La morsa di Trump, la mediazione della Chiesa
Lo scorso gennaio, Donald Trump ha emanato dieci nuovi ordini esecutivi, l’ultimo dei quali dedicato a Cuba. «Come Presidente degli Stati Uniti – ha scritto nell’incipit -, ho il dovere imperativo di proteggere la sicurezza nazionale e la politica estera di questo Paese. Ritengo che le politiche, le pratiche e le azioni del Governo di Cuba costituiscano una minaccia insolita e straordinaria».
Pur essendo distante soltanto 150 chilometri dalle coste della Florida, si fa molta fatica a considerare la piccola isola caraibica – da anni alle prese con una pesante crisi interna – una minaccia per gli Stati Uniti. Il dubbio è che Washington voglia riservare a L’Avana lo stesso trattamento applicato a Caracas e ciò alla luce della nuova dottrina Monroe prospettata nel documento sulla sicurezza nazionale dello scorso dicembre.
Con il citato ordine esecutivo Trump ha stabilito dazi aggiuntivi su tutte le merci importate negli Stati Uniti che siano prodotte da paesi che, direttamente o indirettamente, vendano o forniscano in altro modo (tramite intermediari) petrolio a Cuba. Una misura che mette in enorme difficoltà il Paese visto che esso dipende totalmente dalle importazioni di greggio.

Due vignette satiriche contro gli Stati Uniti e Donald Trump pubblicate da «Granma», l’organo di stampa del Partito comunista di Cuba.
Il principale fornitore di petrolio di Cuba era il Venezuela, seguito dal Messico. Da gennaio, in seguito alla cattura di Nicólas Maduro e la presa in carico del ministero competente in materia da parte di Washington, la fornitura venezuelana si è azzerata. Dopo l’ordine esecutivo relativo a Cuba, anche il Messico ha drasticamente ridotto le proprie forniture all’isola, aumentando però gli aiuti umanitari (prodotti di prima necessità). La presidente Claudia Sheinbaum si trova oggi costretta a cercare un difficile equilibrio: mantenere la storica alleanza del suo Paese con l’Avana e, allo stesso tempo, gestire il suo rapporto – sempre più teso, ma essenziale – con gli Stati Uniti.
Considerato che il petrolio importato era utilizzato quasi totalmente per la produzione di energia elettrica, l’Avana si trova ora in una situazione drammatica. Il 6 febbraio «Granma», l’organo di stampa del Partito comunista cubano, ha spiegato le misure messe in campo dal Governo per affrontare la «complessa situazione energetica».
Il governo ha promesso la trasformazione del sistema energetico nazionale liberandolo dalla dipendenza dai combustibili importati. Nel contempo, ha varato un draconiano piano di risparmio energetico in ogni settore: trasporti, sanità, istruzione, produzione alimentare. Tuttavia, la situazione pare destinata ad aggravarsi ulteriormente. Anche le fondamentali entrate provenienti dal turismo internazionale potrebbero presto venir meno a causa della mancanza di carburante per rifornire gli aerei.
In un Paese a partito unico è molto difficile trovare spazi per opporsi. A Cuba, da tempo, questi spazi sono stati occupati dalla locale Chiesa cattolica che è riuscita a ritagliarsi un ruolo di critico del governo o – almeno – di interlocutore privilegiato.
Nel messaggio ai fedeli del 15 giugno 2025, la Conferenza dei vescovi cattolici scriveva che «le cose non vanno bene», che «occorre fare qualcosa per salvare Cuba» e che sono necessari cambi strutturali, sociali, economici e politici. Il 31 gennaio di quest’anno i vescovi sono tornati sul tema per denunciare l’aggravarsi della situazione e l’urgenza di un cambio di rotta per la costruzione di «un ambiente di sana pluralità e rispetto reciproco». Il messaggio della Conferenza episcopale si chiude con un accorato appello: «Che la ragione e il buon senso prevalgano sulle minacce, sulle discordie e sulle posizioni apparentemente inconciliabili».
* Paolo Moiola è giornalista, rivista Missioni Consolata. Originariamente pubblicato in: www.rivistamissioniconsolata.it










