PARLARE AI BAMBINI DELLA VOCAZIONE NEL MONDO CONTEMPORANEO

Category: I Nostri Dicono
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Introduzione:

Rispettosi fratelli catechisti e catechiste del centro catechetico del vicariato di Roma, quando don Simone mi ha invitato a condividere questo tema “ Parlare hai bambini della vocazione” con voi, sono rimasto senza parole. Ma alla fine ho detto di sì. Per condividere quel poco che posso dare, dal momento che è proprio con il poco che si cresce. Tratteremo questo tema partendo da una analisi ermeneutica del mondo in cui viviamo oggi, per comprendere, in conclusione, che parlare della vocazione ai bambini altro non è che parlare della vita, ed educare i bambini alla vita perché questa è quella vocazione a cui Dio chiama tutti.

La vita è dunque la prima vocazione. Successivamente, durante la crescita, ciascuno capirà qual è la sua vocazione specifica, diversa e irripetibile. “ Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza”- Gv 10, 10.

  Noi catechisti non possiamo parlare della vita ai bambini senza una vera e coerente testimonianza di vita; l’unica forma, o l’unico metodo che abbiamo per parlare ai bambini è testimoniare con la nostra vita che possono avere fiducia in noi, perché alla loro età hanno bisogno di qualcuno che li accompagni. L’empatia funziona di più che tante parole o tante cose da fare. Sant'Agostino rispodendo al diacono Deograzias che gli chiese come poteva insegnare catechismo, rispose che doveva prima insegnare catechismo a se stesso, dopo poteva andare a insegnare agli altri. Ancora ricordiamo Papa Paolo VI nel vangelo Nutiandi numero 41 dice: “ l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri…o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni." La testimonianza di vita, per questo ritengo che giochi un ruolo fondamentale se desideriamo parlare di vocazione ai bambini.

 

1-Analisi della società di oggi

Oggi si verificano tutta una serie di paradigmi, che alla fine lasciano l’uomo nel vuoto. Per questo Bauman parla della nostra società come di una “società liquida”; ancora, Urick Beck la definisce “società del rischio”. Papa Benedetto XVI chiama la nostra società come quella del “relativismo” mentre Papa Francesco la identifica del “provvisorio”. In realtà, ciò che si verifica è un’epoca di cambiamenti che si caratterizzano per la loro repentinità, e non è cambio di una epoca. La globalizzazione è un fenomeno che si presenta come attraversato da due forze: una centripeta e una centrifuga. Da una parte i popoli sembrano formare un solo villaggio nel mondo -forza centripeta-, dall'altra, allo stesso tempo, assistiamo ad una grande separazione fra loro: i popoli sono lontano uno dall’altro, forza centriguga. In questo contesto, lo stato o la chiesa sono chiamati a cercare di stabilire buone e nuove relazioni tra i popoli. Ritorniamo al sociologo Zygmunt Bauman; secondo lui, dicevamo, la società è liquida, “la modernità è liquida”, perfino l'amore finisce per assumere questo stato. Allora, quali sono i tratti caratteristici di questa società secondo Bauman?

1- Il primo è la centralità dell’individuo, a discapito della della comunità. Sappiamo che la comunità era la base di una società, tanto che Aristotele definiva l'uomo Zoon Politicon- è per natura politico anche così parlava il maestro Kong o Confucio per gli occidentali, sottolineando la necessità della famiglia. Oggi invece tutto ruota intorno all’individuo e ai suoi desideri e si nega questa caratteristica connaturale all’uomo.

2- Il secondo è la relatività dello spazio e del tempo. Lo spazio è ridotto: se io domani voglio stare negli Stati Uniti ci sarò. 400 anni fa evidentemente non era così, mentre Newton parlava di tempo e spazio constanti, Albert Einstein introdusse nel novecento il concetto di relatività all'interno di queste due categorie. Nella nostra società tutto è provvisorio, non si può pianificare nulla. Scoperta la relatività dello spazio e del tempo, noi stessi siamo stati introiettati in questa nuova modalità di pensiero. Papa Benedetto XVI ne ha gridato il pericolo: Dio è diventato relativo, la famiglia è diventata relativa. Il relativismo è micidiale, amici miei. Non si può dire che il nostro amore tra marito e moglie sia perpetuo. Tutto è provvisorio e funziona come usa e getta. Il numero di coppie che decide di sposarsi è in evidente diminuzione, tanti non fanno matrimonio canonico. I Giovani innamorati preferiscono optare per forme di vita meno impegnative e, soprattutto, che siano reversibili. La convivenza è un comodo supplente del "finché morte non ci separi". La società occidentale si trova a rinnegare le sue radici cristiane, è del tutto normale che qualcuno si professi ateo, o agnostic.  E questo perché per natura l’uomo è religioso. L' ateismo moderno ha portato a una crisi profonda, a causa della quale la parola vocazione sembra non avere più alcun senso nel mondo in cui viviamo, dal campo religioso, sociale e politico. Henri De Lubac nel suo libro “Il dramma dell’umanesimo ateo”, dopo avere analizzato le opere dei filosofi Comte, Marx e Nietzsche i quali hanno negato l’esistenza di Dio e messo in primo piano la vicenda umana, arriva alla conclusione che il tentativo di pensare l’esistenza e il destino dell’uomo al di fuori del messaggio di salvezza evangelica ha condotto a un progressivo impoverimento della vita sociale e della vita interiore, verso una crisi senza uscita. L’ateismo di Nietzsche, Comte e Marx, ha preteso di fondare la libertà dell’uomo sulla base della ragione e sulla sua capacità di sfidare la morte, di oltrepassare i limiti che il mondo pone all’esistenza. Privato della propria anima e lontano da Dio, l’uomo ha perso la sorgente che lo spingeva verso la salvezza e che alimentava la speranza della sopravvivenza alla morte. Solo recuperando la fede l’uomo può ritrovare il senso della propria esistenza. Il mondo occidentale nega le sue origini cristiane e si allontana da Dio. L’ateismo contemporaneo non è volgare e critico solamente, questo contemporaneo è positivo, organico e costruttivo. È un ateismo immanentista, cioè rifiuta la trascendenza della realtà e essendo Dio trascendente, conseguentemente rifiuta l’esistenza di Dio. Rappresentato da Augusto Comte; Ludovico Feuerbach, Karl Marx e Nietzsche, offre tre tipi di filosofia della vita le cui conseguenze si riflettono nella vita sociale e politica, per cui si potrebbe affermare che sono tre forme di umanesimo: un umanesimo positivista, un umanesimo marxista e un umanesimo Nitzschiano; il loro ateismo è antiteismo o precisamente anticristiano. Ciò che unisce questi movimenti è il fatto che rifiutano Dio, e tutti conducono alla stessa conseguenza: la distruzione della persona umana. Questa opera di Henri De Lubac, è una forma di analisi della situazione spirituale della società contemporanea. I tre tipi di ateismo spingono l’umanità ad allontanarsi di Dio, costringendola ad entrare nelle vie di una doppia schiavitù; quella sociale e quella spirituale. Comte, Feuerbach e Nietzsche erano convinti che la fede scomparisse, per cui si potrebbe affermare che un umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano. Nessuno può strappare dal cuore dell’uomo la fede e la sua speranza in Dio. L’uomo è per natura religioso, la pretesa di negare Dio dalla storia ha impoverito l’uomo e lo ha portato in un abisso senza uscita; questa è la tesi che Henri De Lubac , con grande profondità, critica “ umanesimo ateo”. Infatti la pretesa di deificare la ragione, credendo che questa possa risolvere la situazione della vita umana, lo ha in realtà condotto ad una vera e propria scissione da sè. L’individualismo è uno delle traccia della frantumazione che l' uomo vive dentro se stesso, e che nasce a partire dall'uccisione di Dio nel suo cuore, perchè il Dio cristiano è un Dio di relazione. De Lubac afferma però che esiste una via d'uscita. Secondo De Lubac, l'unica soluzione ai dilemmi esistenziali che ora avvolgono l'uomo è un ritorno alla fede. Solo dicendo come il figlio prodigo “ Mi leverò e andrò da mio padre”(Lc 15, 11-32) solo ritornando al Padre come figli troveremo la vera risoluzione ai problemi che si presentano alle nostre coscienze con tanta potenza. L’economia domina la politica, a comandare .sono le banche; si afferma nella nostra società liquida: tu sei perché hai i soldi, se non hai non sei. Così la vita non è più vista come una vocazione: se mi finiscono i soldi, posso uccidere i miei figli perché così mi libero da loro peso economico; si è perso il senso della vocazione alla vita. Io mi formo per diventare medico ma vado a lavorare in banca. Non esistono lavori di vocazione nella nostra società. Non posso diventare sacerdote perché servirò semplicemente il popolo di Dio senza ricevere nulla, la società che viviamo si misura sulla base della economia. Quello che si verifica è che si valorizza molto l’istruzione per rispondere all’economico, dimenticando tuttavia l’educazione, ossia l'umanizzazione. Esempio concreto è che si parla sempre dell'attuale crisi economica: la crescita economica si configura dunque come il fenomeno più rilevante e ci si dimentica completamente della crescita umana, quando la seconda non è certamente scindibile dalla prima, e viceversa. Il percorso che va intrapreso è un percorso che proceda simbioticamente. Allan Bloom, guardando alla crisi dell'occidente, parla del verificarsi di una cultura incolta, fino ad affermare che “la crisi dell'occidente è praticamente una crisi intellettuale”, perchè le università non producono il sapere ma tendono ad andare incontro alla cultura del mondo entro il quale si vive. Il sapere diventa nient'altro che conoscenza autoreferenziale e narcisistica che poco ha a che vedere con la sua formazione integrale che aiuta a formar un uomo integrale. Suppongo che tutti conosciate la storia di Narciso che muoire percausa della autoreferenzialità. Come parlare della vocazione ai bambini in questo ambiente privo spiritualità, di portavoce solo dell'effimero e del relativo -sino anche a Dio? Quale paideia ci vuole per il futuro, visto che i bambini sono il nostro futuro?

 

2-Prima vorrei presentare il contesto africano subsahariano della vita e la sua paideia.

In africa subsahariana esiste una visione unitaria della realtà, nella quale troviamo due mondi relazionati: il mondo visibile e i mondo invisibile, inseparabili e interdipendenti. Nel contesto africano subsahariano il concetto di vita è centrale. Si tratta della vita della persona umana e degli altri esseri che occupano l’universo. Quando un africano pensa, pensa la vita. Non si può pensare nulla al di fuori di essa. La vita per l’africano è la relazione di comunione tra viventi fisicamente, viventi del dopo morte, che sono misticamente presenti, e quelli che nasceranno. La morte non è mai vista come la fine di tutto ma è vista come un pensiero per la vita invisibile. La vita è il sacro per eccellenza . Per l’africano i morti sono vivi e fanno parte della comunità. Per questo la vita per un africano è sacra e questa è la base del suo pensiero. Per l’africano in principio c’è la vita. L’origine e sostegno della vita è Dio, è Dio che la mantiene e sostiene. Al centro di questa vita onnipervasiva sta la vita umana, di cui Dio è il guardiano supremo. A ragione dell’origine comune della vita, tutte le creature sono in continuo rapporto tra loro. L’uomo è in relazione con Dio, come riferimento di tutto ciò che esiste, in relazione con gli altri esseri e in relazione con il mondo infra-umano. Possiamo dunque dire che entro il concetto centrale della vita, se ne trova un altro, altrettanto importante, che è quello di relazione. Per un africano il legame comunitario è essenziale, non si può capire un uomo che vive da solo. La vita è “crescere con”, “stare con”, è cioè, stare nella relazione. Si è arrivati a questa conclusione della centralità della vita nel contesto africano tramite lo studio di Placide Temples, missionario belga. Temples ha cercato di fare dialogare il cristianesimo con la cultura africana cercando la realtà ultima e del suo significato. Temples vedeva nel concetto di forza vitale il concetto centrale per la visione del mondo bantu. Lo stesso obiettivo di fare dialogare il cristianesimo con la cultura africana, lo troviamo nei teologi e filosofi Africani come Vicente Mulago, che parla della “unione vitale”. Alex Cagame partendo della intuizione di Temples, indica le categorie delle essere nella visone africana. Henri Maurie parla della “Relazione” e Nkafu Kenkia la vita come centro del pensare africano. Dopo questo dobbiamo sapere come si potrebbe educare, come proposta.

 

3- La formazione tradizionale e scolastica, gli afriaca bantu-Macua.

“Ekhaikhai mutthu murim’awe” “in verità, la persona è il suo cuore”, dice un proverbio macua. Per il macua educare è educare il cuore. Educare la persona, in modo concreto, significa educare il cuore. La vita per il macua è vivere insieme, il “pensiero” e la razionalità si fondano sul concetto di comunione, per cui non si può pensare il macua fuori della relazionalità. Chi ha la vita, vive perché ha il cuore. Il macua è consapevole di essere in comunione vitale per questo dice: “Ha un buon cuore: Muthula orera murima”. Simona Brambilla afferma che per il macua il cuore riceve molta attenzione nel processo educativo, perchè educare la persona è educare il cuore.. Il termine “cuore” in macua ha un rapporto con l’essere della persona, con i suoi sentimenti, con il suo pensare e con il suo agire. Quando una persona pensa bene, vuol bene alla sua famiglia, clan, tribù, rispetta le persone … si dice che ha un “buon cuore”, al contrario si dice che non ha un buon cuore. Questo aspetto relativo alla centralità del cuore, alla dimensione umana dell'essere, e dell'essere famiglia, amico "orera murima"-persona di buon cuore potrebbe essere un apporto che la cultura macua potrebbe offrire alla cultura occidentale, preoccupata, sembra, solo dall'economia di mercato, la quale conduce ad una reificazione sistematica dell'uomo nelle sue relazioni. Nella cultura macua vale il detto “ho il cuore e penso” “ergo sum”. Avere il cuore è amore, relazionalità, comunione e sociabilità. Il pensare macua: “sono perché siamo” rivela il senso di comunione, e ciò, non è un rifiuto dell’individualità, ma è l’affermazione della comunione tra il mondo visibile e invisibile, la chiamata alla comunione vitale, dove il centro è la vita stessa, come ci afferma il filosofo africano, Martin Nkafu Nkemkia, nel suo libro: “Il Pensare Africano come Vitalogia”. L’istruzione tradizionale macua è ritmata dai riti di passaggio i cui principali sono i riti del ciclo dell’iniziazione:-Iniziazione dei giovani, Iniziazione delle giovani. La finalità di questi riti è quello di formare i giovani ad avere un “buon cuore” per la vita all'interno della famiglia e della società, come membri adulti. L’iniziazione nella cultura macua, è infatti il momento di passaggio dall’infanzia all’età adulta per cui la persona può iniziare ad assumersi diverse responsabilità all'interno della comunità. La persona è responsabile della vita. Si potrebbe realmente parlare di una "vera nascita sociale", come afferma Lerma Martinez nel suo libro "il popolo macua e la sua cultura". La formazione scolastica dei giovani mira alla trasmissione di conoscenze che lo portino a "sapere fare", e non solo a“saper vivere”. Una critica che si può fare per l’Africa, si preocupa solo sulla educazione non nell’istruzione. A mio parere i due tipi di formazione devono camminare insieme, senza sottovalutare nessuno dei due aspetti.

 

Conclusione

Da quanto abbiamo finora analizzato, il mondo, il contesto africano bantu e contesto africano bantu macua, anche potevamo generalizzare, si evince che nel contesto del mondo contemporaneo educare significa educare alla vita, e parlare di vocazione ai bambini vuol dire parlare della vocazione alla vita. Perché il Dio che viene ci chiama alla vita, perché ne possiamo avere in abbondanza.

 

 A voi tutti grazie per il tema che abbiamo condiviso.

 

 

 

Bibliografia

BECK U., La società Globalle del rischio, Asterios, Trieste, 2001.

DE LUBACH H., Il dramma dell’umanesimo ateo, Morcelliana, 1988.

GAJEWSKI P., Cristianesimo Protestantesimo Anglicani, Emi, Bologna, 2013.

NKAFU NKENKIA M., Il Pensare africano come vitalogia, Citta Nuova, II edizione , Roma, II edizione, luglio 1997.

POMBO P., Chi è l’uomo?, Introduzione all’antropologia filosofica in dialogo con le culture, Armando Editore, 2009. 

 

 

 


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