Il mese di novembre tradizionalmente ci porta a ricordare i nostri cari defunti e, come famiglia Consolata, il 15 novembre, si celebra in ogni comunità la Messa in memoria dei missionari e delle missionarie, i loro familiari, amici e benefattori defunti.
A Roma la celebrazione è stata realizzata nella chiesa del Corpus Domini, lungo la via Nomentana, presieduta da padre Erasto Mgalama, Consigliere Generale, e concelebrata dai sacerdoti confratelli con la partecipazione delle comunità dei missionari e delle missionarie della Consolata di Roma e Nepi, oltre le religiose dell'Adorazione.
“Come tutti i fedeli, siamo raccolti attorno Gesù Cristo risorto per capire la debolezza della morte. Non dobbiamo avere paura della morte perché la morte ci libera dal peccato”, ha sottolineato padre Erasto nella sua omelia, prima di ricordare le parole di San Giuseppe Allamano: “Il giorno della Commemorazione dei defunti non è per me un giorno di malinconia ma di allegrezza. Non oso dirlo agli altri, ma voi comprendete. San Giuseppe Cafasso diceva: «Beato quel giorno in cui mi toglierò dal pericolo di peccare».”

Padre Erasto Mgalama, Consigliere Generale
Tra novembre 2024 e novembre 2025, il Signore ha chiamato a sé 24 missionari e 14 missionarie della Consolata, insieme a tanti altri familiari, amici e benefattori. I nomi presenti nell'elenco sono stati ricordati all'inizio della celebrazione.
Il Santo Fondatore diceva che, “la comunità sarà sempre formata dei vivi e dei defunti e questo vincolo non si scioglierà più, neppure in Paradiso. Quando più nessuno penserà ai parenti, ci sarà sempre chi penserà a noi, chi pregherà per noi. Quale consolazione il pensare che apparteniamo ad un Istituto che durerà fino alla fine del mondo!”
Da questo insegnamento dell'Allamano impariamo che “i legami fra di noi non si scioglieranno mai e la comunità è invitata a partecipare unita nella preghiera per i defunti”, ha segnato padre Erasto per dimostrare “una continuità tra la vita terrena e quella eterna, in cui la comunione nella Chiesa risplende soprattutto nel sostegno reciproco nella preghiera, confermando la fiducia cristiana nella resurrezione e nella misericordia di Dio”.

Commentando il brano del Vangelo (Mt 25,31-41) proclamato durante la Messa, padre Erasto ha evidenziato l’invito “a riflettere sul senso della nostra vita cristiana, soprattutto in relazione alla testimonianza dei missionari e delle missionarie defunti. Erano uomini e donne che hanno dato tutto per annunciare il Vangelo, per servire i più poveri, gli esclusi, spesso fino all’eroismo e al sacrificio della stessa vita”, ha detto citando come esempio le beate Leonella Sgorbati e Irene Stefani.
“Il Vangelo ci presenta l’ultimo giudizio, in cui il Signore accomuna i santi e i missionari, e li riconosce non tanto per grandi opere appariscenti, ma per la carità vissuta concretamente nel quotidiano, soprattutto verso i più bisognosi. «Ero affamato, e mi avete dato da mangiare; ero nudo, e mi avete vestito…» (Mt 25, 35-36).

“In questo senso, - ha referito padre Erasto -, il Giubileo dei Poveri svolto questo fine settimana a Roma, “diventa un richiamo a condividere i frutti spirituali e materiali dell’Anno Santo della Speranza che non illude. Il Papa Leone XIV evidenzia che la responsabilità sociale della Chiesa e di ogni cristiano è radicata nell'atto creativo di Dio, Dio ha creato i beni della terra per tutti, non per alcuni. Quindi, aiutare i poveri è una questione di giustizia prima ancora che di carità”.
Nella missione, “non è la quantità di attività o la visibilità ciò che conta, ma la qualità della santità interiore che ci permette di vedere Cristo nei poveri, negli ultimi, in chi ha fame e sete di giustizia e amor di Dio”. San Giuseppe Allamano ci insegna che, “per essere missionari efficaci dobbiamo prima di tutto essere santi, cioè persone che sanno amare in modo concreto e coerente la presenza di Cristo nel prossimo”, ha concluso padre Erasto.

Al termine della Messa, padre Ernesto Viscardi e suor Luisa Elvira Ferracci hanno espresso le loro testimonianze su alcuni missionari e missionarie defunti. Riportiamo di seguito le parole di padre Ernesto.
Testimonianze
“La tradizione dei nostri istituti di fare memoria dei nostri confratelli e consorelle defunti è certamente una tradizione bella e da mantenere nel tempo. Questo perché chi ci ha preceduto nella vita, nella fede e nella missione, allo stile della Consolata, con la loro vita hanno creato e consolidato la storia dei nostri istituti e a loro va tutta la nostra riconoscenza.
Ma questa bella e importante tradizione ci fa superare quel terribile atteggiamento già condannato dal nostro San Giuseppe Allamano, consolidato in quella altrettanto terribile frase che suona più o meno così: Vissero senza volersi bene e morirono senza rimpiangersi.

Suor Luisa Elvira Ferracci
Il ricordare I nostri missionari e le nostre missionarie defunte è parte di quello spirito di comunità che ci fa sentire non come camminatori-avventurieri solitari della missione, ma persone che appartengono a qualcosa (i nostri istituti), e a qualcuno (le nostre comunità).
Fare memoria è anche ricordare che molti di coloro che ci hanno preceduti, soprattutto fra quelli che abbiamo ricordato in questo giorno, hanno incrociato il nostro percorso esistenziale lasciandoci, nel ben e a volte anche nel male, qualcosa di loro stessi.

Così come posso non ricordare padre Emmanuele Maggioni, colui che con saggezza ed esperienza mi ha introdotto alla missione nella mia prima destinazione allo Zaire di allora, alla missione di Doruma. Il fugace incontro con padre Martin Serna, durante un corso di formazione, con il suo silenzio così pieno del rumore di Dio; l’amico e compagno di studi padre Valeriano Paitoni e il suo pratico e a volte spregiudicato approccio alla missione; padre Antonio Vismara, missionario in Etiopia ma prima di tutto il formatore per eccellenza. e si potrebbe andare avanti nella lista passando i 39 missionari e missionarie in elenco ad uno ad uno, ognuno con le sue particolarità.

Padre Ernesto Viscardi
Un mosaico di personalità diverse accomunate dalla missione e da una identità di carisma.
Mi è stato chiesto di ricordare padre Renzo Marcolongo, compagno, amico, confidente. Insieme abbiamo percorso gli anni della formazione: Varallo, Certosa, Londra e I primi anni della missione in Zaire.
Certo entrambi abbiamo vissuto in tempi che erano altri: altra era la formazione, altro era il pensare e prepararsi alla missione, altro ancora era la pratica missionaria. Ma ogni generazione di missionari ha comunque espresso un proprio originale stile che va riconosciuto e apprezzato.
È così difficile definire una persona con poche parole, perché ogni persona è un complesso mistero da decifrare, ma se dovessi definire padre Renzo direi così: Uomo di spirito libero e pratico.

Libero perché mai fissato su un’unica posizione o direzione ma aperto alle molte possibilità che la vita e soprattutto la missione gli ha offerto: Zaire, Colombia, Londra, Roma, tante le tappe della sua vita e quasi tutte con impegni di rilievo.
Pratico perché padre Renzo, nei suoi approcci alle situazioni e ai problemi non amava tante speculazioni, discussioni ritenute vaghe e inconcludenti, quanto piuttosto la scelta di vie dirette, pratiche e praticabili.
La Colombia con le sue bellezze e le sue contraddizioni è stata la terra dove ha speso più anni di lavoro missionario e che padre Renzo ha sempre portato nel cuore definendola una sua seconda patria. Lì ha lavorato con diversi ruoli e lì è sempre ritornato dopo aver assolto incarichi altrove.
Insomma, anche padre Renzo, per quanto ha fatto ed è stato, ha lasciato, la sua traccia in noi, compagni e pellegrini della missione, in tante persone da lui incontrate nelle strade della missione e della formazione, nel nostro istituto nel quale è cresciuto e ha lavorato.

“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16)
E noi oggi diamo gloria a Dio per I tanti missionari di prima, seconda o terza pagina, ma questo non ha importanza, che in tutta la storia dell’Istituto hanno vissuto e lavorato per il regno di Dio nel nome della Consolata e di San Giuseppe Allamano.
* Ufficio per la Comunicazione e padre Ernesto Viscardi.










