Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1 Cor 11,23-26; Gv 13,1-15
La prima lettura dell’Esodo ci introduce nel cuore vivo della Pasqua: non un semplice ricordo del passato, ma un Dio che entra nella storia con forza e tenerezza per liberare il suo popolo.
Ogni gesto descritto non è casuale, ma carico di significato. L’agnello, il suo sangue, la casa segnata, il pasto consumato in fretta: tutto parla di un Dio che “passa”, che veglia e protegge, che vede la sofferenza e interviene per aprire una via di libertà. Non è un Dio lontano, ma un Dio che si muove verso il suo popolo per salvarlo.
Questo evento diventa profezia e promessa. L’agnello pasquale indica qualcosa di più grande, un compimento che va oltre i confini della storia di Israele. In Cristo, vero Agnello, questa promessa trova il suo compimento: Dio non solo libera da una schiavitù esterna, ma entra nel profondo dell’uomo per guarire e rinnovare il cuore. Il suo sangue non segna più soltanto le porte, ma la vita stessa dei credenti, rendendoli capaci di una libertà nuova, quella che nasce dall’amore e conduce alla vita piena.
Anche noi oggi siamo dentro questo movimento di liberazione. Siamo chiamati a uscire, a lasciare ciò che ci imprigiona, a fidarci del passaggio del Signore nella nostra vita. La Pasqua non è solo un evento da ricordare, ma una realtà da vivere: lasciarsi toccare, trasformare, liberare. È un invito a diventare uomini e donne rinnovati, segni concreti di una libertà che nasce dall’incontro con Dio e si diffonde come luce nel mondo.
Nella seconda lettura (1 Cor 11,23-26) emerge con forza l’invito di Gesù: “Fate questo in memoria di me”. Non si tratta di un semplice ricordo del passato, ma di rendere presente, qui e ora, il dono totale di Cristo. Ogni Eucaristia ci introduce nel mistero della sua Pasqua: la sua morte e risurrezione diventano vita per noi. In questo mistero il tempo si apre all’eterno, e ciò che è avvenuto una volta per sempre continua ad agire, trasformando la nostra storia in spazio di salvezza.
Celebrare l’Eucaristia significa anche proclamare la speranza: “ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, annunziate la morte del Signore, finché egli venga”. È un annuncio che guarda al futuro e ci orienta verso l’incontro definitivo con Cristo. Ma questa speranza non resta astratta: prende forma concreta nella vita della comunità. L’Eucaristia ci educa a vivere secondo la logica del dono, della comunione e della responsabilità reciproca, rendendoci segno di un mondo nuovo già presente.
Per questo la Coena Domini ci interpella profondamente. Non possiamo accostarci alla mensa del Signore senza lasciarci trasformare. L’Eucaristia chiede coerenza tra ciò che celebriamo e ciò che viviamo, secondo il dinamismo della lex orandi, lex credendi, lex vivendi: ciò che celebriamo e preghiamo illumina ciò che crediamo, e ciò che crediamo si traduce nella vita concreta. Ecco perché non c’è vera Eucaristia senza una vita che ne rifletta il senso.
La Coena Domini ci chiama a una fede che diventa gesto, a un amore che si fa concreto, a una vita segnata da fraternità, giustizia e comunione. Nel gesto di Cristo troviamo il criterio decisivo della nostra esistenza: come Lui si dona totalmente, così anche noi siamo chiamati a diventare dono, a costruire comunione e a rendere visibile nel mondo l’amore che salva. In questo modo, la nostra vita diventa risposta viva al suo amore e testimonianza credibile del Vangelo.
Nel Vangelo di oggi (Gv 13,1-15), queste parole risuonano con particolare forza nei nostri cuori: “Avendo amato i suoi… li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Questo “sino alla fine” non è solo una misura del tempo, ma la profondità stessa dell’amore di Dio. Egli non si limita ad amare l’uomo quando è forte o fedele: lo ama anche nella fragilità, nella caduta, nel momento in cui sembra perdersi. Non si ritira, non si stanca, non abbandona. Il suo amore arriva sempre oltre, fino all’estremo.

Dio, nella sua grandezza, non resta distante. Proprio perché è grande, può chinarsi su ciò che è piccolo. E ciò che ai nostri occhi appare insignificante, le nostre ferite, le nostre debolezze, le nostre lotte quotidiane, per lui ha un valore immenso. L’uomo, creato per l’eternità, è sempre degno della sua attenzione e del suo amore.
Questo amore prende forma in un gesto sorprendente: Dio si abbassa. Depone la sua gloria e assume la condizione del servo. Si inginocchia davanti all’uomo e compie un gesto umile e concreto: lava i piedi. In quel gesto non c’è solo un esempio morale, ma una rivelazione. È Dio stesso che si mette al nostro servizio per renderci capaci di stare con Lui, per introdurci alla sua tavola, là dove da soli non potremmo mai arrivare.
La santità di Dio, allora, non è una distanza che spaventa, ma una presenza che guarisce. Non è un fuoco che distrugge, ma un fuoco che purifica e rinnova. È un amore che trasforma.
Il vero “lavacro” che ci purifica è questo amore donato senza misura, un amore che attraversa la sofferenza e giunge fino alla morte. È Cristo stesso che si offre totalmente, che si consegna perché noi possiamo essere rialzati. E questo dono non appartiene solo al passato: continua nel tempo. Ogni volta che ci apriamo alla grazia, nei sacramenti, Egli si china ancora su di noi, con la stessa tenerezza, con la stessa umiltà, per lavarci, per restituirci dignità, per renderci nuovamente capaci di Dio.
Il suo amore non si esaurisce. Non conosce stanchezza. Va davvero “fino alla fine”, fino a raggiungerci lì dove siamo, e da lì sollevarci verso di Lui.
“Voi siete mondi, ma non tutti” (Gv 13,10) rivela insieme la grandezza del dono di Cristo e il mistero del rifiuto umano. Gesù ci purifica per poter condividere con noi la sua vita e farci partecipi della sua mensa, ma non tutti accolgono questo amore. Il vero ostacolo non è la debolezza, bensì la chiusura del cuore: la superbia che rifiuta di essere amata e di riconoscere il bisogno di Dio. In Giuda questo rifiuto diventa evidente, perché egli misura tutto con il potere, il successo e il denaro, perdendo così il senso dell’amore e della verità.
Questa parola del Signore è un invito a vigilare su noi stessi. Ci mette in guardia dall’autosufficienza che limita, da parte nostra, il suo amore senza limiti. Allo stesso tempo ci chiama a entrare nella sua umiltà, ad avere il coraggio di riconoscerci bisognosi e a ritornare a Lui anche quando siamo smarriti. La sua bontà, infatti, non si esaurisce: continua a purificarci, a rialzarci e ad accoglierci nella comunione con Lui.
“Vi ho dato l’esempio… anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,14-15). Con queste parole il Signore ci consegna uno stile di vita: non un gesto isolato, ma un atteggiamento continuo. Lavare i piedi significa farsi vicini, servire con umiltà, compiere il bene soprattutto verso chi è più fragile, dimenticato o poco stimato. È accettare di scendere, di amare senza cercare riconoscimenti, persino quando questo comporta incomprensione o rifiuto, continuando però a confidare nella forza della bontà.
Ma questo servizio ha anche una dimensione più profonda e interiore: significa perdonarci senza stancarci, ricominciare sempre, sostenerci a vicenda nelle nostre fragilità. È lasciarsi purificare e, nello stesso tempo, aiutare gli altri a ritrovare luce, attraverso la Parola di Dio e la comunione nel suo amore. Così, purificati dal Signore, possiamo accostarci alla sua mensa con fiducia, nella speranza di essere un giorno partecipi per sempre del suo banchetto eterno. Amen!
* Padre Geoffrey Boriga, IMC, licenziato in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma.






