Is 66,18-21; Sal 116; Eb 12,5-7,11-13; Lc 13,22-30
Dove stiamo andando? Cosa ci aspetta alla fine del cammino? Come dovremmo vivere affinché la nostra vita non finisca in un fallimento? La Parola di Dio che ci viene proposta in questa ventunesima domenica del Tempo Ordinario intende rispondere a queste domande. Ci invita a tenere lo sguardo fisso sulla salvezza che Dio vuole offrirci. Ci indica in quale direzione dobbiamo camminare per arrivarci.
Nella prima lettura (Is 66,18-21), un profeta non identificato rivela il piano di Dio per l'umanità: radunare attorno a Lui, nella città della fratellanza e della pace, uomini e donne di ogni nazione e lingua, in una comunità universale di salvezza. Questa sarà la meta finale, gloriosa e luminosa del nostro pellegrinaggio sulla terra.
La salvezza offerta da Dio ha dimensioni universali. Non è limitata a un popolo, a una casta o a un'élite; piuttosto, è destinata a "tutti, tutti, tutti" (“a todos” come insisteva papa Francesco). Nessuno sarà escluso dalla misericordia di Dio. Gesù verrà a rendere realtà questa straordinaria visione. Da Lui nascerà un popolo sacerdotale, composto da persone di ogni razza, colore e lingua. Allora ci chiediamo: il razzismo, la xenofobia, la discriminazione contro individui o gruppi e l'indifferenza verso la sorte degli immigrati sono compatibili con l'appartenenza alla famiglia di Dio?
Nella seconda lettura (Eb 12,5-7,11-13), un maestro cristiano esorta i credenti a vedere le sofferenze e le sconfitte che devono sopportare non come punizioni, ma come segni dell'amore di Dio. In questo modo, essi possono superare la paura che scoraggia e paralizza; nutriti dalla certezza di questo amore, possono camminare con fermezza e perseveranza verso la vita ultima.
Nel corso dei secoli, la questione della sofferenza ha rappresentato per molti uomini e donne un "ostacolo" insormontabile nel loro approccio a Dio: se Dio esiste, perché permette che la sofferenza segni la vita umana, compresa quella dei giusti e degli innocenti? Perché tante persone che scelgono strade di violenza e di male sembrano così fortunate e di successo, mentre altre, buone e generose, sono colpite da una cascata di mali? Né i teologi né i filosofi sono ancora riusciti a trovare risposte soddisfacenti a questi interrogativi. La cosa più onesta è semplicemente riconoscere che si tratta di qualcosa che trascende la nostra "povera" comprensione dei grandi misteri della vita. La catechesi cristiana, senza spiegare appieno il significato della sofferenza, ci invita a riconoscere una realtà (un paradosso): pur non essendo un bene in sé, la sofferenza può darci la possibilità di crescere, di maturare, di raggiungere una comprensione superiore del senso dell'esistenza, di purificarci da certe visioni meschine che superiamo solo quando ci immergiamo nel mistero dell'amore di Dio. Ci chiediamo: ma noi, come affrontiamo la sofferenza? Che senso le diamo?
Nel Vangelo (Lc 13,22-30), Gesù si trova di fronte a una domanda sul numero di coloro che saranno salvati. Non risponde direttamente; coglie invece l'occasione per suggerire come dovrebbero vivere coloro che desiderano costruire una vita significativa: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta". Coloro che si sforzano di entrare per la porta stretta – cioè coloro che sono disposti a seguire Gesù e ad accettare la Sua proposta di salvezza – avranno un posto alla mensa di Dio, indipendentemente dalla loro razza, dalle loro radici o dalla loro storia di vita.
Chi, dunque, parteciperà al banchetto del Regno di Dio? Molti verranno “da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno” (v. 29). Il criterio per potersi sedere alla mensa del Regno risiederà nel modo in cui ciascuno avrà accettato la proposta di salvezza di Gesù. Quanto a coloro che non hanno accettato la proposta di Gesù, saranno esclusi dal banchetto del “Regno”, anche se nati entro i confini etnici, geografici e istituzionali e magari anche religiosi del “Popolo eletto”. Chiaramente, Gesù si rivolge agli ebrei, suggerendo che il solo fatto di appartenere a Israele non garantisce l'ingresso nel “Regno”; ma la parabola si applica ugualmente ai “discepoli” che, nella vita reale, non sono disposti a spogliarsi dell’orgoglio, egoismo e ambizione, per percorrere, con Gesù, la via dell'amore e del dono della vita.
Le parole che Luca attribuisce a Gesù in questo passo sono tra le più forti e spiazzanti del terzo Vangelo. Ci saremmo forse aspettati toni più concilianti da parte del Maestro? Eppure, queste espressioni, per quanto dure, vanno comprese nel contesto dello stile profetico e parenetico del tempo: non sono parole di condanna, ma appelli accorati per una decisione. Gesù non intende spaventare, ma scuotere le coscienze, spingere i suoi discepoli – di ieri e di oggi – a uscire dall’indecisione per aderire senza compromessi al Regno di Dio. Non si tratta di una descrizione letterale di eventi futuri, ma di un invito urgente e appassionato a vivere il Vangelo con radicalità e autenticità, mettendo Dio al primo posto.
Il Vangelo ci invita a scegliere tra la “porta stretta”, che comporta sforzo, rinuncia, sacrificio, coerenza, rischio, lotta e impegno, e la “porta larga”, quella della facilità, della superficialità, del benessere immediato, della popolarità e del successo effimero. Spesso ciò che non costa nulla, non riesce a colmare la nostra sete di autenticità e di vita piena. Gesù ci invita a scegliere la via che conduce alla Vita, anche se stretta, perché è lì che il cuore trova pace. «Molti stanno alla porta, ma pochi entrano per essa. Non è larga, perché non ammette i superbi. Piega il capo se vuoi entrare: l’umiltà è la chiave della porta stretta» (S. Agostino, Sermone 142,5).
* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.










