La sfida di essere missionario oggi

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Partecipando al VII Simposio di Teologia india in Panama, dal 3 all'8 ottobre, padre Vilson Jochem ha rilasciato un'intervista esclusiva alla rivista Missões, parlando del lavoro con le popolazioni indigene e delle sfide della missione.

Padre Wilson, raccontaci la tua vocazione

Sono Vilson Jochem, sono nato in una famiglia di agricoltori nel comune di Atalanta, nell'interno dello Stato di Santa Catarina, in Brasile.

Quando parlo della mia vocazione, potrei dire, come San Paolo, che il Signore mi ha chiamato “fin dal grembo di mia madre”. Dico questo perché, dopo aver festeggiato i dieci anni di ordinazione, mia madre ha raccontato che quando era incinta di me, nelle sue preghiere chiedeva che se avesse avuto un figlio maschio sarebbe diventato sacerdote e la stessa richiesta l'ha fatta il giorno del mio battesimo.

Così che quando a scuola mi chiedevano cosa volessi fare da grande, la risposta normale era che sarei stato un sacerdote. In realtà quando avevo 13 o 14 anni ho cominciato a pensare di nuovo a questa possibilità: fu allora che cominciai a dire ai miei genitori che volevo andare in seminario.

E perché con i Missionari della Consolata?

Tutto indicava che sarei andato con i Francescani Minori, che erano quelli che lavoravano nella mia parrocchia. Eppure nel 1986 padre Dante Possamai passò dal collegio dove studiavo, parlando delle Missioni e chiedendo se qualcuno voleva essere missionario.

Ricordo bene quando dissi a mia madre: "per fare il prete non è importante il dove", decisi di scrivere a padre Dante e iniziai questo cammino vocazionale. Dio sa come fare le sue cose.

Raccontaci della tua formazione

Sono entrato nel seminario minore nel 1987. Nel 1990 ho cominciato gli studi di Filosofia; nel 1993 ho fatto l’anno di noviziato a Bucaramanga (Colombia) e il 9 gennaio 1994 ho emesso la prima professione religiosa. Dal 1994 al 1999 ho frequentato i corsi di Teologia a Bogotá, prima la teologia di base e poi anche una specializzazione.

Il giorno della mia ordinazione è stato il 30 ottobre 1999 ad Atalanta, la mia città natale, quindi quest'anno compio 23 anni di sacerdozio.

Il mio primo incarico è stato il Venezuela dove mi trovo attualmente. Nei primi anni ho lavorato nell'animazione missionaria e vocazionale; il lavoro con i giovani è stato un'esperienza bellissima e ho imparato tanto. Ho svolto questo incarico fino al 2005.

Dal 2005 al 2018 ho lavorato con gli indigeni Warao nello Stato di Delta Amacuro. Dal 2018 al 2021 sono stato in amministrazione e dal 2021 sono tornato a lavorare con gli indigeni Warao, dove mi trovo attualmente.

Quali li sfide più importanti, e quali le maggiori soddisfazioni?

Le sfide incontrate in questi anni di vita missionaria sono state molte. Dal punto di vista dell'animazione missionaria e vocazionale posso dire che la principale è stata quella di sapere capire e camminare al ritmo dei giovani, sperimentando la loro stessa realtà per poterli accompagnare nei loro desideri e preoccupazioni. 

Se siamo disposti a stare loro vicini possiamo anche provocare il loro impegno. Un elemento davvero gratificante è stata la "Caminada Juvenil Misionera", un'attività che abbiamo iniziato nel mese di ottobre 2003 per celebrare il mese missionario in modo diverso, camminando e riflettendo sulla realtà missionaria della Chiesa.

Il lavoro con le popolazioni indigene Warao è stato fonte di molte più sfide. Entrare in un'altra cultura significava imparare a vivere la vita e anche la fede in modo diverso e con ritmi diversi. Quelle che erano le mie priorità non sempre erano le loro; si trattava di un altro modo di vivere e di fare le cose.

Poi bisognava imparare a muoversi sui fiumi e in qualche occasione, come Pietro, mi son trovato a dire: "Aiuto, Signore, stiamo per affondare". Con il passare del tempo è stata un'esperienza di grande ricchezza e mi ha reso una persona migliore.

Ricordo alcune frasi: "Padre devi imparare ad amare questo popolo, con i suoi difetti, per scoprire le sue tante virtù". 

Da gioia scoprire l'affetto che le comunità hanno per noi, vedere la disponibilità e l'entusiasmo che provano per le nostre visite periodiche. Dicevano: "Abbiate pazienza, aspettate almeno dieci anni e comincerete a capire; siete i nostri sacerdoti, faremo un cammino insieme, uniti alla comunità".

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Il lavoro pastorale con le popolazioni indigene è una delle priorità dei Missionari della Consolata in America. Che bilancio fai di questo lavoro?

Il primo elemento è la presenza, il sapere stare in mezzo ai popoli nativi. Questa presenza richiede anche permanenza, non basta andare per qualche anno.

Seguendo la metodologia dei nostri stessi primi missionari, così come la ricordiamo anche nella Conferenze di Muranga, si tratta di conoscere la cultura, la lingua e la cosmovisione di ogni popolo. È necessario entrare nel loro mondo, perché siamo noi che andiamo da loro per imparare a stare con loro, valorizzando la ricchezza del loro vivere comunitario: solo in quel contesto potremo proporre in modo opportuno il vangelo di Gesù.

Cerchiamo sempre di incoraggiare i popoli indigeni a essere sempre più protagonisti della loro storia, e anche a scoprire la presenza di Dio nel loro passato e nel loro presente.

Un altro elemento indispensabile è quello di valorizzare all'interno della Chiesa e della società la saggezza e il contributo dei popoli originari per un mondo più umano, capace di rispettare il rapporto con gli altri e con la natura. Creare quell’armonia con l'ambiente che permette la continuità della vita.

Una grande richiesta che riceviamo dai popoli indigeni è che nelle case di formazione si lavori e si studi anche la teologia india, in modo che non sia conosciuta solo da alcuni addetti ai lavori ma da tutti coloro che un giorno potranno lavorare con loro. 

Evidentemente dovrà arrivare il giorno in cui loro stessi sapranno elaborare la loro propria teologia, con metodologia e contenuti propri, non necessariamente ereditati dalla razionalità occidentale. Non è un percorso semplice né corto, il Consiglio Episcopale Latinoamericano sta cercando di favorirlo.

Le sfide di essere missionario oggi

Essere missionari oggi comporta come prima sfida quella di aprire la mente e il cuore alla cultura in cui siamo inseriti. È un processo piuttosto arduo, perché richiede di aprire la mente al nuovo e mettere in secondo piano la propria cultura, il proprio modo di pensare, per essere disposti a iniziare un nuovo processo di apprendimento. La Chiesa oggi ci chiede di saper camminare con le comunità e i popoli, non come padroni ma come compagni, come fratelli e sorelle. "Mi sono fatto Giudeo con i Giudei... Greco con i Greci, schiavo con gli schiavi... Mi sono fatto tutto come tutti gli altri per conquistare alcuni a Cristo". (1 Cor 9,20-23)

*Maria Emerenciana Raia è redattrice della rivista Missões da dove è tratta questa intervista

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