizia. La vera pace protegge sempre la vita umana.
Per questo motivo, l’essenza della pace non cambia, anche quando cambiano i tempi e le circostanze.
Il Vangelo ci indica la stessa direzione. Nel Discorso della Montagna, Gesù dice: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9)
Un operatore di pace non è semplicemente qualcuno che evita il conflitto, ma qualcuno che sceglie la giustizia e il perdono. La pace è dunque sempre una scelta coraggiosa.
Il Papa ha anche chiarito che la pace non può mai essere costruita quando coloro che detengono il potere sacrificano altri attraverso la forza e la violenza. Un ordine imposto dal potere non dura. La pace costruita sulla giustizia e sul perdono perdura. Questo cammino di pace è profondamente legato al cammino della missione.

Papa Leone XIV saluta un'anziana signora durante visita in Angola. Foto: Vatican Media
La missione non consiste semplicemente nell’annunciare il Vangelo con le parole. Consiste nel costruire ponti di dialogo e fiducia tra persone di culture, storie, religioni e memorie diverse.
San Giuseppe Allamano insegnava ai missionari che, prima di tutto, devono diventare amici e fratelli delle persone che incontrano.
Nel momento in cui diventiamo fratelli, i semi della pace sono già seminati.
Oggi il mondo continua a vivere tra conflitti e divisioni, eppure allo stesso tempo molte persone cercano il cammino verso la pace.
Quel cammino non è lontano. Nel momento in cui iniziamo a vedere gli altri come fratelli, il cammino si apre. Nel momento in cui scegliamo il perdono invece delle ferite del passato, il viaggio comincia.
La visita apostolica di Papa Leone XIV in Africa non è ancora conclusa. Il viaggio iniziato in Algeria continua attraverso Camerun, Guinea e Angola.
Tuttavia, il vero significato di questo viaggio non risiede soltanto nelle visite in sé, ma nel cammino dell’incontro.
Le culture si incontrano. Le religioni si incontrano. Storie e memorie diverse si incontrano. E in questi incontri, comprensione e fiducia iniziano a crescere.
Per questo motivo, il viaggio del Papa può essere visto non semplicemente come una visita, ma come un pellegrinaggio verso la pace. Ogni incontro è solo un piccolo inizio. Ma il cammino della pace comincia sempre con un piccolo passo.
Una conversazione, una stretta di mano, un saluto sincero possono talvolta iniziare a smantellare muri di divisione che esistono da molti anni.
Mentre il viaggio iniziato in Algeria continua attraverso Camerun, Guinea e Angola, esso diventa più di un percorso attraverso una regione. Diventa un cammino di pace aperto a tutti i popoli.
Sebbene la visita non sia ancora conclusa, speriamo che i molti incontri lungo il cammino approfondiscano la comprensione reciproca e la fiducia, e che questi piccoli momenti di incontro diventino passi verso la pace per tutte le nazioni.
La pace non si raggiunge mai in un solo momento. Ma finché gli incontri continuano, finché il dialogo continua e finché continuiamo a vederci come fratelli, il cammino verso la pace non si fermerà mai.
E lungo questo cammino ricordiamo ancora una volta le parole del Vangelo: “Beati gli operatori di pace.”
Possano queste parole diventare un cammino di pace per tutti i popoli, nel viaggio del Papa e nelle nostre vite. Pace e consolazione!
* Padre Kyoung Ho Han, IMC, membro della Commissione Nazionale per la Riconciliazione.






