“Noi dobbiamo prepararci, eccitare il nostro cuore ad amare con gioia” (San Giuseppe Allamano, Conf. IMC, II,123)
Is 35,1-6a.8a.10; Sal 145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11
Fratelli e sorelle in Cristo, continuiamo il nostro cammino di Avvento entrando nella sua terza tappa, quella che la tradizione chiama “domenica Gaudete”, la domenica della gioia. In mezzo all’attesa e al silenzio di questo tempo, oggi risuona un annuncio luminoso: il Signore è vicino, la nostra liberazione è alle porte. Non si tratta di una gioia superficiale, ma di quella profonda certezza che Dio viene incontro alla nostra vita con tenerezza e misericordia. Per questo, oggi la liturgia ci invita ad alzare lo sguardo, a ritrovare speranza e a lasciarci abitare dalla gioia che nasce dalla fede.
Nella prima lettura (Is 35,1-6a.8a.10) si dice che dopo anni di tristezza e frustrazione, sono finalmente arrivati i nuovi tempi di gioia esuberante (si parla di “gioia” dieci volte, usando quattro sinonimi della parola). Qual è la ragione di questa gioia incontenibile? È che Dio “è là per fare giustizia”: Egli interverrà nella storia, salverà Giuda dalla cattività, aprirà una strada nel deserto affinché il suo Popolo possa ritornare in trionfo a Sion.
Il profeta invita la natura stessa a prepararsi per l’intervento liberatore di Dio. Il deserto e la terra arida, simboli di sterilità e abbandono, sono chiamati a rifiorire come il Libano, il Carmelo e la pianura di Sharon, luoghi noti per la loro fecondità. I fiori che spuntano ovunque diventano segni visibili della gloria e della bellezza del Signore, che trasforma il nulla in vita, la desolazione in abbondanza.
A questa scena di rinnovamento si unisce un invito rivolto all’uomo: “Non temete, non scoraggiatevi! Coraggio: Dio viene a salvarvi.” La liberazione è vicina e, come la natura si riveste di festa, anche il popolo è chiamato a lasciarsi coinvolgere nella gioia del ritorno.
I segni dell'intervento di Dio sono straordinari: i ciechi vedono, i sordi odono, gli zoppi saltano come cervi e i muti cantano di gioia. È una trasformazione totale, esuberante, piena di vita.
Il ritorno degli esiliati diventa un nuovo esodo, ancora più glorioso del primo. Sarà un pellegrinaggio gioioso verso Sion, segnato da canti, esultanza e una felicità senza fine. Il Dio che libera è anche Colui che consola, rinnova e accompagna il suo popolo verso una vita piena.
Ci sono diversi modi di guardare al tempo straordinario in cui viviamo. Per alcuni, è un’epoca di grandi conquiste: scoperte scientifiche affascinanti, progressi tecnologici impensabili, possibilità che sembrano superare ogni limite umano e aprire le porte a un futuro migliore. Per altri, invece, è un’epoca segnata da minacce gravi e inquietanti: il surriscaldamento globale, l’innalzamento dei mari, la distruzione dell’ozono, la deforestazione, il rischio nucleare, il crollo dei valori fondamentali e l’indifferenza verso i più fragili.
Questo nostro tempo appare dunque come un tempo paradossale: ricco di opportunità, ma anche di sfide; pieno di promesse, ma attraversato da profonde incertezze. È un tempo che interroga, scuote, provoca. La domanda che ci si pone è: con quale sguardo lo abitiamo? Alcuni lo vivono nella luce della speranza, altri sotto l’ombra della paura e dell’angoscia.
In ogni caso, la realtà chiede una risposta lucida, responsabile e aperta al futuro. Sta a noi decidere se essere spettatori disillusi o protagonisti coraggiosi del cambiamento.
Nei versetti precedenti alla seconda lettura (Gc 5,1-6), l’autore della Lettera di Giacomo rivolgeva un durissimo rimprovero ai ricchi oppressori che si arricchiscono calpestando i diritti dei poveri e trattenendo i salari dei lavoratori. Denunciava le loro ingiustizie con la certezza che Dio non avrebbe ignorato tali soprusi. Ora, nel brano proposto, Giacomo si rivolge invece ai poveri, a coloro che sono vittime della prepotenza e dell’indifferenza dei potenti.
Anche oggi, come ai tempi di Giacomo, tante persone vivono nell’umiliazione, nell’ingiustizia, nello sfruttamento. Molti si sentono abbandonati, privati della loro dignità e senza vie d’uscita. In questo contesto, la parola dell’apostolo diventa un messaggio di speranza: Dio vede, conosce le sofferenze del suo popolo e non è indifferente. La sua promessa non è vana. Il giorno della salvezza si avvicina.
Nel tempo di Avvento, questa promessa acquista un significato ancora più profondo. La nascita di Gesù che ci prepariamo a celebrare è la conferma che Dio è entrato nella storia per stare con noi, per liberarci da ciò che ci opprime e restituirci la vita e la dignità. L’Avvento è, dunque, un tempo di attesa fiduciosa, un cammino che riaccende la speranza. È il tempo per accogliere la salvezza che il Signore viene a portare e aprire il cuore alla sua presenza che consola, rialza e dona luce a chi cammina nel buio.
Nel bellissimo Vangelo di Matteo (11,2-11), proposto dalla liturgia della terza domenica di Avvento, è lo stesso Gesù a presentarsi come il Messia promesso, venuto nel mondo per realizzare le antiche promesse di Dio, per vincere il male e aprire all’umanità sentieri di vita nuova e abbondante. La sua presenza segna l’inizio di una nuova era: un tempo in cui gli esclusi trovano accoglienza, gli abbandonati ritrovano dignità, i senza voce possono finalmente parlare, e chi vive nelle tenebre scopre la luce della speranza.
Non si tratta di un racconto chiuso nel passato, appartenente solo al tempo di duemila anni fa. La storia del Messia continua ancora oggi, nel nostro presente, nelle nostre città, nelle nostre case. Gesù continua a venire incontro a ciascuno di noi: guarisce le nostre ferite, spezza le catene che ci tengono prigionieri, apre vie di speranza e ci dona, con generosità, la salvezza di Dio.
Accogliere questa salvezza significa lasciarsi raggiungere da lui, rompere con ciò che ci tiene lontani dalla pienezza della vita, aprirci al cambiamento e accettare la novità che egli porta. È un invito a lasciarci trasformare dalla sua presenza, a vivere questo tempo di Avvento come una reale occasione di rinascita e rinnovamento.
Giovanni, il “Battista”, colui di cui Gesù disse che era “il più grande tra i nati di donna”, ci appare ogni anno nel tempo di Avvento per aiutarci a prepararci all’arrivo del Messia. La sua figura forte e limpida ci interpella profondamente: la rettitudine e la coerenza della sua vita, la sua integrità morale, il suo impegno per la verità, il suo stile sobrio e distaccato, il suo disprezzo per la ricchezza e l’indifferenza verso una vita comoda e facile, il suo coraggio nel remare controcorrente e la sua ferma decisione di far risuonare la voce di Dio nel mondo degli uomini.
Giovanni è un autentico profeta, chiamato da Dio a una missione che ha cercato di compiere con fedeltà e determinazione. Anche la nostra vita cristiana e la nostra testimonianza nel mondo trovano senso e forza quando sono vissute con la stessa rettitudine e onestà.
Lo stile essenziale di Giovanni ci invita a vivere in modo più autentico, a liberarci dal superfluo, a non temere la verità, a non piegarci alla mentalità dominante. Il suo messaggio ci chiama a un cambiamento radicale, affinché anche il nostro cuore diventi una strada aperta per l’ingresso del Signore nella nostra storia personale e comunitaria. Giovanni ci mostra che preparare la venuta del Messia significa lasciarci trasformare profondamente.
In questo tempo di Avvento, lasciamoci provocare dalla voce di Giovanni il Battista. La sua figura, forte e libera, ci ricorda che non possiamo accogliere il Signore restando uguali a prima. È tempo di svegliarci, di raddrizzare i sentieri del cuore, di semplificare la vita per fare spazio all’essenziale. Come Giovanni, siamo chiamati a essere voci che preparano, testimoni che indicano, luci che brillano in mezzo alle tenebre.
Il Signore viene, non solo a Betlemme, ma anche nelle nostre case, nelle nostre ferite, nelle nostre speranze. Prepariamoci con coraggio e sincerità, perché la gioia vera nasce là dove c’è un cuore disposto a cambiare. Giovanni ci mostra la strada: sobrietà, verità, giustizia, apertura. Che anche noi possiamo essere, oggi, profeti di speranza, annunciatori della luce e gioia che vince ogni oscurità.
* Padre Geoffrey Boriga, IMC, licenziato in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma.










