Sono trascorsi 15 anni dal disastro di Fukushima. Era l'11 marzo del 2011 quando un terremoto di magnitudo 9.0 causò nella centrale giapponese uno dei disastri nucleari più gravi mai registrati, dopo l'incidente di Chernobyl. Il terremoto, con epicentro in mare, generò uno tsunami che colpì la parte settentrionale del Paese asiatico. Il sisma fu uno dei più forti della storia del Giappone.
Nel 15º anniversario del disastro nucleare di Fukushima, numerosi cattolici si sono riuniti nella piazza Gwanghwamun di Seoul nella Corea del Sud per celebrare l’Eucaristia e testimoniare l’impegno per la custodia del creato e per una società libera dell’energia nucleare. Anche i missionari della Consolata vi hanno partecipato.

La Santa Messa è stata presieduta da Mons. Kang Woo-il, già vescovo della diocesi di Jeju e figura significativa dell’impegno ecologico nella Chiesa coreana. Sacerdoti, religiosi e fedeli laici hanno partecipato insieme in un clima di preghiera e solidarietà per la salvaguardia della nostra casa comune.
Dopo la celebrazione eucaristica si è svolta una marcia per la pace e una dichiarazione contro il nucleare. In totale 3.110 persone hanno firmato la dichiarazione, esprimendo la loro opposizione alla costruzione di nuove centrali nucleari e dei reattori SMR (Small Modular Reactors).
Per i missionari della Consolata, la partecipazione a questo evento è stata una concreta testimonianza dello spirito della GPIC (Giustizia, Pace e Integrità del Creato).

Infatti, la GPIC non è un’attività opzionale della missione, ma una dimensione essenziale dell’evangelizzazione. Annunciare il Vangelo significa non solo predicare con parole, ma anche difendere la vita, camminare accanto ai poveri e custodire il mondo che Dio ha creato.
San Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e della Missionarie della Consolata, ricordava ai suoi missionari: “Prima santi, poi missionari.” La vera missione nasce dall’amore per Dio e si traduce in responsabilità verso l’umanità e verso tutto il creato.
Il disastro di Fukushima continua a porre una domanda fondamentale al nostro tempo: il progresso tecnologico protegge davvero la vita, oppure rischia di mettere in pericolo il futuro dell’umanità e della Terra?
Quindici anni dopo, le ferite di quell’incidente sono ancora presenti nel mare, nella terra e nella vita di molte persone.

Durante la celebrazione eucaristica si è pregato per la guarigione del creato ferito dall’avidità umana e per una profonda conversione ecologica, affinché le future generazioni possano vivere in un mondo più sicuro e pacifico.
Ispirati dal messaggio di Papa Francesco nell’Enciclica Laudato Sì - “Tutto è connesso” - i partecipanti hanno ricordato che la cura del creato è parte integrante della vita del Vangelo.
La preghiera e la marcia a Gwanghwamun sono diventate un segno di speranza. Anche se la nostra voce può sembrare piccola, il grido per la vita e per l’integrità del creato continuerà a risuonare nel mondo.
Come missionari della Consolata continuiamo a pregare: “O Consolata, Madre della speranza, rendici missionari della vita e della pace in questo mondo ferito.”
* Padre Kyoung Ho Han, IMC, membro della Commissione Nazionale per la Riconciliazione.











