In alcuni ambienti sono state formulate argomentazioni che sembrano suggerire che, sebbene l’elevato numero di comunità religiose nella Chiesa sia un segno della ricchezza dei doni dello Spirito Santo, esso sia anche un segno delle ideologie inconciliabili dei Fondatori. Questo tipo di argomentazione cerca di presentare le differenze dei carismi come cause di divisione.
È importante chiarire come le cose stanno. In verità, la vita consacrata ha coltivato fin dall’inizio la natura intima del cristianesimo. Infatti, la comunità religiosa nasce in continuità con il gruppo di coloro che seguivano Gesù. Il Signore chiamò i suoi discepoli personalmente, uno per uno, a vivere in comunione con lui e con gli altri discepoli, a condividere la sua vita e il suo destino (cfr. Mc 3,13-15). Senza ombra di dubbio, l’obiettivo di Gesù era quello di rendere la comunità apostolica segno della vita e della comunione da lui iniziata.

Di conseguenza, le prime comunità monastiche guardavano alla comunità dei discepoli che seguivano Cristo e alla comunità di Gerusalemme come al loro ideale di vita. Come la Chiesa nascente che “era un cuor solo e un'anima sola”, i monaci si riunivano sotto una guida spirituale chiamata abate, per vivere la comunione radicale dei beni materiali e spirituali e l'unità stabilita da Cristo. Tale unità trovava il suo archetipo e il suo dinamismo unificante nell’unità delle Persone della Santissima Trinità.
Nei secoli successivi, sotto l’azione carismatica dello Spirito, sono sorte molte forme di comunità religiose. Dio, colui che scruta le profondità del cuore umano, attraverso il suo Spirito, suscita uomini e donne che, illuminati dalla luce del Vangelo e sensibili ai segni dei tempi, danno vita a nuove famiglie religiose. Illuminati dallo Spirito, essi intraprendono nuovi modi di vivere l’unica comunione in una varietà di ministeri e comunità. Naturalmente è impossibile parlare di comunità religiosa in modo univoco. La storia della vita consacrata testimonia una varietà di modi di vivere l’unica comunione secondo la natura dei vari istituti. Così, oggi possiamo ammirare la “meravigliosa varietà” delle famiglie religiose che arricchiscono la Chiesa con i diversi carismi e le diverse forme di vita religiosa.

Giubileo della Vita Consacrata a Roma, novembre 2025. Foto: Jaime C. Patias
Tuttavia, nelle varie forme che assume, la vita fraterna in comune è sempre apparsa come un’espressione radicale dello spirito fraterno comune che unisce tutti i cristiani. La comunità religiosa è una manifestazione visibile della comunione che costituisce il fondamento della Chiesa. Allo stesso tempo, è una profezia di quell’unità verso la quale essa tende come meta finale.
Come religiosi, siamo esperti di comunione. Per questo siamo chiamati ad essere comunità nella Chiesa e nel mondo. Siamo anche chiamati ad essere testimoni e artefici del progetto di unità, che è il culmine della storia umana del disegno di Dio. Attraverso la professione dei consigli evangelici, che ci libera da ciò che potrebbe ostacolare il fervore della carità, siamo comunitariamente segno profetico di intima unione con Dio, che dobbiamo amare sopra ogni cosa. Inoltre, attraverso l’esperienza quotidiana della comunione di vita, di preghiera e di apostolato, siamo chiamati ad essere segno di comunione fraterna. Infatti, in un mondo profondamente diviso, siamo chiamati a testimoniare la possibilità della comunione dei beni, dell’amore fraterno e di un programma comune di vita, poiché abbiamo accolto la chiamata a seguire Cristo più da vicino e più liberamente.

Religiosi e religiose in un momento di preghiera nella basilica Sant'Andrea della Valle a Roma. Foto: Jaime C. Patias
È particolarmente significativo sottolineare la testimonianza offerta dai religiosi (uomini e donne) contemplativi. Per loro, la vita fraterna assume dimensioni più ampie e profonde, che derivano dall’esigenza fondamentale di questa speciale vocazione: la ricerca di Dio solo nel silenzio e nella preghiera. La loro costante attenzione a Dio rende più delicata e rispettosa l’attenzione verso gli altri membri della comunità, e la contemplazione diventa una forza liberatrice che li protegge da ogni forma di egoismo. La vita fraterna in comune, in un monastero, è chiamata ad essere un segno vivente del mistero della Chiesa: quanto più grande è il mistero della grazia, tanto più ricco è il frutto della salvezza.
È lo Spirito del Signore, che ha riunito i primi credenti e che chiama la Chiesa all’unità, che continua a ispirare e nutrire la vita religiosa. Le comunità religiose sparse in tutto il mondo, hanno la missione di essere segno visibile di quella comunione intima che anima e costituisce la Chiesa. In quanto tali, sono strumenti per la realizzazione del piano di salvezza di Dio. In questo anno della vita comunitaria, chiediamo a Dio, per intercessione di San Giuseppe Allamano, maestro dello spirito di famiglia, di poter essere vera espressione della comunione ecclesiale ovunque operiamo nel mondo.
* Padre Jonah Makau, IMC, Postulazione e Ufficio Storia, Roma.






