Noi, i Missionari della Consolata in Corea, ci siamo riuniti a Tejon il 7 febbraio scorso per ricordare il centenario della morte di San Giuseppe Allamano. L’abbiamo fatto con un certo anticipo è vero, ma il motivo è semplice: proprio il 16 febbraio di quest’anno coincide con il Capodanno lunare che qui è una grande festa.
Abbiamo voluto fare una celebrazione unica per tutte e tre le nostre comunità e i nostri amici coreani. La comunità di Yokkok ha organizzato un autobus per portare qui i nostri collaboratori. Due ore e mezza di viaggio con partenza al mattino prestissimo.

L’evento l’abbiamo celebrato nella chiesa di Chon Min dong il cui parroco, don Byeon Damiano, è un nostro caro amico, che ha vissuto alcuni anni come Fidei Donum in Mongolia e conosce i nostri missionari. È già la seconda volta che ci lascia usare la parrocchia per le nostre ricorrenze.
È stata una bella e semplice cerimonia con la partecipazione di un 170 persone tra amici e fedeli. Tutti i padri del gruppo hanno concelebrato, tranne padre Clement Gachoca, Superiore della Regione Asia, e padre Han Pedro che attualmente stanno visitando due parrocchie in Indonesia, parte del discernimento per una prossima nuova apertura in Asia.
Dopo il pranzo nei locali della parrocchia, abbiamo riunito i nostri amici nella casa della comunità di Tejon dove avevamo preparato un leggero rinfresco, per creare comunione tra i vari gruppi di benefattori.
La messa è stata presieduta da padre Gian Paolo Lamberto che nell’omelia si è così rivolto ai fedeli:
Siamo qui per celebrare il centenario della morte di San Giuseppe Allamano. Voi potreste pensare quindi che ci siamo riuniti per ricordare un morto.

Niente di più sbagliato! Moltissimi grandi uomini del passato ci hanno lasciato costruzioni e ricordi di grandi imprese. Ma a parte pochissimi, le loro costruzioni sono sparite e la loro memoria si è persa. La stessa sorte toccherà a tanti altri.
I santi invece sono diversi. Nel loro cammino verso il cielo hanno lasciato una scia di luce, un cammino glorioso che continua a dare vita e a testimoniare che loro sono ancora vivi.
Oggi noi stiamo ricordando un vivo che continua a dare vita e, per potervelo spiegare meglio vorrei parlare non tanto di lui ma di quelli che l’hanno seguito hanno trovato e dato vita mettendosi in quella scia di luce.
Il vescovo Carlo Cavallera che dopo 17 anni nella diocesi di Meru in Kenya, lascia la guida della diocesi al suo coadiutore mons. Gatimu, e comincia la nuova diocesi di Maralal. La sua sede vescovile per molto tempo sarà una semplice tenda.
Padre Prandelli diceva che era meglio vivere un anno come missionario che 40 come prete in diocesi. In Mozambico, durante la guerra, saltò in aria su una mina anticarro: aveva 29 anni.

La beata Irene Stefani, MC, convertì più gente con il suo amore e il suo sorriso che con le parole. Non contenta di spendersi completamente per la conversione dei non cristiani, volle prendersi cura di un maestro che la odiava e faceva di tutto per renderle la vita difficile. Compiendo questo ultimo atto eroico di amore contrasse il morbo che 11 giorni dopo l’avrebbe portata via da questo mondo.
Fratel Giuseppe Barattero parlò al prete del suo paese dicendogli di voler diventare religioso. Il sacerdote gli consigliò di andare dai Gesuiti, ma lui rispose che voleva diventare missionario per poter essere mangiato dai leoni. Allora lo inviò dai missionari della Consolata.
Questi sono solo alcuni esempi per capire quanto zelo ha prodotto questa via che il Signore ci ha donato attraverso l’Allamano.
Una cosa però, mi ha colpito in modo speciale. Mentre leggevo le vite di vari missionari per preparare questa omelia, ho trovato che tutti, fossero vescovi, suore, padri o fratelli, hanno vissuto una vita ordinaria in modo straordinario. 120 anni fa per un europeo, l’Africa era una sfida enorme dal punto di vista materiale, culturale e spirituale. Di ben pochi dei nostri missionari si può dire che abbiano fatto cose fuori dal comune. Ma tutti consideravano le difficoltà come niente, come il giusto prezzo da pagare per l’evangelizzazione. Tutti cercavano la santità, l’unione con Dio. Tutti desideravano dare la vita per la missione. Quante lettere al superiore generale che più o meno dicono questo: “Ma quando sarà che anch’io posso andare in missione? Ho forse fatto qualcosa di male per non essere mandato in missione?”

Vedete che non stiamo parlando di un morto, ma di un santo ben vivo che continua a illuminare la vita di tanti missionari/e. Uno che con la sua fede e le sue virtù eroiche ha potuto aprire uno squarcio nei cieli da cui grazia e vita continuano a scendere in abbondanza.
Se avete capito cosa vi ho detto, non importa se appena usciti dimenticherete il nome Allamano e Missionari della Consolata. Ma se andrete a casa col fermo proposito di farvi santi, di dare la vita perché Dio e il suo amore siano conosciuti da tutte le genti, se ogni piccola azione la farete per Dio e non per essere visti o applauditi, allora vuol dire che anche voi siete entrati nella scia di luce di San Giuseppe Allamano!
* Padre Gian Paolo Lamberto, IMC, missionario in Corea del Sud.











