In Sud Sudan "situazione feroce", testimonianza di un missionario

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Drammatiche le testimonianze raccolte dall’Unicef in Sud Sudan: in due settimane, decine di bambini uccisi, violentati o rapiti e reclutati. Accade nella serie di attacchi nello Stato dell'unità del Sud Sudan teatro di sanguinosi scontri tra le forze governative e i ribelli legati all’ex vice presidente Riek Machar. Tanto che Croce Rossa, Ong e missionari hanno dovuto lasciare il territorio. Eugenio Murrali ha intervistato un missionario che da anni opera nel Paese, al quale per ragioni di sicurezza garantiamo l’anonimato: 

– Da dopo Pasqua c’è stato un deteriorarsi della situazione. Il governo cerca di fare di tutto per prendere lo Stato dell’Unità, perché lì ci sono i pozzi di petrolio: perciò è di importanza vitale.

– Qual è la situazione che vive la popolazione in questo momento?

– La situazione è terribile, perché mentre il governo avanza brucia tutte le case e la gente è obbligata ad abbandonare i suoi luoghi. Adesso siamo all’inizio della stagione delle piogge e anche all’inizio della stagione della semina. Il problema più grave sarà quindi quello della fame e della mancanza di protezione. I prezzi sono diventati così alti che per la gente è impossibile comprare: solo pochi possono accedere alle banche e avere valuta pregiata, tutti gli altri non possono farlo, quindi vivono una situazione disastrosa. Poi, nei mercati, difficilmente si trovano quelle cose che normalmente si possono trovare a Giuba, anche se a prezzi alti, e quindi vivono solo di quello che possono portare le organizzazioni umanitarie. Finora, anche il Wfp (Programma Alimentare Mondiale) e la Croce Rossa hanno aiutato con il cibo; adesso, se la gente deve scappare nelle paludi o nelle foreste, rimane praticamente senza niente. Questo è il primo punto: molti moriranno di fame, soprattutto i bambini, che già sono malnutriti. Il secondo aspetto è l’abuso delle donne, la violenza fatta alle donne: le prime che ci rimettono sono donne e ragazze. In passato, hanno violentato persino bambine di 12 anni o anche donne di 60 e più anni. È una situazione veramente feroce.

– Cosa vi ha portato a decidere di allontanarvi?

– Abbiamo sentito che la prima linea non riusciva più a tenere ed erano arrivati fino a Koch. Le notizie dicevano che avevano già bruciato parecchi villaggi, avevano ammazzato giovani e portato via ragazze. Quindi, anche in accordo con le altre Ong, abbiamo pensato che fosse l’unica cosa possibile da fare.

– Questo è uno scontro etnico tra Dinka e Nuer o è uno scontro legato invece, più che altro, a questioni economiche? Qual è il vero pomo della discordia?

– Naturalmente la questione è sorta per discordie politiche. Prima ci sono state parole di rivalità. Dopo l’eccidio di Juba del 15 dicembre 2013, con più di 18mila civili Nuer uccisi, senz’altro è diventata una questione tribale. Non bisogna dimenticare gli inizi: anzi, la stampa tende a dimenticare. Per esempio, anche quando il governo ha preso Leer lo scorso anno, Leer è stata bruciata completamente. Tra gennaio e aprile, sono state ammazzate più di 400 persone e nessuno ne parla. Poi parlano dell’eccidio che c’è stato a Bentiu, ma dimenticano che prima ci sono stati altri eccidi. E naturalmente la legge della vendetta, che non è certamente né cristiana né buona, ha le sue conseguenze. Un governo di unità nazionale è l’unico che possa creare le condizioni per stilare una costituzione, preparare le elezioni e coinvolgere tutte le altre tribù nella discussione dei problemi del Sud Sudan. Senza questo, il problema torna a essere solo tra Nuer e Dinka o tra Dinka e Nuer. E naturalmente sappiamo molto bene che la filosofia Dinka è che i Dinka sono nati per governare: “Born to run”. Ora, partendo da questo presupposto, credo che un governo del genere non lascerà aperture per una soluzione del problema.

– Cosa potrebbe far capire meglio la situazione di precarietà, di violenza, di dolore che si vive in Sud Sudan in questo momento?

– Certamente quello che fa più soffrire è vedere che una generazione di giovani viene distrutta, sia da una parte sia dall’altra, in una guerra fratricida che non ha ragione di esistere. Questo è ciò che fa più male al cuore, soprattutto a noi che siamo lì, presenti, per dare una speranza, per aiutare la gente a vivere in pace e per creare una comunità di fratelli e sorelle dove l’amore possa unire le varie tribù.

 


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