Gli storici e teologi concordano nell’affermare che nonostante il clima politico fosse segnato da tensioni tra Stato liberale e Chiesa, Torino nell’Ottocento rimase uno dei centri più dinamici della vita religiosa cattolica in Europa.
Proprio mentre si sviluppavano processi di secolarizzazione, massoneria, anticlericalismo e modernizzazione sociale, nella città fiorì una straordinaria stagione di santità e di iniziative pastorali. Questo fenomeno ha portato molti storici a parlare di «scuola torinese di carità» o «Torino, città dei santi sociali», un contesto in cui la fede cristiana si tradusse in opere concrete di carità, educazione e promozione umana.
La trasformazione culturale, economica e sociale della città - caratterizzata da una parte dalla industrializzazione e urbanizzazione e dall’altra dalla migrazione dalle campagne - generò nuove forme di povertà e marginalizzazione. Migliaia di giovani arrivavano a Torino in cerca di lavoro, spesso privi di istruzione e di sostegno familiare. La risposta della Chiesa torinese non fu soltanto difensiva nei confronti della modernità, ma propositiva, creativa e pastorale: sacerdoti, religiosi e laici diedero vita a una vasta rete di opere educative, assistenziali e missionarie. In questo contesto si colloca l’opera di figure straordinarie che contribuirono a delineare un modello di cattolicesimo sociale, capace di coniugare spiritualità, carità e impegno nella trasformazione della società.
Sono diversi i protagonisti e testimoni della rinascita cattolica torinese ottocentesca. Una delle figure più emblematiche fu Giuseppe Benedetto Cottolengo, sacerdote torinese che nel 1832 fondò la Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta da tutti come “Cottolengo”. Quest’opera nacque per accogliere coloro che non trovavano posto negli ospedali pubblici: malati cronici, disabili, poveri e persone abbandonate. Il progetto si basava su una fiducia radicale nella provvidenza divina e su una struttura comunitaria che coinvolgeva religiosi, religiose e fedeli laici. Il Cottolengo rappresentò una risposta concreta alla crescente marginalizzazione sociale prodotta dalla modernizzazione urbana. Non si trattava soltanto di assistenza, ma di un nuovo modo di intendere la carità cristiana come istituzione stabile al servizio delle classi più svantaggiate. Accanto al Cottolengo ricordiamo anche due figure laiche di nobili origini, i Venerabili Giulia e Tancredi Falletti di Barolo fondatori appunto dell’Opera Pia Barolo e organizzatori di scuole e opere caritative per le donne carcerate.
Tra le figure più influenti emerge Giovanni Bosco, noto come Don Bosco. Egli dedicò la propria vita all’educazione dei giovani poveri e abbandonati della città industriale. Nel quartiere torinese di Valdocco ideò l’oratorio come un ambiente educativo che offriva ai ragazzi formazione religiosa, istruzione di base, formazione professionale, accompagnamento umano e spirituale. Nel 1859 Don Bosco fondò la Società di San Francesco di Sales, più comunemente conosciuta come Salesiani di Don Bosco, destinata a diffondere il suo metodo educativo in Italia e nel mondo. Il suo “sistema preventivo”, basato su ragione, religione e amorevolezza, rappresentò una risposta innovativa alle sfide della modernità urbana e alla questione giovanile.

San Giovanni Bosco. Foto: Archivio IMC
Un’altra personalità importante che ha avuto un ruolo decisivo nella vita religiosa torinese fu Giuseppe Cafasso, sacerdote e docente presso il Convitto Ecclesiastico di San Francesco d'Assisi, istituzione destinata alla formazione dei giovani sacerdoti. Il Cafasso fu un grande direttore spirituale e confessore, e influenzò profondamente numerosi sacerdoti torinesi, tra cui lo stesso Don Bosco. Il suo ministero si caratterizzò per l’attenzione ai carcerati e ai condannati a morte, che accompagnava spiritualmente fino agli ultimi momenti della vita. La sua azione contribuì a formare un clero sensibile ai problemi sociali e capace di una pastorale vicina alla gente. Un’ulteriore figura di rilievo è stato Leonardo Murialdo, sacerdote impegnato nell’educazione dei giovani lavoratori. Egli fondò la Congregazione di San Giuseppe (Giuseppini del Murialdo), dedicata alla formazione professionale e cristiana dei giovani. Il Murialdo comprese con lucidità i problemi della nascente società industriale e cercò di offrire ai giovani strumenti concreti per l’inserimento nel mondo del lavoro, promuovendo scuole professionali e attività educative.

Casa Divina Providenza. Foto: Gigi Anataloni
Accanto alle opere sociali e educative sviluppate nel contesto urbano, Torino diede origine anche a un importante impulso missionario. Figura centrale in questo ambito fu Giuseppe Allamano, sacerdote torinese e fondatore dei Missionari e Missionarie della Consolata. Il Canonico Allamano fu, per 46 anni, rettore del Santuario della Consolata, uno dei luoghi più significativi della spiritualità torinese. Ispirato da questo centro di spiritualità e di formazione l’Allamano maturò il progetto missionario che portò alla fondazione, nel 1901, dell’istituto missionario destinato all’evangelizzazione e promozione umana. I primi missionari furono inviati in Africa orientale nel 1902, avviando una presenza ecclesiale che univa evangelizzazione, promozione umana ed educazione. L’opera di Giuseppe Allamano esprime una dimensione nuova della spiritualità torinese: una visione missionaria aperta alla universalità e alla multiculturalità. Pur operando in un contesto locale, egli concepì la missione della Chiesa in termini globali. La sua prospettiva può essere sintetizzata nell’idea di “agire localmente pensando universalmente”: la vita spirituale, la formazione e la carità sviluppate a Torino diventavano la base per una missione che superava i confini nazionali.

Santuario della Consolata. Foto: Álvaro Pacheco
Tutti questi interpreti della carità cristiana hanno operato con una chiara visione dell’evolversi della società torinese, con empatia e carisma, fondando Istituzioni e Congregazioni di diritto pontificio. Essi sono testimoni di una fede viva, che trasforma la contemplazione in gesti concreti di compassione e solidarietà per diverse categorie di svantaggiati, fragili ed emarginati, all’interno di un’area di Torino che, proprio per questo, possiamo benissimo denominare il “Chilometro quadrato della carità”, come è stato definito da don Luca Peyron nel suo articolo “Quello spazio nel centro di Torino dove la vera ricchezza è l’umanità”, pubblicato su Avvenire sabato 7 marzo 2026 (Quadro sotto). In questo “chilometro quadrato” della grande città, dall’Ottocento a oggi, hanno preso forma opere di bene - congregazioni religiose e apostolato sociale - hanno visto la luce numerosi carismi. Per queste e altre ragioni storiche e religiose, il Cardinale Roberto Repole, Arcivescovo metropolita di Torino e Vescovo di Susa, ha lanciato a gennaio l’idea di una candidatura internazionale per far conoscere al mondo la “città della carità”. Il progetto di iscrivere questo luogo nel Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO mira a garantirne riconoscimento, tutela e valorizzazione come spazio di eccezionale valore umano-universale.
* Padre Ashenafi Yonas Abebe, IMC, studia storia della Chiesa all’Università Gregoriana, vicedirettore dell’Ufficio Storico a Roma.







