Domenica della XXVII settimana del Tempo ordinario (Anno A). L’amore non ripagato

Domenica della XXVII settimana del Tempo ordinario (Anno A). L’amore non ripagato Foto di Sergio Cerrato - Italia da Pixabay
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Is 5,1-7;
Sal 79;
Fil 4,6-9;
Mt 21,33-43.

La parabola degli operai omicidi è racchiusa da Matteo nella cornice di altre due parabole: quella dei due figli (21,28-32) e quella del banchetto di nozze (22,1-14). Insieme le tre parabole contengono una risposta negativa: quella del figlio al padre, di alcuni contadini al padrone della vigna, di certi invitati al re che celebra le nozze del suo figlio. Le tre parabole tendono a mostrare un unico punto: si tratta di coloro che, come non hanno accolto la predicazione e il battesimo di Giovanni, ora sono unanimi nel rifiuto dell’ultimo inviato di Dio, la persona di Gesù. 

L’introduzione alla prima parabola delle tre parabole (21,23-27) è da ritenersi anche per la parabola degli operai omicidi: Gesù giunse al tempio e mentre insegna i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo gli si avvicinarono per domandargli: Con quale autorità agisci così? Chi ti ha dato questa autorità? Sono preoccupati della popolarità di Gesù e pongono delle domande a Gesù per sapere due cose: che tipo di autorità si attribuisce nel fare quello che fa, e la provenienza di tale autorità. I sommi sacerdoti e i capi del popolo esigono una prova giuridica: non si ricordano più che i profeti avevano autorità direttamente da Dio.

La parabola di oggi si apre con un invito ad ascoltare. Gesù sembra reclamare l’attenzione dei dirigenti del popolo per la parabola che sta per pronunciare. L’imperativo «ascoltate» ci porta direttamente a come la parabola termina: «Perciò vi dico che il regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare» (v.43)

Il contesto è da ricercarsi nelle condizioni economiche della Palestina nel primo secolo dC: grandi appezzamenti di terreno appartenevano ai latifondisti stranieri, i quali affittavano i terreni a gruppi di fittavoli. L’accordo di locazione prevedeva che parte del ricavato del raccolto andasse al padrone, il quale esercitava il suo diritto inviando dei fiduciari a riscuotere il dovuto. In questa situazione si può comprendere come lo stato d’animo dei contadini fosse duramente provato: vigeva un forte scoramento che talvolta sfociava nella rivolta.

Gesù nella sua parabola attinge a questa situazione concreta ma la trasporta ad uno stato di comprensione più alto: quella situazione diventa una immagine della storia di Dio col suo popolo. Per Matteo il lettore è invitato a fa una lettura simbolica della parabola: dietro il «padrone» c’è la figura di Dio; dietro la vigna, Israele.

Innanzitutto c’è l’iniziativa di un padrone che pianta una vigna. Tale attenzione e cura viene descritta da Matteo con cinque verbi: piantò, circondò, scavò, costruì, affidò.

In una seconda scena il padrone invia per due volte i servi che, incaricati dal padrone di riscuotere i frutti della vigna, sono malmenati e uccisi. Tale azione aggressiva e violenta viene messa in evidenza con tre verbi: bastonarono, uccisero, lapidarono. (v.35) e lo stesso si ripete quando sono inviati altri servi.

Per ultimo invia il figlio: il lettore è invitato a riconoscere nel figlio mandato per «ultimo» l’inviato ultimo di Dio di cui avere rispetto e consegnargli i frutti della vigna. É l’ultimo tentativo del padrone. L’indicazione da «ultimo» lo definisce come Messia.

Il racconto della parabola raggiunge il suo vertice drammatico con l’esito della missione del figlio: il quale viene ucciso dai fittavoli-vignagnoli nell’intento così di impossessarsi della vigna e usurpare l’eredità. Il destino di Gesù viene accostato a quello dei profeti, ma, in quanto figlio ed erede è superiore ad essi. Tali accostamenti cristologici si possono rintracciare nella Lettera agli Ebrei, dove, però, viene mostrata la superiorità di Cristo come figlio ed erede dell’universo: «Dio, che aveva parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente... ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose...» (vv.1-2).

C’è un particolare in questa finale della parabola che non va trascurato: Matteo anteponendo il gesto, «lo cacciarono fuori dalla vigna» e facendo seguire l’altro, «l’uccisero», intende decisamente alludere alla passione di Gesù, in cui viene condotto fuori per essere crocifisso.

La parte finale del racconto parabolico afferma la perdita del regno di Dio e la sua cessione a un altro popolo capace di portare frutti, cioè capace di una fede viva ed operante in una prassi d’amore. L’espressione «perciò vi dico... sarà tolto e sarà dato...» indica la solennità dell’azione di Dio con cui viene segnata la storia dell’antico d’Israele e quella del nuovo popolo.

Spunti di riflessione

Oggi è la chiesa questa grande vigna che il Signore coltiva con cura e che affida a noi, vignaioli e suoi collaboratori, con il compito di continuare la missione da lui iniziata. Come chiesa, siamo coscienti della tensione che esiste tra la fedeltà e l’infedeltà, tra il rifiuto e l’accoglienza che la chiesa può sperimentare. Il vangelo ci mostra che, nonostante le difficoltà e le apparenti fragilità, nulla può fermare l’amore di Dio per gli uomini.

Come Chiesa siamo chiamati a imparare, sull’esempio di Gesù, a sperimentare la contestazione e a essere capaci di sopportare le difficoltà nel nostro impegno di evangelizzazione.

Preghiera

Signore, quante volte l’amore è ripagato con l’ingratitudine più nera. Non c’è nulla di più distruttivo del sentirsi traditi, del vedersi presi in giro, del sapere di essere stati ingannati. Ancora più difficile è il constatare che tanti gesti di bontà, di generosità, di apertura, di tolleranza, come anche tante parole dette con sincerità e infine l’impegno a essere solidale e sincero non sono serviti a niente. Signore, tu che hai conosciuto l’ingratitudine degli uomini. Tu che sei stato paziente con chi ti aggrediva. Tu che sei stato sempre misericordioso, mite, aiutaci a combattere la nostra inflessibile durezza verso gli altri. Anche noi ti rivolgiamo l’invocazione del salmista: «Non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato». La nostra preghiera, dopo questo incontro con la tua Parola, diventi una supplica sempre più penetrante così da giungere al tuo cuore: «Rialzaci Signore, mostraci il tuo volto e noi saremo salvi». Signore, abbiamo estremo bisogno della tua misericordia e finché nel nostro cuore ci sarà il desiderio e la ricerca del tuo volto, la via della salvezza è sempre aperta. Amen!

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