III Domenica del TO / A – «Il popolo ha visto una grande luce»

Venne a Cafàrnao perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa Venne a Cafàrnao perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa

Domenica dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio

Is 8,23b-9,1-3; Sal 26 ; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Sarà celebrata il 25 gennaio 2023 la settima Domenica della Parola di Dio, giornata istituita da Papa Francesco il 30 settembre 2019. Le letture mettono al centro la Parola di Dio come luce. Il Vangelo, riprendendo la profezia di Isaia, afferma che “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.”

Gesù, vera Luce, andava attorno, insegnando, predicando, guarendo ma anche chiamando i discepoli per mandarli ad annunciare la sua Parola all’umanità. Paolo con il suo richiamo — «Cristo mi ha mandato» — conferma che l’invito vale anche per quanti non hanno conosciuto direttamente Gesù. La comunità che non è missionaria non può ritenersi veramente cristiana.

Una grande luce

Isaia rievoca la fine del regno del nord (721a.C.). Un messaggio viene dato: sul paese è piombata la sven­tura cioè le «tenebre» che richiamano lo sheol, il regno della morte, ma essa non sarà eterna, poiché proprio da qui, da dove sono partiti gli esuli per esser dispersi nel grande impero assiro, avrà inizio un giorno la rivincita. Infatti, il Profeta afferma che “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.  Se le tenebre è simbolo del regno della morte, la “luce” è il simbolo di Dio e della sua Parola. Il Salmista canta "Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino" (Sal 118, 105). Essa ha accompagnato gli Ebrei nel­l’uscita dall’Egitto e nel cammino verso la terra promessa. Ogni volta che appare è sempre di buon auspicio.

Andava attorno insegnando, predicando, guarendo

Gesù, presa coscienza della sua strada (nel battesimo e nel corso delle tentazioni), attende il momento propizio (che per Matteo è l’imprigionamento del Battista) per iniziare la sua missione. A ta­le scopo lascia Nazaret, un villaggio sulle montagne della Galilea, e si stabilisce a Cafarnao, un grande centro, abitato in massima parte da pagani, punto di incrocio tra la costa mediterranea (il ma­re) e l’entroterra mesopotamico. La sua presenza in quella regione pagana aveva come scopo di realizzare la profezia di Isaia: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. Gesù era la luce che brillava in mezzo a quel popolo. Essendo luce, Egli predicava la conversione, la “metanoia”. Non si tratta di mutare gli abiti, ma le abitudini, il modo di agire.

Contrariamente al Battista Gesù sceglie di essere un profeta iti­nerante. Egli non starà ad aspettare la gente, ma si muoverà incon­tro ad essa. Le sue prime spedizioni missionarie avvengo­no lungo il lago di Galilea, dove è dato imbattersi con umili pescato­ri. L’incontro con i due gruppi di “fratelli” non è il primo nel tem­po, ma nell’importanza. La “chiamata” raggiunge i quattro uomi­ni nel pieno della loro attività, forse anche in precedenza Gesù si era trattenuto con loro, aveva colto le loro aspirazioni e le loro attese.

Matteo non fa la cronaca dell’avvenimento, ma ne offre una ricostruzione teologica per segnalare la genesi e il senso di una vo­cazione che nasce sempre da un invito tacito (vede) o esplicito (disse) di Gesù accolto immediatamente. I verbi sono al pre­sente per indicare che esso vale ancora e sollecita nuove risposte. Non si tratta di iscriversi a una scuola, di imparare alcune massi­me, quanto di diventare collaboratori di un’opera destinata a ri­dare agli uomini l’amicizia con Dio e con i propri simili, la salute, la gioia, la prosperità, il bene (cfr. 4,23-25). “Pescatori di uomi­ni” era un’immagine poco chiara. Si riferiva alla cattura dei pri­gionieri; Gesù l’intende in senso contrario; gli uomini doveva essere piuttosto liberati dal peccato e dalle malattie (v. 23).

La risposta dei quattro fratelli è paradigmatica; illustra ciò che qualsiasi chiamato deve fare. Lasciare tutto (la famiglia, il me­stiere e gli stessi attrezzi di lavoro) significa perdere tutto, qual­siasi appoggio, qualsiasi sicurezza; crearsi il vuoto attorno e av­venturarsi verso l’ignoto.

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo della Diocesi di Quelimane e segretario della Conferenza Episcopale del Mozambico (CEM).

Ultima modifica il Sabato, 31 Gennaio 2026 09:38

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