Questo motto coniato per questo primo Centenario di San Giuseppe Allamano, Centenario "alla mano", mette in risalto la vicinanza quotidiana e ordinaria, – precisamente “alla mano” – della proposta umana, ministeriale, carismatica, di consolazione (al modo della Consolata) e di santità di questo santo “straordinario nell'ordinario”.
Questa identità semplice e trasparente di questo Santo “alla mano” corre il rischio di rimanere chiusa nella Famiglia Missionaria Consolata; soprattutto se il nostro sguardo, –un po’ timido, riservato e sostenuto dal principio di “fare bene il bene e senza rumore”– finisce per impedirci di vedere coloro che, al di là di noi, scoprono il dinamismo missionario della Chiesa cattolica e costituiscono il nostro orizzonte ultimo di vita e missione “ad gentes”. Tutti coinvolti nella stessa missione di Dio.
Al fine di evitare quell'autoreferenzialità come Papa Francesco definiva l'atteggiamento di chiusura in se stessa della Chiesa, siamo invitati o sfidati a contemplare e celebrare il dono della Canonizzazione come offerta della Chiesa al mondo e a fare tutto il possibile per farla conoscere in tutti gli ambiti, al di là di noi stessi. Questo può essere uno degli obiettivi di questo Centenario.
La santità “alla mano” fa bene ai bambini, ai giovani nel loro percorso accademico e di crescita, agli adulti nell'esercizio delle loro diverse professioni, stati e stili di vita, così come agli anziani. Fa bene alla vita religiosa, al clero in generale, a tutti i laici, servitori del Regno di Dio, impegnati nella missione di Dio affidata alla Chiesa. Serve anche come proposta vocazionale, temporanea o “ad vitam”, per molti che sentono la chiamata all'universalità e riconoscono nel Vangelo del Signore Gesù una buona notizia per tutti i popoli.
La proposta della missione nel formato proprio della Vita Religiosa consacrata e vissuta in comunità così come l'esperienza dei Voti e la missione “ad gentes” tra coloro che non conoscono il Vangelo di Gesù, può e deve essere offerta, messa “a portata di mano”, per tutti i battezzati.
Fraternità per la missione ad gentes
San Giuseppe Allamano, responsabile del Santuario della Consolata e della Casa di Formazione del giovane clero della Chiesa locale di Torino (dal 1880), rifletteva, tra il 1891 e il 1899: “È un peccato che Torino, con tante forze vive, non abbia una propria opera missionaria” (Conferenze spirituali, fine del XIX secolo). Nel frattempo, continuava a sognare, progettando e redigendo una proposta (Regolamento) missionario per sacerdoti diocesani e laici, tecnici o professionisti.
Una volta accettata la sua proposta nella diocesi e avviata l'opera, subito dopo, su richiesta dei missionari sul campo, decise di includere le donne e di dedicarsi con tutto il suo impegno nella formazione e nell'organizzazione strutturale e giuridica dei missionari e anche delle missionarie da lui fondate che portano il nome della Consolata
Tutti erano chiamati a vivere in «spirito di famiglia», non come se fossero in una istituzione o collegio. In alcune delle sue lettere circolari chiarì: “Non volevo creare una congregazione religiosa, volevo realizzare un'opera missionaria. Ma la Santa Sede ha ritenuto che questa fosse la forma più sicura e io mi sono sottomesso volentieri”.
L'idea di San Giuseppe Allamano non era quella di fondare una Congregazione Religiosa, ma un'opera o un'organizzazione missionaria “ad gentes”, al servizio dell'umanità, della Chiesa locale e universale. Fu la stessa Santa Sede che, nel suo discernimento per l'approvazione canonica, propose la modalità della vita religiosa o consacrata, più pratica e stabile, che Allamano accettò con fiducia, assumendo i voti come mezzo per la missione e non come essenza costitutiva dell'identità. Questo ci dà libertà di iniziativa creativa, senza alcun timore di infedeltà, per condividere il carisma con laici e laiche, senza patriarcati né femminismi, senza clericalismi né paternalismi, in fraternità umana ed ecologica, partecipativa e sinodale.
L'essere umano fatto per la comunità
«Non è bene che l'essere umano sia solo», dice il libro della Genesi (2,18-24) riferendosi alle origini e ponendo nella riflessione contemplativa del Creatore l'antidoto contro la solitudine solitaria: «Facciamogli una compagnia adeguata», dice Dio, che gli corrisponda, che sia alla sua altezza, di fronte a lui, uguale in dignità, diversa in identità, capace di relazione, dialogo e comunione. L'essere umano non comprende se stesso nella solitudine, ma scopre la sua identità nella relazione. È fatto per l'incontro. L'altro non è un complemento funzionale, ma una rivelazione di se stesso, consolazione, compagnia adeguata.
Questa identità relazionale, costitutiva dell'essere umano, si esprime e cresce, secondo San Giuseppe Allamano, nello e con lo “Spirito di famiglia”, comunità missionaria. Si tratta dello stesso spirito che aiuta adeguatamente tutte le forme o modalità di Famiglia, comprese quelle religiose o consacrate, con le loro rispettive sfumature, ovviamente. Una “compagnia adeguata” che si traduce in: fraternità che insegna a passare dall'egoismo alla condivisione, dall'orgoglio autosufficiente all'umiltà del bisognoso; a perdonare, a non serbare rancore e a riconciliarsi; a prendersi cura, in via prioritaria, dei più deboli e dei più piccoli; a correggere ed essere corretti; ad ascoltare e dialogare per vivere sinodalmente; a diventare e essere amici e compagni; a maturare affettivamente e spiritualmente; a consolare ed essere consolati; ad amare ed essere amati.
Questi insegnamenti durano tutta la vita e vanno di pari passo con l'apprendimento dell'essere e del ricoprire i ruoli di papà, mamma, fratello. È necessario rivederli man mano che si cresce e aggiornarli costantemente. San Giuseppe Allamano esortava la sua Famiglia Missionaria: «Tra di voi ci sia molta carità; senza di essa non c'è missione».
Voti di libertà: obbedienza, castità e povertà
Non essendo i voti religiosi, per San Giuseppe Allamano, un'aggiunta giuridica né una semplice disciplina comunitaria, ma un'espressione vitale dell'amore di Dio e della totale dedizione alla missione, essi costituiscono un cammino concreto di santità missionaria, vissuto con realismo, equilibrio e profondo senso eco-ecclesiale. In termini generali possiamo dire che San Giuseppe Allamano intendeva i voti come risposta d'amore all'iniziativa di Dio, mezzo pedagogico di santificazione, non fine a sé stessi. Strumenti al servizio della missione ad gentes, espressione di libertà interiore, non di repressione: «I voti non rendono santi, ma aiutano molto a diventare santi» (San Giuseppe Allamano). Hanno valore solo se vissuti con amore, convinzione e gioia, non per obbligo esterno.
Il voto di obbedienza: libertà di fronte a sé stessi
Vivere in obbedienza secondo un criterio di fede, significa essere presenti nel presente, attenti ai segni dei fratelli, dei tempi e degli spazi, aperti e disponibili a scoprire, nel discernimento comunitario, la volontà di Dio. Si tratta di un atteggiamento filiale che si assume dalla Famiglia e si sviluppa nell'incontro con gli altri. Richiede capacità di verità e dialogo, di ascolto e risposta, impegno e responsabilità. Diremmo oggi, di vita in famiglia e lavoro in squadra, di progetto di vita in comune. L'obbedienza reciproca e discernita insieme, ordina tutta la vita in tutte le sue dimensioni.
Il voto di povertà: libertà dai beni
Vivere in povertà secondo un criterio di fede, significa mantenersi distaccati, realmente e affettivamente, dai beni, dagli onori, dai titoli, dai piaceri. Allegri e armoniosi nella scarsità e nell'abbondanza, austeri e fiduciosi nella Provvidenza, ben amministrata. Grati e disponibili ad andare sempre “oltre” e a rimanere nella gratuità. Caritatevoli e solidali: “Il missionario deve essere povero, ma mai miserabile” (San Giuseppe Allamano). La povertà “a portata di mano” è dignitosa, prudente e responsabile, non improvvisata né ideologica.
La libertà nei confronti dei beni, delle cose e dei possedimenti, diligentemente pianificata e trasparentemente amministrata, ordina l'economia e l'ecologia umana.
Il voto di castità: libertà nei confronti delle persone
Vivere in castità secondo un criterio di fede, significa consacrarsi integralmente a Dio, mantenersi liberi di amare tutti senza esclusivismi né attaccamenti affettivi. Capacità, maturità, di relazionarsi disinteressatamente con bambini, giovani e adulti, senza abusi, sfruttamenti, né attaccamenti, evitando esclusioni, esclusivismi o discriminazioni. Non è facile, ovviamente. L'amore è esigente: «Chi ama molto, sacrifica molto», diceva San Giuseppe Allamano e insisteva su una castità umana, matura, vigile e gioiosa, sostenuta dalla vita spirituale e dalla fraternità.
La libertà nei confronti delle persone e anche degli animali e dei loro sostituti ordina e armonizza il cuore, il corpo e la ragione.
Conclusione
I voti, come possiamo constatare, non si vivono “per sé stessi”, ma per la missione di ciascuno, secondo la propria vocazione e il proprio ministero. “Non tutti possono fare i voti, ma tutti possono vivere lo spirito dei voti”, diceva il santo Allamano.
In questo senso, la fraternità vissuta nella famiglia, nella comunità, nell'azienda o nella società può trovare nei voti una luce per il cammino o il processo ordinario di umanizzazione, socializzazione e santificazione di bambini, giovani, adulti o anziani, uomini o donne.
La proposta di San Giuseppe Allamano «Prima santi, poi missionari; o meglio, santi essendo missionari», è pratica per tutti. Va ben oltre l'aspetto giuridico, supera la legge e conduce sulla via della libertà. Conclude proponendo la Fraternità come via di umanizzazione, missione e santità. Una scommessa attuale, pratica e realizzabile che sostiene la fedeltà nei momenti di difficoltà e conduce alla felicità.
* Padre Salvador Medina, IMC, Missionario della Consolata in Colombia.










