II Domenica del tempo ordinario (Anno A). ecco l’Agnello di Dio

II Domenica del tempo ordinario (Anno A). ecco l’Agnello di Dio Foto di Peter Colgan da Pixabay
Published in Domenica Missionaria
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Is 49, 3.5-6 ;
Sal 39;
1Cor 1, 1-3;
Gv 1,29-34.

Quando apriamo il Vangelo, quando lo leggiamo a casa, al catechismo, quando lo ascoltiamo proclamato all’Ambone durante la Messa, noi entriamo dentro un grande tesoro prezioso. Le parole che leggiamo o che ascoltiamo, sono luce, guida, orientamento, sostegno, gioia, consolazione, speranza, impegno per la nostra vita.

Gli evangelisti, quando scrivono, non sprecano parole. Quelle che scelgono sono come delle pennellate giuste, necessarie per rendere il testo un vero capolavoro. Poi le parole che usano aprono ad altre parole, rimandano ad altre storie accadute millenni prima, storie di salvezza, di liberazione, di amore: la storia di Dio a favore degli uomini. San Girolamo, il primo che tradusse la Bibbia in latino, affermava che “la Parola di Dio si spiega con la Parola di Dio”. Oggi, in particolare, possiamo capire il significato di questa espressione.

Il brano di questa domenica lo troviamo al primo capitolo del vangelo di Giovanni. Viene ancora presentata la figura di Giovanni il battista il quale, vedendo Gesù venire verso di lui, lo annuncia così: “Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.

Cosa vuole dire che Gesù è l’agnello di Dio? Il termine agnello ci porta lontano, indietro nel tempo: è il tempo della schiavitù degli ebrei in Egitto; la notte della Pasqua e della liberazione.

Mosè dice ai capi famiglia di arrostire un agnello e di cospargere con il suo sangue le porte delle case. Questo agnello deve essere piccolo, giovane e deve essere consumato dalla famiglia riunita e vestita con abiti da viaggio. Mosè dà indicazioni precise: i fianchi cinti, perché la veste era lunga e per camminare senza intralci la dovevano sollevare un po’ con una cintura. Dovevano fare questo pasto in piedi, con il bastone in mano e i calzari ai piedi perché erano prossimi per un lungo viaggio. La carne dell’agnello serviva a dare vigore ai loro passi. Il sangue dell’agnello sugli stipiti delle loro porte avrebbe allontanato da loro l’angelo distruttore.

A questo agnello pasquale non dovevano essere spezzate le ossa per cui bisognava arrostirlo intero. Per quale motivo? Per i pastori questi animali erano il loro bene più prezioso, per questo prima della transumanza –lo spostamento dei greggi da un pascolo all’altro– essi offrivano a Dio, al tempo della Primavera, un agnello del loro gregge e glielo offrivano intero, anche nelle ossa. Significava una offerta bella e perfetta. Tante volte, sfogliando la Bibbia, troviamo sacrifici di agnelli e di capri fatti al Signore. 

Giovanni Battista presenta Gesù come l’agnello che toglie, che cancella prendendolo su di sé, il male, il peccato del mondo. Gesù, lo ricorda lo stesso vangelo di Giovanni, muore nei giorni della Pasqua ebraica, proprio nel momento stesso in cui nel tempio, per questa festa, i sacerdoti sacrificavano gli agnelli. Gesù, l’agnello di Dio, è il Servo che offre se stesso per la salvezza di tutti. Offre se stesso per togliere il peccato dalla faccia della terra. Attenzione, non i peccati degli uomini, ma il peccato del mondo.

E qual è il peccato di questo mondo? Nel vangelo di Giovanni troviamo sempre queste due realtà: Dio e il mondo. Dove c’è Dio c’è luce e vita; dove c’è il mondo ci sono le tenebre, la morte. Il mondo è tutto ciò che è contrario a Dio.

Poi il peccato del mondo è l’idolatria. E gli idoli li conosciamo un po’ tutti. Nel tempo antico erano statue dalla forma umana, create dall’uomo, per rappresentare le divinità: Giove, Venere, Marte ecc. e gli antichi rendevano culto a queste statue. La bibbia li descrive in questo modo molto grafico: “hanno la bocca ma non parlano, hanno occhi, ma non vedono, hanno mani, ma non toccano, hanno piedi, ma non camminano” (Cf. Sal 115,5-7).

Oggi i nostri idoli non sono più quelli di allora ma sono pur sempre presenti e appaiano ogni volta che, quando siamo chiamati a scegliere, non sappiamo dare il giusto posto alle cose e alle persone. Al Signore, solo a lui, noi cristiani diamo il nostro amore e la nostra riconoscenza senza fine. 

Gesù ci insegna ad adorare solo il Padre, a fare e a realizzare il progetto di amore che Dio ha sull’umanità. Invece il mondo ha il suo progetto che dà valore e importanza al possesso, alla prepotenza, alla violenza, al denaro, a ciò che è potente, a ciò che appare.

Quando Gesù toglie il peccato del mondo dona tutto se stesso per noi e con la sua morte e con la sua resurrezione, ci offre un nuovo stile di vita, dove l’amore, l’accoglienza, il servizio, il perdono, la bontà, la misericordia sono le strade da percorrere per imparare a vivere insieme come fratelli. La forza per vivere tutto questo ce la offre Gesù stesso con il dono dello Spirito Santo che ci rende, insieme a lui, figli del Padre.

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