"Padre Valeriano Paitoni ci ha accolto quando il mondo ci ha rifiutato"

Padre Valeriano presiede la celebrazione missionaria in Brasile. Padre Valeriano presiede la celebrazione missionaria in Brasile. Foto: Archivio IMC Brasile

Due mesi dopo la scomparsa di padre Valeriano Paitoni, IMC, e in occasione del 1° dicembre, Giornata Mondiale contro l'AIDS, istituita nel 1988 dalle Nazioni Unite e dall'OMS, pubblichiamo questa bellissima intervista a Marília Nascimento Alves, in cui racconta come il missionario l'abbia accolta con tenerezza e fede. È una storia d'amore, speranza e missione che continua a ispirare.

Il 5 ottobre, ad Alpignano in Italia, è deceduto padre Valeriano Paitoni, missionario della Consolata che ha dedicato gran parte della sua vita all'accoglienza, alla cura e alla difesa della dignità dei bambini e adolescenti sieropositivi che convivono con il virus dell’HIV/AIDS. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto immenso, ma anche un'eredità di fede viva e amore concreto.

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Padre Valeriano nella lotta contro i pregiudizi e l'ignoranza sull'AIDS 

Nato a Pontevico nella provincia di Brescia, il 24 dicembre 1948, padre Valeriano trascorse quasi tutti i suoi 48 anni di sacerdozio in Brasile. Negli anni '90, durante l'epidemia di HIV, quando molti si allontanavano per paura o pregiudizio, il missionario si avvicinò, aprendo porte, braccia e cuori. A San Paolo in Brasile, fondò le Case di Accoglienza “Siloé”, “Lar Suzanne” e “Vila Vitória”, dove decine di ragazzi e ragazze sieropositivi trovarono non solo rifugio e cure, ma anche una famiglia, speranza e un senso alla vita.

Tra queste storie c'è quella di Marília Nascimento Alves, accolta da bambina nel 1997 nel “Lar Suzanne”. Oggi, adulta, madre e operatrice sanitaria, Marília ricorda quanto questo missionario sia stato una presenza di Dio nella sua vita: un padre spirituale che credeva nella vita quando tanti non ci credevano più.

In questa intervista, condivide la sua storia segnata dalla lotta contro la malattia e gratitudine, e rende un commosso omaggio a colui che, con coraggio e tenerezza, ha fatto dell'accoglienza il centro della sua missione: "Padre Valeriano era più di un sacerdote: era un padre, un protettore, un angelo mandato da Dio".

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Padre Valeriano con alcuni bambini accolti nelle case. Foto: Archivio personale di Marília N. Alves

Marília, potresti raccontarci un po' della tua storia?

Sono nata il 24 giugno 1993 a San Paolo. Mi è stato diagnosticato l'HIV per trasmissione verticale, da madre a figlia. I miei genitori, Edna ed Elvis, erano tossicodipendenti e, per ordine del tribunale, mi hanno allontanata da loro quando ero ancora bambina, perché avevo bisogno di cure che loro non potevano fornirmi.

Sono stata accolta in una casa di accoglienza per bambini nel quartiere Morumbi, ma questa istituzione è stata chiusa a causa di maltrattamenti e irregolarità. Nel 1997, Diego, Adriano, Tatiane e io siamo stati indirizzati alle case di accoglienza fondate da padre Valeriano Paitoni, “Siloé” e “Lar Suzanne” a pochi metri una dell’alta.

Lì ho trovato amore, cure e dignità. Sono cresciuta circondata da affetto e da una vera famiglia. Raggiunta l'età adulta, nel 2011, ho lasciato il “Lar Suzanne”. Dopo alcune esperienze difficili, sono stata accolta dalla mia madrina Dorinha, una donna meravigliosa. Nel 2013 è nato mio figlio Miguel, sano, grazie a Dio.

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Tre generazioni: Padre Valeriano, Marília e Miguel. Foto: Archivio personale

In seguito, ho rincontrato mia madre e le mie sorelle, ma purtroppo non ho avuto molti contatti con loro. Mia madre è morta nel 2016 e non ho mai avuto modo di conoscere mio padre, assassinato pochi anni dopo la mia nascita. Oggi sono un'assistente infermiera e lavoro in un grande ospedale di San Paolo.

Hai mai subito pregiudizi per la tua sieropositività?

Personalmente, non ricordo di averli sperimentati direttamente. Sono sempre stata una ragazza sognatrice e un po' distaccata da queste cose. Ma ho assistito a scene dolorose, come la discriminazione che mio fratello d’istituzione, Adriano ha subito a scuola.

Era un'ora di geografia e l'insegnante ci chiese di mettere dei pezzettini di carta in un contenitore. Quando ci infilò la mano, nessun bambino volle più farlo. Fu un momento imbarazzante. La cosa peggiore è che l'insegnante non fece nulla per alleviare la situazione.

Padre Valeriano andò a scuola, parlò con gli educatori e offrì il suo aiuto per affrontare meglio situazioni come questa. Si rifiutò di rimanere in silenzio di fronte all'ingiustizia, ricordandomi ciò che disse Martin Luther King: "Ciò che mi preoccupa non è il grido dei malvagi, ma il silenzio dei buoni".

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Padre Valeriano nella casa natale del Fondatore, San G. Allamano a Castelnuovo Don Bosco. Foto: Jaime C. Patias

Ci sono stati momenti in cui hai pensato di mollare? Cosa ti ha spinto ad andare avanti?

Non so se la parola sia "mollare", ma ho avuto molti momenti di scoraggiamento. Ricordo le vacanze scolastiche: i bambini che avevano famiglia trascorrevano del tempo con i loro parenti, e noi, che non ce l'avevamo, rimanevamo nell'istituzione. Era triste, sembrava una punizione.

Quando ne abbiamo parlato con padre Valeriano, si è commosso e ha cambiato tutto. Da allora in poi, chi non aveva famiglia è stato accolto dai volontari della comunità. Sono stati giorni magici, di viaggi, uscite, affetto. Questo ha cambiato la nostra autostima e ci ha restituito la gioia. Ci diceva sempre: "Non abbassate la testa, non arrendetevi mai. Dio sarà con voi. Lottate sempre per la vostra vita e per quella del vostro prossimo".

Cosa rappresenta per voi “Lar Suzanne” oggi?

Sono arrivata nella casa nel 1997, all'età di quattro anni. All'inizio mi nascondevo sotto il tavolo, spaventata e sospettosa. Ma, col tempo, le "zie" (assistenti) si sono avvicinate e mi hanno accolta. Presto mi sono integrata completamente.

Vivere lì è stata una benedizione. Eravamo tra persone che capivano il nostro dolore, soprattutto quello emotivo. Abbiamo creato legami forti: eravamo fratelli nelle case, litigavamo, ma ci amavamo e ci difendevamo a vicenda.

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Padre Valeriano con Marília nel giorno del suo quindicesimo compleanno. Foto: Archivio personale

La casa rappresenta la salvezza della mia vita. È stata la famiglia che non avevo nel senso tradizionale del termine, ma che mi ha plasmato e protetto. Siamo cresciuti insieme e, ancora oggi, da adulti, ci aiutiamo a vicenda. Le case “Siloé”, “Lar Suzanne” e “Vila Vitória” sono state il nostro rifugio sicuro: luoghi di amore, speranza e vita.

Qual è stata l'importanza di padre Valeriano Paitoni nella tua vita? Qual è la più grande eredità che ha lasciato per te e per la società?

La sua importanza è stata totale! Mi ha salvato la vita. Quando sono arrivata, ero una bambina smarrita, malata e senza una direzione. Lui ha creduto in me quando i medici dicevano che non avrei raggiunto i sette anni. Grazie a lui sono cresciuta, ho studiato, mi sono laureata e oggi sono mamma. Lui è stato un padre, un protettore e un consigliere.

Sempre presente, sempre attento. Anche al suo ritorno in Italia, non si è mai allontanato. Ci ha chiamato, visitato e seguito le nostre vite. La sua presenza ha illuminato i nostri cammini.

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Incontro di volontari ed ex ospiti delle case-famiglia, nel 2018. Foto: Archivio personale

Il suo coraggio e la sua coerenza si sono distinti. Padre Valeriano non aveva paura di nulla. Affrontava i pregiudizi a testa alta e, se necessario, avrebbe dato la vita per ogni uno di noi. Era coerente: ciò che diceva, lo faceva. Le sue parole e le sue azioni erano un'unica testimonianza. "Le parole commuovono, ma gli esempi trascinano" (Sant'Agostino).

La più grande eredità che padre Valeriano ha lasciato è che la fede si traduce in opere, ricordando che "la fede senza le opere è morta" (Gc 2,17). Ha lottato per la vita, ha accolto bambini rifiutati, ha affrontato l'epidemia di HIV con coraggio e umanità. E quando se n'è andato, mi è venuto in mente questo versetto biblico: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede" (2 Ti 4,7-8).

Cosa ti dà ancora speranza oggi? Quali sono i tuoi sogni?

La mia storia di vita e mio figlio Miguel sono le mie più grandi motivazioni per andare avanti. Oggi sono un tecnico infermieristico in un ospedale di San Paolo. Voglio frequentare la scuola infermieristica, comprare una casa e continuare a crescere mio figlio con amore e fede, proteggendolo dalle brutte esperienze della vita che ho attraversato.

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 Incontro dei “bambini” per ricordare l'eredità lasciata da padre Valeriano. Foto: Archivio personale

Direi che tutti abbiamo problemi, ma il segreto è non arrendersi. “Abbi fiducia in Dio e lotta sempre per i tuoi sogni, perché nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma può iniziare ora e creare una nuova fine” (Chico Xavier). E aggiungerei qualcosa che ho imparato nella vita: “Il dolore è inevitabile, ma la sofferenza è facoltativa” (Fernando Pessoa). Ci vuole coraggio per cambiare rotta quando necessario.

Cosa diresti a qualcuno che ancora teme o discrimina le persone sieropositive?

Non giudicherei quella persona, ma la inviterei a informarsi. Non c'è motivo di temere o discriminare. Ogni atto di pregiudizio è un'alleanza con il virus e con la distruzione dell'altro.

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Padre Valeriano Paitoni con un gruppo di missionari che lavoravano in Brasile. Alpignano nel 2023. Foto: CG/IMC

È possibile vivere normalmente con l'HIV, basta seguire correttamente la terapia. Il pregiudizio è letale quanto il virus stesso, come diceva Herbert Daniel: “Viviamo non solo con virus biologici perversi, ma anche con virus ideologici perversi”.

Sono certa che padre Valeriano e la sua eredità vivranno per sempre nei nostri cuori, perché “coloro che amiamo non muoiono mai, se ne vanno solo prima di noi” (Dott.ssa Zilda Arns).

* Padre Júlio Caldeira, IMC, maestro dei novizi a Manaus e vicepresidente della REPAM.

 

Ultima modifica il Domenica, 30 Novembre 2025 21:51

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