Ricorso alla Corte suprema in difesa dello «ius soli», mentre sull'Iran...
Previsto dall’ordinamento giuridico degli Stati Uniti, lo strumento si chiama con la locuzione latina «amicus curiae» («amici curiae», al plurale), amico (amici) della corte. Per descriverlo usiamo i termini della Cornell law school, una delle più note università statunitensi per gli studi di legge: «Si riferisce a una persona o a un gruppo che non è parte in causa in un processo, ma ha un forte interesse nella questione. Questa persona o gruppo chiederà al tribunale l’autorizzazione a presentare una memoria con l’intento di influenzare la decisione del tribunale».
La memoria («brief») a cui vogliamo riferirci è stata presentata a febbraio 2026 al massimo organo giuridico degli Stati Uniti, la Corte suprema, da due soggetti (gli «amici»): la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti (the United States Conference of catholic bishops) e la Rete cattolica per l’immigrazione legale (the Catholic legal immigration network inc., Clinic).
La memoria dei vescovi cattolici statunitensi e della loro organizzazione Clinic chiede alla Corte suprema di bocciare l’Ordine esecutivo 14160 del 20 gennaio 2025 con il quale il presidente Trump ha previsto di limitare lo «ius soli» ovvero l’attribuzione del diritto di cittadinanza in seguito alla nascita sul territorio.

L’arcivescovo Paul Stagg Coakley presidente della Conferenza episcopale Usa, e la cattedrale di Oklahoma City, la sua arcidiocesi. A destra: l’arcivescovo di Chicago, cardinale Blase J. Cupich, durissimo contro un post della Casa Bianca sull’Iran.
L’argomentazione sviluppata dagli amici curiae parte dal Quattordicesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America – promulgato nel 1866 – in base al quale tutte le persone nate o naturalizzate nel Paese hanno diritto alla cittadinanza statunitense.
L’Ordine esecutivo 14.160 firmato da Donald Trump intende limitare la portata dell’emendamento negando la cittadinanza – definita un «privilegio» – ai nati in situazioni particolari.
Nello specifico, quando la madre del bambino era presente illegalmente negli Stati Uniti e il padre non era un cittadino statunitense o un residente permanente legale al momento della nascita, o quando la presenza della madre negli Stati Uniti al momento della nascita del bambino era legale ma temporanea (per studio, lavoro o turismo) e il padre non era un cittadino degli Stati Uniti o un residente permanente legale.
La memoria della Conferenza episcopale e della rete per l’immigrazione legale confuta l’Ordine esecutivo di Trump attraverso precedenti giuridici, encicliche papali, catechismo cattolico, dichiarazioni di organismi internazionali come Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).
La posizione e la richiesta dei vescovi cattolici sono riassunte nelle conclusioni del documento. «L’abolizione della cittadinanza per nascita – si legge – manca di fondamento storico, giuridico e morale. Il principio della cittadinanza per nascita è saldamente radicato nella tradizione giuridica occidentale, sancito dal Quattordicesimo emendamento […].
È altrettanto radicato negli insegnamenti della Chiesa, che affermano la dignità intrinseca di ogni persona umana, in particolare del bambino innocente. […] Come cattolici, la nostra fede ci spinge a protestare contro le leggi che negano la dignità della persona umana […]. Per queste ragioni, gli amici sollecitano rispettosamente la Corte a respingere l’Ordine esecutivo e a sostenere il duraturo impegno costituzionale e morale per la pari dignità di tutte le persone nate negli Stati Uniti».
Anche sulla guerra in Iran, la Chiesa cattolica statunitense si distanzia dalle Chiese evangeliche. Mentre i pastori si sono radunati con Donald Trump nello studio ovale a pregare per la vittoria (6 marzo), l’arcivescovo di Chicago, cardinale Blase J. Cupich, ha rilasciato (7 marzo) una durissima dichiarazione contro un post della Casa Bianca sul canale social X. In esso si vede un video – titolato «Justice the american way» – con scene di noti film d’azione (Braveheart, Iron Man, Il Gladiatore), intervallate da riprese reali degli attacchi contro l’Iran. «Una vera guerra – scrive il cardinale -, con vera morte e vera sofferenza, trattata come se fosse un videogioco: è disgustoso». E, a conclusione della dichiarazione, il prelato chiosa: «So che il popolo americano è migliore di così. Abbiamo il buon senso di sapere che quello che sta succedendo non è intrattenimento ma guerra, e che l’Iran è una nazione di persone, non un videogioco a cui altri giocano per intrattenerci».
* Paolo Moiola è giornalista, rivista Missioni Consolata. Originalmente pubblicato in: www.rivistamissioniconsolata.it










