Tra banchi e cartelle la speranza non muore

Scuola "Notre Dame Consolata" e San G. Allamano nella periferia di Kinshasa Scuola "Notre Dame Consolata" e San G. Allamano nella periferia di Kinshasa Foto: Matthieu Kasinzi

A Kinshasa povertà e violenze non fermano le scuole

Il nuovo anno scolastico, lo scorso 1° settembre, è iniziato anche nella Repubblica Democratica del Congo. Può suonare strano, se si pensa che il Paese dell’Africa centrale è uno dei più poveri del mondo e sta impiegando tutte le sue energie, economiche ed umane, nel conflitto che nell’est ha visto, negli ultimi mesi, nuovamente aumentare le violenze, i morti, gli sfollati.

Eppure, gli studenti hanno ripreso la loro cartella, i loro libri, i loro quaderni e hanno varcato la soglia delle loro scuole. Certo, bisogna intendersi: in ognuno di quei tuguri che lì chiamano aule, di studenti ce ne vanno addirittura 60 se non 90, quando il posto scarseggia e per entrare a seguire una lezione ci si deve accontentare di sedersi per terra.

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Scuola Saint André Kaggwa a Isiro nella RD Congo

Ma, nonostante tutto, rimane lo stesso un segno di speranza. Come la recente decisione del governo di rendere gratuito tutto il percorso formativo dei bambini delle scuole elementari che dimostra quanto sia tenuta in considerazione l’istruzione primaria, giudicata uno strumento essenziale per migliorare il futuro nazionale.

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Una scelta che, però, nasconde anche una debolezza. «È un bel regalo che è stato fatto alla popolazione ma forse ci voleva più tempo per costruire nuove scuole, formare i nuovi maestri, equipaggiare le aule di strumenti dei quali ora non c’è traccia. Anche se l’idea è buona le priorità erano altre» racconta al nostro giornale padre Matthieu Kasinzi, missionario della Consolata e parroco di Sant’Ilario, nell’estrema periferia della capitale, Kinshasa.

Non una questione di lana caprina, visto che quest’anno, in tutte le scuole statali del Paese, sono attesi 29 milioni di ragazzi: «La maggioranza di questi alunni verranno inseriti in classi sovraffollate dove ci sarà un solo insegnate che potrà seguirli e dove avranno a disposizione poco più che una lavagna».

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Padre Matthieu Kasinzi, IMC, nella casa generalizia a Roma. Foto: Jaime C. Patias

Tutto questo, spiega il religioso, purtroppo non capiterà nella regione del Kivu, devastato dagli scontri tra esercito governativo e ribelli del movimento guerrigliero M23. «Come si può immaginare, in questi posti l’anno scolastico non è neanche iniziato. La gente, per sfuggire alle violenze, è sfollata abbandonando le proprie case. Le famiglie sono divise, disperse, e i ragazzi sono lontani». E poi quando i ribelli fanno irruzione in un villaggio vanno alla ricerca dei giovani da arruolare forzatamente nei loro gruppi militari così da poterli inviare in battaglia.

20250912Congo6«La guerra - ammonisce padre Matthieu - sta rubando loro l’infanzia. E impedisce a tantis simi ragazzi di formarsi compromettendo il loro sviluppo futuro. Nei campi profughi si organizzano dei piccoli corsi d’insegnamento ma non sono affatto validi e sufficienti»

L’impegno della Chiesa locale sul fronte dell’istruzione risulta essere il principale motore di spinta culturale e sociale tanto che il missionario della Consolata si spinge a dire con sicurezza che «se dovessimo cancellare tutto ciò che la Chiesa fa rimarrebbe davvero poca cosa.

La Chiesa possiede una grande percentuale di istituti scolastici». In ogni parrocchia, secondo i suoi dati, c’è più di un isti tuto convenzionato con lo Stato che si impegna a pagare gli insegnati, anche se lo stipendio risulta essere sempre molto basso.

Ma la Chiesa gestisce anche delle scuole totalmente private aperte alla popolazione povera e sofferente. «Molte di esse appartengono alle congregazioni religiose o fanno capo direttamente ai parroci. Per noi sono essenziali perché con esse possiamo compiere l’evangelizzazione tramite l’istruzione: molti politici che oggi sono al governo hanno frequentato le scuole cattoliche. Un impegno forte portato avanti con amore, abnegazione e qualità».

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Scuola Notre Dame de la Consolata costruita nel 2017 a Kinshasa

Come per le scuole del governo, anche per quelle ecclesiali ci vorrebbero fondi per poterle ristrutturare, ampliare, dotare di migliori strumenti didattici e tecnologici. Padre Matthieu non nasconde le difficoltà degli insegnati, che guadagnano sempre meno, ma anche delle famiglie che spesso non riescono a pagare le rette: «A Kinshasa, la mia congregazione, l’istituto Missioni della Consolata, gestisce diverse scuole che si trovano in alcune zone povere e che accolgono fino a 1.000 alunni ogni anno. E tra poco ne costruiremo delle altre. Lo facciamo perché crediamo che il modo migliore di fare promozione umana sia quello di educare ed istruire, anche ragazzi che non sono cattolici ma musulmani o protestanti».

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Scuola Saint André Kaggwa a Isiro 

Anche se il missionario, in fondo, apprezza gli interventi della comunità internazionale per sostenere economicamente l’istruzione in tutto il Paese, non lo trova d’accordo su alcuni metodi messi in campo da alcune singole organizzazioni dell’Onu: «Capita che, all’inizio dell’anno scolastico, vengono da noi portandoci dei sacchetti con due o tre quaderni e qualche penna dopo aver raccolto milioni di dollari in donazioni. E ci dicono: questo è il nostro modo di contribuire per aiutare gli alunni. Ma a noi questo non serve. Ci occorrono nuove strutture, attrezzature moderne come i computer, biblioteche».

Nella Repubblica Democratica del Congo l’unica cosa di cui abbondano gli studenti sono proprio penne e quaderni.

* Federico Piana è giornalista. Originariamente pubblicato in L’Osservatore Romano, venerdì 12 settembre 2025, p. III.

 

Last modified on Saturday, 13 September 2025 14:14

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