Fu un santo “glocal”, fondatore della congregazione dei Missionari e delle Missionarie della Consolata senza essere mai uscito dall’Italia e raramente dalla sua Torino. Anticolonialista senza mai essere stato in Africa e in Asia, radicato nella città e nella diocesi sabauda.
Cade, domani, 16 febbraio, il centesimo anniversario della morte o del dies natalis di san Giuseppe Allamano, da Castelnuovo don Bosco, dunque figlio di una terra di santi e nipote da parte di madre di san Giuseppe Cafasso.
L’attualità e la spiritualità profonda e moderna di un santo sociale torinese finora poco noto vengono approfondite e rilanciate nella biografia “Oltre” scritta da Alberto Chiara per Effatà editrice (224 pagine, 19 euro) e arricchita da una prefazione del cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino. Nel libro Chiara, anch’egli torinese, già caporedattore di “Famiglia Cristiana” e oggi collaboratore del settimanale diocesano “La voce e il tempo”, accompagna il lettore con un racconto dal ritmo incalzante e di largo respiro a conoscere la vita, la vocazione, la fede, la carità del santo “glocal” – felice definizione dell’autore –, che dedicò il suo apostolato al servizio della Chiesa torinese e degli ultimi visitando spesso le periferie che stavano diventando operaie. Ed ebbe la geniale intuizione – non sempre capita dai superiori tanto era all’avanguardia – di fondare una congregazione missionaria perché i missionari piemontesi del tempo erano spesso tenuti ai margini.

Convegno presso l’Auditorium Allamano nella Casa Generalizia IMC a Roma con la partecipazione del giornalista Alberto Chiara
Diceva san Giuseppe Allamano che «non tutti possono andare in missione, per svariati motivi, ma tutti siamo apostoli nelle nostre case, nei nostri paesi. Tutti siamo chiamati a essere apostoli e, ciascuno nella sua sfera di azione, far conoscere e amare Gesù».
Alberto Chiara porta il lettore nel tempo di san Giuseppe contestualizzando gli avvenimenti che segnano la sua esistenza dal 1851 al 1926 nella cornice della storia italiana e internazionale. Buona parte del libro è dedicata alla congregazione missionaria, la sua eredità più grande, che sant’Allamano fortemente volle e che tenne a battesimo formando i partenti a parlare lingue e culture dei locali, ma senza dimenticare di insegnare loro i rudimenti della medicina, della infermieristica e della falegnameria. Insieme alla fede e allo spirito. Missionari e missionarie ancora oggi attivi in tutto il mondo.

Oltre ad evangelizzare fin nelle remote steppe mongole, soccorrono i migranti lungo la rotta del Sahel tra Marocco e Algeria e aiutano le ragazze a uscire dall’inferno della tratta, la moderna schiavitù. Ma agli inizi partendo dal cuore di Torino, la Consolata, esordirono nell’Africa orientale a cavallo tra ‘800 e ‘900, in piena epoca di corsa europea alla conquista del continente africano. Conquista che Allamano non condivideva, contestando i razzisti che ritenevano tempo perso evangelizzare i neri, creature che secondo una corrente di pensiero diffusa, a malapena avevano l’anima.
Molto importante anche la testimonianza della sua avversione alla Grande guerra in un clima di nazionalismo che non lo portò al neutralismo, ma lo spinse a pregare per i nemici. Uomo “oltre”, Giuseppe Allamano – che venne proclamato prima beato (1990) e quindi santo (2024) – è un compagno di strada per percorrere questa nuova epoca di incertezze senza perdere la speranza.
* Paolo Lambruschi è giornalista. Originariamente pubblicato in Avvenire 15 febbraio 2026.










