Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
Ci prepariamo a celebrare la nascita di Gesù. Nella seconda tappa del cammino dell’Avvento, la liturgia ci invita a contemplare il senso profondo della sua venuta tra gli uomini: Egli viene a realizzare le promesse di Dio e ad inaugurare un mondo nuovo, radicalmente diverso da quello vecchio che conosciamo, segnato da odi, conflitti, menzogne, violenze e guerre.
La Parola di Dio che ascoltiamo in questa Domenica ci esorta ad accogliere questo Bambino a braccia aperte e ad accettare con fiducia la sfida che Egli ci propone: diventare parte attiva della comunità del Regno di Dio.
Nella prima lettura (Is 11,1-10), il profeta Isaia ci presenta, con il linguaggio poetico e la forza visionaria del profeta, il progetto che Dio intende realizzare per il Suo popolo. Al momento stabilito, sorgerà un “unto” del Signore, discendente della stirpe di Davide, che instaurerà un regno di giustizia e di pace senza fine. In questo mondo riconciliato e armonioso, “il lupo abiterà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme, i loro piccoli si sdraieranno insieme; il leone mangerà paglia come il bue. Il lattante giocherà sulla buca dell’aspide e il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso”.
Questa visione profetica apre una finestra sul sogno di Dio e ci permette di intravedere, in lontananza, il Bambino di Betlemme, colui che dà inizio a tutto questo.
È davvero affascinante il “mondo nuovo” sognato dal profeta-poeta Isaia. Un mondo di armonia, di pace, di riconciliazione profonda tra tutte le creature. Tuttavia, a oltre 2.700 anni di distanza da quella visione profetica, questa splendida utopia sembra ancora drammaticamente lontana dalla nostra realtà quotidiana.
Guerre interminabili, spesso di una violenza brutale, continuano a seminare ovunque dolore e morte; i potenti della terra impongono logiche di dominio e di profitto, accrescendo ingiustizie e disuguaglianze, piegando leggi e istituzioni ai propri interessi. Il consumismo sfrenato, l’ambizione senza misura, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse del pianeta, la corsa al benessere a ogni costo, ci hanno condotti a un punto critico nel rapporto con la natura, esponendo l’intera umanità al rischio di crisi ambientali e sociali di proporzioni globali.
E intanto, milioni di uomini, donne e bambini vivono ben al di sotto della soglia di povertà, privi del necessario per vivere con dignità: cibo, cure mediche, istruzione, lavoro, casa. In questo contesto così complesso e ferito, le parole del profeta risuonano come una provocazione ma anche come una promessa da custodire, desiderare e costruire.
Affrontare tutto questo richiede coraggio, fede e un impegno costante nella costruzione di un mondo più giusto e umano. La promessa fatta da Dio attraverso Isaia, ribadita tante e tante volte nella storia da altre voci profetiche, mantiene per noi un valore profondo e attuale. Continuiamo a nutrire la speranza in quel mondo nuovo promesso da Dio, lasciandoci guidare dalla sua Parola e dalla fiducia che la sua volontà di salvezza si compirà.
In questo tempo di Avvento, nel quale ci prepariamo a celebrare la venuta di Gesù nella storia degli uomini, è importante interrogarci su ciò che ancora ci impedisce di accogliere il Signore e la proposta che Egli, per mandato di Dio, è venuto a portarci. Dobbiamo chiederci cosa cambiare nella nostra mentalità, nel nostro modo di vedere il mondo e gli altri, nel nostro agire quotidiano e nei valori su cui costruiamo la nostra esistenza, affinché il mondo sognato da Dio possa diventare realtà. Forse c’è qualcosa nella nostra vita che ostacola l’arrivo di Gesù fino a noi e rende difficile accogliere la Sua proposta.
Nella seconda lettura (Rm 15,4-9), l’apostolo Paolo, rivolgendosi ai cristiani di Roma, ricorda alcune delle esigenze che derivano dall’impegno assunto con Cristo. Essendo, tra i loro concittadini, il volto visibile di Cristo, i cristiani sono chiamati a testimoniare unità, armonia e fraternità, accogliendo e sostenendo i fratelli più deboli e diventando segni concreti del mondo nuovo che Cristo è venuto a inaugurare.
La comunità cristiana è composta da uomini e donne di molte origini e con storie di vita differenti. Tuttavia, nonostante le diversità, essa è chiamata a essere, in mezzo agli uomini, testimone del mondo nuovo, del mondo sognato da Dio. I discepoli di Gesù, seguendo il Suo esempio, devono prendersi cura gli uni degli altri, soprattutto dei più fragili, e accogliersi reciprocamente, come Cristo ha accolto ciascuno di noi. Fratelli in Cristo, sono chiamati a testimoniare la fraternità, a vivere nell’amore e a proclamare, con una sola voce, le lodi di Dio. Questa è la vocazione fondamentale della comunità dei credenti che si riunisce attorno a Gesù.
Nel Vangelo di questa domenica (Mt 3,1-12), Giovanni Battista lancia un forte avvertimento a tutti coloro che accorrono a lui nella valle del fiume Giordano: la realizzazione del Regno di giustizia e di pace, promesso da Dio, è ormai vicina. Per accogliere l’inviato di Dio, è indispensabile intraprendere un cammino di conversione. Convertirsi significa abbandonare le strade sbagliate e ritornare verso Dio. Chi accetterà di fare questo cammino sarà pronto ad accogliere il Regno di Dio e a far parte della comunità del Messia.
Giovanni, il Battista, profeta inviato per preparare l’umanità all’arrivo di Gesù, propone una sfida essenziale: convertirsi. Questo è, secondo lui, il vero modo per preparare la strada al Signore. Convertirsi non si riduce semplicemente al pentimento per le colpe commesse o alla penitenza per espiare i peccati; non consiste solo in una maggiore osservanza delle pratiche religiose o in un aumento del tempo dedicato alla preghiera. Nella sua accezione più autentica, biblica, la conversione è un cambiamento radicale di direzione: è lasciare i sentieri dell’egoismo, dell’autosufficienza, dell’orgoglio, dell’attaccamento ai beni materiali, e tornare a Dio.
Convertirsi è riavvicinarsi a Dio, tornare ad ascoltarlo, vivere secondo la sua volontà; è decidere di assumere lo stile di vita di Gesù, fatto di amore, condivisione, servizio, perdono, dono di sé a Dio e ai fratelli; è accogliere il Regno di Dio e impegnarsi a renderlo visibile e concreto nel mondo. Solo chi è disposto a percorrere questo cammino può veramente accogliere il Signore che viene.
Fratelli e sorelle carissimi, il tempo di Avvento è un dono, un’opportunità preziosa per fermarci, guardarci dentro e lasciarci toccare dalla voce di Dio che ci chiama a tornare a Lui con cuore sincero. In mezzo al rumore del mondo, alle corse quotidiane, alle preoccupazioni che ci appesantiscono l’anima, Dio ci invita alla speranza, alla conversione, alla novità di vita.
Non lasciamo che questo tempo passi invano. Apriamo le porte del nostro cuore, lasciamoci trasformare dalla luce del Vangelo, scegliamo con coraggio di abbandonare ciò che ci allontana da Dio e dagli altri. Prepariamoci ad accogliere non un’idea, ma una Persona: Gesù Cristo, il Dio con noi, che viene a donarci la pace, a guarire le nostre ferite, a costruire con noi un mondo più umano e più giusto.
Che quest’Avvento non sia solo un tempo liturgico da attraversare, ma un vero cammino di rinascita interiore. Lasciamo che il Bambino di Betlemme nasca davvero nelle nostre vite. Così, anche noi potremo diventare luce nel buio, speranza per chi è scoraggiato, mani tese verso chi è solo.
* Padre Geoffrey Boriga, IMC, licenziato in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma.










