Mondo. Gli altri costi della guerra

Disastro ambientale causato dall'estrazione del petrolio in Azerbaijan Disastro ambientale causato dall'estrazione del petrolio in Azerbaijan Foto: Stefano Campolo via Flickr
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Domenica 8 marzo gli abitanti di Teheran si sono svegliati sotto una pioggia insolita: dopo il suo passaggio i muri delle case erano sporchi di nero. Stava piovendo petrolio. Perché la guerra distrugge vite e città, ma distrugge anche l’ambiente.

Il petrolio è uno dei protagonisti del conflitto con l’Iran. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo i bombardamenti dell’alleanza Usa-Israele hanno fatto esplodere tre depositi di carburante e una raffineria di Teheran. «Non vedo il sole, c’è un orribile fumo nero» ha raccontato una donna alla Bbc mentre l’odore di fumo invadeva la città e le particelle degli oli parzialmente bruciati iniziavano a riversarsi sui tetti con la pioggia. La Mezzaluna rossa ha avvertito la popolazione di stare al riparo per proteggersi dalle ustioni chimiche alla pelle e dai gravi danni ai polmoni che l’esposizione avrebbe potuto causare.
Questo è forse il caso più eclatante di come questa guerra, e tutte le guerre, siano estremamente pericolose per l’ambiente, in quanto innescano una serie di danni le cui conseguenze sugli ecosistemi e sulla salute delle persone che li abitano potrebbero protrarsi per anni.

Contaminazioni

L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che le esternalità di queste esplosioni rischiano di contaminare le falde acquifere, l’aria e il cibo della regione, con severe ripercussioni sulla salute delle persone, soprattutto di soggetti fragili e bambini.

C’è, poi, la bomba a orologeria dello stretto di Hormuz, punto nevralgico del commercio globale che l’Iran ha strategicamente bloccato: attacchi a diverse navi cargo e il possibile dispiegamento di mine navali stanno trasformando l’area in uno dei punti più critici della crisi.

Da quella stretta striscia di acqua passa un quinto del petrolio mondiale, oltre che enormi quantità di merci. I primi a pagarne il prezzo sono sicuramente i paesi del Golfo ma i conseguenti aumenti di prezzo del carburante e di altre merci hanno già colpito il mondo intero.

Le navi bloccate e in attesa consumano enormi quantità di carburante, inquinando soprattutto l’area circostante, ma il pericolo maggiore è dato dalla possibilità di esplosione di una delle ormai diverse centinaia di petroliere che stazionano nell’area.

L’industria della guerra

Le scene tragiche a cui assistiamo sempre più spesso non devono farci dimenticare che quella della guerra è una delle industrie più impattanti sull’ambiente. I danni creati non sono sempre evidenti e dietro le piogge acide di Teheran si nasconde un sistema che è, per sua natura, una delle principali fonti di inquinamento globale, anche quando non si combatte. Si stima infatti che gli apparati militari siano responsabili di circa il 5,5% delle emissioni totali di gas serra nel mondo: dalla produzione di armamenti alla manutenzione di equipaggiamenti, basi e infrastrutture, fino alle esercitazioni. Si tratta di attività altamente inquinanti, fondate sull’impiego intensivo di materie prime ad alto impatto ambientale, e che con gli aumenti di spese militari decisi dalla Nato potranno solo aumentare. Il solo Dipartimento della guerra degli Stati Uniti, come è stato recentemente rinominato dall’amministrazione Trump, è l’organizzazione che consuma più combustibili fossili in assoluto a livello globale, con un fabbisogno comparabile all’intera Finlandia.

La storia ci dimostra che i danni ambientali delle guerre possono durare per generazioni. Ad esempio, durante la guerra in Vietnam, le forze statunitensi hanno cosparso circa 2,9 milioni di ettari di terreno con 80 milioni di litri di diserbanti. Le tracce di diossine nel suolo, nell’acqua e nella catena alimentare sono rimaste per decenni. Allo stesso modo, dopo la guerra in Iraq sono stati lanciati preoccupanti allarmi sui danni di lungo periodo che gli scarti bellici, tra cui le contaminazioni da uranio impoverito, avrebbero potuto arrecare all’ambiente e alla salute della popolazione. Anche a Gaza e in Ucraina le situazioni risultano analoghe, a conferma del fatto che la distruzione causata dalla guerra non termina con un cessate il fuoco.

Risorse arma strategica

La guerra consuma enormi risorse per il proprio sostentamento e distrugge interi ecosistemi con danni di lungo periodo. Le materie prime fossili sono esse stesse tra le principali motivazioni che innescano i conflitti, a volte dichiarate apertamente, ma spesso lasciate come un chiaro non detto. A questi, negli ultimi anni, si aggiungono sempre più spesso i minerali e le terre rare, indispensabili per lo sviluppo tecnologico. Il controllo di queste risorse è sempre stato uno dei principali determinanti degli equilibri di potere globali, causa dell’assoggettamento di intere nazioni e miccia che ha dato il via a molteplici conflitti. Oltre a rappresentare un obiettivo dei conflitti, queste risorse costituiscono anche una potente arma strategica: il blocco dello stretto di Hormuz è probabilmente la mossa che più ha messo in crisi Trump.

Non solo i carburanti: anche i fertilizzanti industriali da cui dipende l’industria agroalimentare globale hanno spesso origine fossile e per questi lo stretto di Hormuz è uno snodo fondamentale. Attraverso questo passaggio transita il 54% dei fertilizzanti di cui ha bisogno il Sudan e circa un terzo di quelli destinati alle colture di Sri Lanka, Tanzania e Australia. Questo si ripercuote sull’accesso al cibo di intere popolazioni e, in un secondo momento, sui prezzi dei generi alimentari a livello globale.

Per una transizione giusta

Tutto questo ci dimostra quanto le nostre società siano ancora strettamente legate al fossile. Siamo ancora dipendenti da un ristretto numero di risorse, altamente inquinanti, e controllate spesso da Stati altamente instabili. La transizione ecologica non rappresenta quindi solo una necessaria risposta ai danni ambientali delle attività umane, ma anche l’unico modo per garantire una vera libertà e indipendenza alimentare, energetica ed economica. La situazione che affrontiamo oggi mostra quanto le risorse fossili non siano solo un problema ambientale, ma una chiave fondamentale delle guerre e delle ingiustizie globali. Una transizione giusta è quindi un passo fondamentale verso un mondo di pace e giustizia.

* Mattia Gisola studia Comunicazione, ICT e Media all'Università di Torino. Originalmente pubblicato in: www.rivistamissioniconsolata.it

Ultima modifica il Venerdì, 03 Aprile 2026 12:31

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