La Pasqua di eSwatini. Lo Spirito del Signore è su di noi

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 La pandemia Covid19 ci ha insegnato a non dare mai le cose per scontate. Nel 2020 non abbiamo avuto nessuna messa crismale. Nel 2021 era solo per i sacerdoti. Quest'anno 2022 siamo tornati alla "normalità" e dovremmo essere grati per questo. Anche se ogni anno leggiamo le stesse letture forse la vita ogni anno ci insegna a leggerle in un modo nuovo.

Tanto la prima lettura come il vangelo conservano un’immagine "Lo Spirito del Signore è su di me" eppure quest’anno mi è sembrato di vedere che la verità di questa parola è legata a un atteggiamento di Gesù e del padre... che ci sta sempre cercando, per questo anche il suo Spirito e su di noi.

Nella quarta domenica di Quaresima avevamo letto la parabola del padre misericordioso e dei suoi due figli. E in questa parabola vediamo il padre che esce sempre per raggiungere i suoi figli. Quando arriva il figlio più giovane, esce al suo incontro e lo accoglie personalmente e anche quando torna dal lavoro il figlio maggiore che non vuole entrare in casa, non manda un garzone ma lui stesso va per convincerlo a partecipare nella festa.

Sempre nello stesso capitolo di Luca Gesù narra la parabola del buon pastore... che è disposto a lasciare le 99 pecore che sono nell’ovile per andare incontro a quella pecora che si era smarrita. Non la sacrifica, la cerca. I Vangeli ci descrivono Gesù che non si attacca a un luogo, a una comunità, a un gruppo specifico di persone, ma è costantemente alla ricerca della persona lontana. All'inizio del vangelo di Marco Pietro dice a Gesù: "Tutti ti cercano" (Mc 1,37) ma Gesù risponde: "Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!" (Mc 1,38). Gesù è un itinerante.

Le letture sono chiare su questo. Lo Spirito è su di te, su di me e su di noi ma per inviarci, non per aspettare che altri vengano a noi. Il suo dono non è a nostro beneficio, ma è per coloro che hanno bisogno di sperimentare di non essere soli nelle loro lotte quotidiane. Al centro della vita della chiesa non ci sono gli inviati ma i destinatari del vangelo e della buona notizia: i poveri, i prigionieri, i carcerati, i ciechi, coloro che piangono, hanno il cuore spezzato e hanno perso la speranza.

Anche il sacerdozio che celebriamo oggi deve rispondere alla stessa logica. Il sacerdozio non è né una conquista né un merito personale, lo abbiamo ricevuto per mezzo dell'imposizione delle mani di un vescovo e delle mani dei nostri fratelli sacerdoti. Noi, come tutti, siamo stati "chiamati e inviati". San Paolo nella lettere ai Filippesi dice: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5) e per questo, ce lo insegna la lettera agli Ebrei, abbiamo bisogno di fissare costantemente i nostri occhi su Gesù per essere sicuri di vivere questo sacerdozio che abbiamo ricevuto, secondo il suo Cuore.

Mai dovremmo diventare noi il centro della vita della Chiesa perché questa sarebbe corruzione, la stessa che critichiamo nella società civile rimproveriamo qualcuno che dice “che c’è per me? cosa ci guadagno? qual è la mia parte?”

Nel nostro paese, da maggio e giugno dell'anno scorso, abbiamo vissuto nuove situazioni di povertà, paura, disperazione e dolore. Come sacerdoti, alla guida delle nostre parrocchie e diocesi, dovremmo essere noi a prendere l'iniziativa per discernere cosa la Chiesa cattolica può fare di più per raggiungere, con la tenerezza di Gesù, tutti coloro che sono stati colpiti.

Ci sono segni concreti nella vita della nostra chiesa di questo modo di essere guidati dallo Spirito. Per esempio sono grato al padre Thabo Mkhonta che, non appena ha saputo che la biblioteca della St Elizabeth Catholic Primary School era stata bombardata, non ha aspettato per andare a stare vicino al personale e ai bambini della scuola. Riconosco il lavoro e la presenza del padri Zweli Ngwenya e Pius Magagula che sono stati vicini alle Suore di Piggs Peak dopo che erano state attaccate e derubate. Questi segni o altri simili a questi siamo chiamati a moltiplicarli.

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Sono passati più di cinque mesi da quando, il 2 novembre 2021, è stato annunciato che il governo e la SADC  (Comunità per lo sviluppo dell'Africa meridionale) avrebbero stabilito i termini per un dialogo di riconciliazione nazionale ma da allora non si è saputo quasi nulla. Questo ha creato un senso di incertezza e paura tra molti. Mentre dobbiamo insistere sulla necessità e l'urgenza di un dialogo nazionale, come pastori dei nostri fratelli e sorelle, dobbiamo fare in modo che nessuno usi questo silenzio per giustificare atti di violenza. La violenza, non importa da dove venga, colpisce sempre i più poveri e vulnerabili del paese.

*Jose Luis Ponce de Leon è vescovo di Manzini


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