Libano. «Siate artigiani della pace»

Uno dei momenti della messa di papa Leone XIV, a Beirut. Il pontefice ha parlato ai fedeli usando quasi sempre il francese, seconda lingua più conosciuta in Libano, dopo l'arabo Uno dei momenti della messa di papa Leone XIV, a Beirut. Il pontefice ha parlato ai fedeli usando quasi sempre il francese, seconda lingua più conosciuta in Libano, dopo l'arabo Foto: Angelo Calianno
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Il primo viaggio di papa Leone XIV all'estero

Beirut. Martedì 2 dicembre 2025, 5:30 del mattino. Si aprono i cancelli per accedere al «Waterfront», lo spazio destinato alla grande messa di papa Leone XVI per il popolo libanese.

La funzione si terrà alle 10:30, ma, per questioni di sicurezza, gli ingressi saranno possibili solo dalle 5:30 alle 8:30.

Per accedervi, è stato necessario prenotare online. Sin dalla loro messa in rete, i biglietti si sono esauriti in poche ore (per i posti migliori) e in pochi giorni per i posti in piedi. Sono stati 150mila i ticket emessi.

Il papa arriva qui, dopo giorni di tensioni in cui Israele – malgrado il cessate il fuoco in vigore da un anno – è tornato ad attaccare Beirut, uccidendo il capo delle truppe di Hezbollah, Haytham Ali Tabatabai, ucciso il 23 novembre.

Il pontefice, proveniente dalla Turchia, è atterrato a Beirut il 30 novembre. Appena lasciato l’aeroporto, ha attraversato la capitale libanese, passando anche dal quartiere a maggioranza sciita di Dahieh, la zona più colpita dai bombardamenti israeliani negli ultimi due anni.

Al passaggio del papa, sul ciglio della strada, non c’erano solo cristiani, ma anche musulmani che sventolavano la bandiera del Vaticano. Uno dei ragazzi presenti ci ha detto: «La visita di un papa per noi è un privilegio e un segno importante. Non importa a quale religione apparteniamo, la sua presenza, soprattutto in questo momento, è un fatto storico e noi potremmo dire di averlo visto»., l’ultima visita di un pontefice era stata quella di Giovanni Paolo II nel 1997. All’arrivo, papa Leone ha subito incontrato il presidente, il primo ministro e tutte le massime autorità politiche. Il giorno successivo, il 1° dicembre, si è recato al monastero di San Marone ad Annaya e al santuario di nostra signora del Libano ad Harissa. Ma è oggi la giornata che tutti aspettano, perché migliaia di persone potranno vedere il pontefice dal vivo.

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Due monaci dell’Olm (Ordine libanese maronita) in preghiera sul selciato, durante l’omelia di papa Leone. Tra le visite più significative di questi tre giorni, c’è stata proprio quella al monastero di San Marone e al santuario di San Charbel Makhlouf ad Annaya, luoghi tra i più importanti per l’ordine maronita. Foto: Angelo Calianno

Le parole di Leone XVI

Per la funzione si è scelto questo luogo del porto, in ricordo delle oltre duecento persone che persero la vita qui, durante l’esplosione del 2020. L’entrata tra il pubblico del Papa scatena un contagioso entusiasmo: sventolano bandiere del Libano e del Vaticano (il governo ha vietato l’uso di qualsiasi altra bandiera, sia di gruppi politici che di gruppi religiosi, come quello di Hezbollah).

La messa si svolge quasi tutta in francese, a parte alcune preghiere recitate in latino, ma l’ultimo messaggio del papa viene pronunciato in inglese: «Cristiani del Levante, mi rivolgo a voi in un Medioriente così martoriato. Dobbiamo uscire dalla spirale di vendette e divisioni che causano solo violenza. Mi rivolgo a tutti, ma soprattutto a voi, e vi prego: siate artigiani della pace».

L’ultimo discorso di saluto viene accolto da diversi minuti di applausi. La folla saluta il Santo padre gridando: «Viva il papa!». Nei suoi discorsi, il pontefice ha parlato sempre di pace, senza fare alcun riferimento diretto a Israele o Hezbollah. Le reazioni dei libanesi alla visita e alle sue parole sono state diverse, così come diverso è il tessuto sociale di questo Paese.

Pieni di speranza e gratitudine i cristiani, che rappresentano circa il 35% di tutta la popolazione. Più dubbiosi gli sciiti. Parliamo con Ali, uno di loro, che ci dice: «Avere la visita di un papa nel nostro Paese è sicuramente motivo di orgoglio, quantomeno perché la gente, nel mondo, si ricorda che ci siamo anche noi. Ma nel Sud del Libano si continua a bombardare. Israele sta già occupando militarmente alcuni villaggi. Non ci sono più scuse per fare questo, Hezbollah non c’è più in quelle zone, non c’è più nessuno: è solo un’altra delle loro scuse per ampliarsi. Il nostro governo e il nostro esercito non fanno nulla per contrastare la situazione. Nei discorsi di questi giorni, non c’è stato un solo cenno al massacro che Israele sta perpetrando».

Israele non si ferma mai

Giorni prima della visita di papa Leone, erano trapelate alcune informazioni da diverse intelligence del Medioriente. Le notizie parlavano di una nuova offensiva di Israele subito dopo la partenza del pontefice.

La notizia è stata poi confermata dalle stesse agenzie di stampa israeliana. Israele ha dichiarato di aver avuto il benestare degli Stati Uniti per una nuova offensiva volta a eliminare tutti gli affiliati di Hezbollah rimasti.

A confermare queste ipotesi, a poche ore dalla partenza del papa, l’artiglieria israeliana ha colpito e distrutto diverse case nei villaggi di Beit Lif e Ramiyeh, a Sud del Libano. Contemporaneamente, nuovi droni sono tornati a sorvolare Beirut.

Per strada, durante uno dei passaggi della papa mobile, un anziano signore cristiano di nome Yusuf, parlando dei probabili nuovi attacchi, scherzando, ci ha detto: «Hanno detto che, dopo la partenza del Papa, Israele scatenerà una nuova guerra. Allora, teniamo il papa qui. Ospitiamolo per un altro anno. Chissà cosa farebbe Israele».

* Angelo Calianno, da Beirut. Originariamente pubblicato in: www.rivistamissioniconsolata.it

Ultima modifica il Mercoledì, 03 Dicembre 2025 11:13

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