“Prendete e mangiate”. L’amore servito a tavola

La tavola: una scuola d’amore e di comunione La tavola: una scuola d’amore e di comunione Foto: Francisco Martínez
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La tavola, luogo di incontro e di gratitudine

La tavola è uno degli altari più umili e, allo stesso tempo, più potenti che esistano. È lì che ogni giorno si compie un piccolo miracolo: il miracolo dell’incontro, della condivisione, del dono. Gesù ci ha detto: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo» (Mt 26,26), e queste parole risuonano ben oltre il momento liturgico. Ci invitano a riconoscere che ogni pasto, per quanto semplice, è un’espressione viva di amore e di offerta.

Mangiare non è soltanto un bisogno biologico: è un atto sacro. Ogni pasto è un dono ricevuto e offerto. Quando ci sediamo a tavola, nutriamo non solo il corpo, ma anche il cuore. Ringraziamo per ciò che riceviamo e ci apriamo all’altro. Per questo, mangiare significa anche dire grazie: grazie a chi ha coltivato, cucinato, servito… e grazie a Dio, fonte di ogni bene.

Oggi, in una società in continuo cambiamento, dove molte famiglie si intrecciano tra culture, lingue e origini diverse, la tavola continua ad essere un luogo sacro. Quante volte, nella missione, siamo stati accolti in case semplici dove una mamma o un papà ci hanno offerto un piatto caldo come se fossimo parte della loro famiglia. Quella tavola, anche se piccola, aveva spazio per tutti. Non importava se parlavamo la stessa lingua: il pane spezzato tra noi parlava da solo.

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Una scuola d’amore e di comunione

La tavola è una scuola. Una scuola di fiducia, dove impariamo a prenderci cura gli uni degli altri. Una scuola di fedeltà, dove torniamo ogni giorno a quel gesto quotidiano del sederci insieme. A tavola siamo tutti allo stesso livello. Tutti possiamo parlare e, ancora di più, possiamo ascoltare. Ci riconosciamo parte di qualcosa di più grande: una famiglia, una comunità, un’umanità.

In questo gesto quotidiano del pane spezzato c’è un’eco eterna del gesto di Gesù. E come Lui si è donato nell’Ultima Cena, anche noi, condividendo il nostro cibo, ci doniamo all’altro. Perché amare è donarsi, e donarsi è generare vita in chi ci sta di fronte. Per questo, ogni volta che qualcuno ci dice: «Fermati a mangiare», in fondo ci sta dicendo: «Sei il benvenuto, fai parte della mia vita».

In tante case del mondo ci sono tavole aperte. Le nonne che hanno sempre una zuppa pronta da offrire, i nonni che ci accolgono con un caffè e un pezzo di pane, gli amici che condividono ciò che hanno… Questa generosità è una testimonianza della tenerezza di Dio, anche per chi non conosce il Suo nome. In ogni piatto servito con amore c’è una preghiera silenziosa che consola, abbraccia, sostiene.

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Il libro degli Atti degli Apostoli ci ricorda che la prima comunità cristiana “era assidua nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42). Quella tavola era tanto un atto di fede quanto di fraternità. Oggi, quella stessa tavola continua a estendersi in ogni parte del mondo, dove c’è qualcuno che apre la porta e dice: «Vieni, mangiamo insieme».

Gesù continua a dirci «Prendete e mangiate», non solo nell’Eucaristia, ma anche in ogni gesto quotidiano di condivisione. Che anche noi possiamo ripetere quelle parole con la nostra vita, invitando l’altro alla nostra tavola, facendo del cibo un segno d’amore.

Perché, in fondo, il cibo resta uno dei modi più belli che l’umanità ha per consolare, per amare, per dire: «Qui sei a casa».

* Francisco Martínez, LMC, missionario in Kenya.

Ultima modifica il Giovedì, 17 Aprile 2025 23:17

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