Con un gesto che risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, la Chiesa cattolica si prepara a canonizzare, domenica 7 settembre nella Piazza San Pietro a Roma, due figure che, sebbene separate da quasi un secolo, fungono come due pilastri dello stesso ponte: Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis. La loro elevazione congiunta agli altari non è una coincidenza liturgica, ma un audace manifesto pastorale.
Di fronte a una modernità frammentata dall'individualismo e a un'era digitale che promette connessione ma spesso raccoglie solitudine, il Vaticano propone due modelli di fede incarnata, che si occupa sia delle ferite del corpo sociale che dei deserti dell'anima virtuale.

Altare con la tomba del Beato Frassati nella Cattedrale di Torino
Pier Giorgio Frassati nella questione sociale
Per comprendere Frassati (1901-1925), è necessario immaginare la Torino del dopoguerra: una città industriale, convulsa, segnata dal divario tra una borghesia opulenta e un proletariato impoverito, e in cui già si stava formando il fascismo. In questo scenario, Pier Giorgio, figlio del fondatore del quotidiano La Stampa, era un aristocratico di nascita, ma un mendicante per scelta. La sua santità era una santità di muscoli, di scarpe consumate e di tasche perennemente vuote.
Non era un teorico della carità, ma un suo operario. I suoi biografi raccontano come tornasse a casa senza cappotto in pieno inverno o tornasse a piedi nudi dopo aver dato le sue scarpe a un povero. Sua sorella Luciana racconta nelle sue memorie che la famiglia lo rimproverava spesso per le sue “cattive compagnie”, senza capire che quelle compagnie - i malati e gli abbandonati dei quartieri poveri di Torino - erano la sua vera cappella.
La sua spiritualità non era eterea, ma profondamente radicata nell'Eucaristia e nell'azione. «La carità non basta; abbiamo bisogno di una riforma sociale», scrisse in una delle sue lettere, dimostrando un'insolita coscienza politica. San Giovanni Paolo II, che lo beatificò nel 1990, lo definì con precisione ineguagliabile «l'uomo delle otto beatitudini», un giovane che dimostrò che la santità è compatibile con una vita laica, gioiosa e pienamente immersa nelle sfide del mondo. Frassati è l'antidoto alla fede privatizzata e indolente; un promemoria del fatto che credere è, prima di tutto, agire.

Ingresso del Card. G. Gamba con la presenza di G. Allamano (in centro) e del giovane Frassati (a sinistra). Foto: Archivio IMC
Sebbene non ci siano prove di un contatto frequente, è quasi certo che Pier Giorgio Frassati abbia conosciuto San Giuseppe Allamano, rettore del Santuario della Consolata che frequentava abitualmente. Testimoni dell'epoca, come il canonico Nicola Baravalle, ricordano di averli visti insieme ad alcuni eventi e conserviamo persino una fotografia in cui appaiono insieme, accanto all'arcivescovo Giuseppe Gamba. Lo stesso Baravalle raccontò che, quando venne a sapere della morte di Frassati nel 1925, Allamano pianse commosso, segno inequivocabile di un profondo affetto: non si piange per uno sconosciuto. Questa affinità spirituale – l'amore per l'Eucaristia, per i poveri e per l'impegno sociale – rivela una sintonia che trascende l'aneddotico e lega i loro cammini nella stessa vocazione alla santità laicale e missionaria.
Carlo Acutis nel “Continente Digitale”
Se Frassati ci insegna a trovare Cristo nelle periferie fisiche, Carlo Acutis (1991-2006) ci mostra come trovarlo e annunciarlo negli areopaghi digitali. Cresciuto nella Milano dell'era di Internet, Carlo incarna la “normalità” che affascina tanto la sua generazione: amava i videogiochi, il calcio e la Nutella. Ma in quella quotidianità, ha integrato un rapporto con Dio di una maturità sorprendente.

Antonia Salzano e Andrea Acutis, genitori di Carlo Acutis presso la tomba del figlio ad Assisi
Sua madre, Antonia Salzano, ha ripetuto in diverse interviste che la chiave di Carlo era la sua coerenza: «Non teneva nulla per sé. Tutto ciò che aveva, dai suoi piccoli risparmi alle sue conoscenze informatiche, lo metteva al servizio degli altri». Questa generosità ha trovato la sua massima espressione in rete. Molto prima che la Chiesa parlasse ufficialmente di un «apostolato digitale», Carlo lo stava già esercitando. Il suo progetto più famoso, una mostra virtuale sui miracoli eucaristici, ha raggiunto milioni di persone in tutto il mondo, dimostrando che anche gli algoritmi possono essere vie verso Dio.
Papa Francesco sembra riferirsi ai giovani come lui nella sua esortazione Christus Vivit: «L'ambiente digitale [...] può essere uno spazio di solitudine, manipolazione, sfruttamento e violenza [...], ma non dimenticate che ci sono giovani che anche in questi ambiti sono creativi e talvolta geniali» (n. 88). Acutis era uno di quei geni. Non ha usato Internet per fuggire dal mondo, ma come un moderno pulpito dal quale proclamare la sua fede nella Presenza Reale, rendendo l'Eucaristia, la sua famosa «autostrada per il cielo», una destinazione accessibile con un solo clic.

Due modelli di resistenza spirituale
La scelta di questi due modelli non è casuale. Risponde a una crisi ben documentata. Dati recenti del Boston Consulting Group (2023) e altri studi sociologici confermano la tendenza globale, soprattutto in Occidente e in America Latina, all'aumento dei giovani senza affiliazione religiosa. Tuttavia, questo allontanamento dall'istituzione non sempre significa assenza di spiritualità. La cosiddetta “Generazione Z” apprezza soprattutto l'autenticità, la coerenza e l'impegno verso cause concrete come la giustizia sociale e ambientale.
È qui che Frassati e Acutis diventano radicalmente rilevanti. Non sono santi da vetrata, dalla perfezione irraggiungibile. Sono «santi in jeans e scarpe da ginnastica», come è stato descritto Acutis. Il loro fascino risiede nel fatto che non hanno predicato un Vangelo disincarnato. Lo hanno vissuto. Frassati nelle strade, tra i poveri. Acutis nella sua stanza, davanti a un computer. Entrambi dimostrano che la santità non è una fuga dal mondo, ma un'immersione più profonda in esso.
Entrambi sono modelli di resistenza spirituale: Frassati contro l'apatia sociale e l'indifferenza; Acutis contro il vuoto esistenziale e il cinismo digitale. Il loro messaggio combinato è un invito a santificare l'ordinario, a scoprire che la più grande avventura non consiste in imprese straordinarie, ma nell'amare il prossimo con una coerenza radicale, sia in cima a una montagna, in un quartiere marginale o nell'infinita estensione della rete. Sono i santi che ci insegnano a costruire ponti tra il Cielo e l'asfalto, tra il divino e l'umano.
* Santiago Quiñónez, giornalista e comunicatore IMC Colombia.










