RINASCERE TESTIMONI

Category: Missione Oggi
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Danilo Castello

 

Missione come liberazione trasformazione

Se, come dice Benedetto XVI, «all’inizio dell’essere cristiano.. c’è l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un orizzonte nuovo e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est), ci si deve sedurre da Dio-persona. E testimoniarlo.

 

  Il terzo tipo di teologia della missione indicato da Bevans e Schroeder si radica nell’evento. Le origini storiche di questo approccio vanno rinvenute nell’Asia minore, la terra che oggi è nota con i nomi di Turchia e Siria. Il principale centro della regione era Antiochia, forse il primo luogo in cui la comunità di Gesù riconobbe la propria identità di chiesa. La teologia sorta in questa regione è nota sia per i suoi tentativi di interpretazione letterale delle scritture, sia per la sua sottolineatura della natura umana di Gesù.

  La persona che meglio ha espresso questa visione teologica (di “tipo C”) non è, tuttavia, un abitante dell’Asia Minore, bensì Ireneo, nato a Smirne ma emigrato in Gallia con alcuni cristiani nella prima parte della sua vita, portando però con sé le tradizioni teologiche della sua regione d’origine. Ireneo diventerà vescovo di Lione, ma non sarà ma un esperto giurista né un brillante accademico: sarà invece un pastore in una città di frontiera e in un avamposto cristiano. La sua prospettiva teologica può essere caratterizzata nel modo migliore dalla parola “storia”, non nel senso di un arido resoconto di eventi passati, ma piuttosto nel senso che tutto ha luogo nel tempo ed è guidato verso il futuro di Dio.

  E’ sul versante della storia che Dio rivela il suo volto. La storia della salvezza è una concatenazione di fatti che culminano nell’evento centrale: l’invio da parte di Dio Padre di Gesù per liberare l’umanità dal peccato e non rendere così possibile una crescita continua, finché tutto, alla fine, sarà ricapitolato in lui. Il dialogo di intimità del Figlio con il Padre si riproduce nel mistero di ogni persona umana che, pur vivendo nello spazio e nel tempo, rimane aperta all’infinito mistero di Dio.

  Sulla base di questa riflessione è allora possibile individuare nella vita dell’evangelizzatore un evento che si qualifica come “lo spartiacque della vita”: il passaggio da una religione di tipo convenzionale, quasi “di facciata”, a un rapporto diretto e personale con Cristo, che non è dottrina e comandamento, ma ospite e amico. Questa “esperienza decisiva” assume i caratteri di autorevolezza ed è la radice di una profonda libertà interiore: trasmette all’annunciatore un’energia nuova (si potrebbe parlare di “scoperta innovativa”). La conversione da una religiosità basata sul “si fa così” a una relazione con Dio-persona è caratterizzata da un itinerario che presta attenzione all’esperienza interiore.

  Il vero problema della missione oggi è la persona stessa dell’evangelizzatore. Solo una sua “esperienza decisiva” del Cristo può segnare la nascita della sua vocazione missionaria. Ed è su questa esperienza “misteriosa” – nel senso che non si può incapsulare in concetti – che osiamo concentrare la nostra attenzione, nel tentativo di trovare il punto di partenza per una “rinascita della missione”.

 

 

 

 

 

 

Un nuovo magistero

 

  Ci rivolgiamo prima di tutto al magistero ecclesiale.

  • Il decreto del Concilio Vaticano II sull’attività missionaria della chiesa, Ad Gentes (dicembre 1965), termina con l’accento sul “fare”: il capitolo 5° è intitolato “Organizzazione dell’attività missionaria”; il 6° verte sulla “Cooperazione”. Il decreto invoglia alla stesura di nuovi programmi, alla formulazione di strategie inedite, alla gerarchizzazione delle priorità. Qualcuno è giunto addirittura ad ipotizzare possibili “moratorie” del personale missionario straniero per consentire una crescita delle chiese locali. Tutti temi, questi, che vengono fatti oggetto di approfondita riflessione nella letteratura teologica della missione e costituiscono il centro di attenzione di convegni e incontri di carattere missionario. Gradualmente, però, comincia a farsi strada una nuova linea nel magistero della chiesa e il centro di gravità di tutta la riflessione sulla missione si sposta dal “fare” all’”essere”.

  Dieci anni dopo il Concilio, Paolo VI, nella sua magistrale Evangeli Nuntiandi (per decenni la Magna charta della missione) edifica il suo insegnamento sul filo rosso della testimonianza: “Non è superfluo ricordarlo: evangelizzare è anzitutto testimoniare, in maniera semplice e diretta” (26); «La testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio..., ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione. L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (41); «proposito della persona stessa dell’evangelizzatore, si ripete spesso, oggi, che il nostro secolo ha sete di autenticità... La testimonianza della vita è divenuta più che mai una condizione essenziale per l’efficacia profonda della predicazione» (76).

  Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio parla più volte “urgenza” della missione: «Il contatto diretti con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor più convinto dell’urgenza della missione di Cristo redentore» (1); «Ciò che più mi spinge a proclamare l’urgenza dell’evangelizzazione è che essa costituisce il primo servizio che la chiesa può rendere a ciascun uomo e all’intera umanità nel mondo odierno» (2); «L’urgenza dell’attività missionaria emerge dalla radicale novità di vita portata da Cristo e vissuta dai suoi discepoli» (7). Più che una “priorità” colta dalla mente in una prospettiva intellettuale, si tratta di “premura”, “pressione”, “sollecitazione”, “necessità, impellenza”, “impazienza”, “esigenza”... avvertite nel cuore di Dio Padre, del Figlio e di coloro che hanno creduto in lui. «L’amore di Cristo ci possiede, ci spinge, ci preme dentro, ci assedia, ci domina, ci costringe, ci mette alle strette, ci guida,...» (cfr. 2Cor 4,14). Chi è conquistato da Cristo non ha scelta: si trova in uno stato di necessità. E questo stato è avvertito nel cuore. «Noi non possiamo tacere» (At. 4,20). «Il Regno di Dio non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma è innanzitutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazareth, immagine del Dio invisibile» (RM 18).

  Il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, in una “lettera alle comunità cristiane per un rinnovato impegno cristiano”, intitolata L’amore di Cristo ci sospinge (1999), dà forse la definizione più completa di questa linea emergente: «La coscienza missionaria nasce e si forma nell’incontro con Cristo». E precisa: «Accanto a una forte ricerca teologica, per altro già in atto, lo slancio missionario richiede una forte spiritualità di cui, forse, siamo ancora carenti».

  • Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo millennio inuente (2001), in cui traccia le linee programmatiche per l’evangelizzazione nel nuovo millennio, dedica l’intero 2° capitolo a “Un volto da contemplare”, quello di Cristo. «Noi vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). Questa richiesta, fatta all’apostolo Filippo da alcuni greci che si erano recati a Gerusalemme per il pellegrinaggio pasquale, è riecheggiata spiritualmente anche ai nostri orecchi... Come quei pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso di farlo loro “vedere”. La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto» (16). Evangelizzare non è un mero trasmettere ciò che io ho sentito dire di Gesù, ma uno sperimentare che ciò che ho sentito dire di Gesù Cristo è vero e reale per me. Significative le parole che Gesù dice all’indemoniato guarito in territorio pagano: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te» (Mc 5,19).
  • L’enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est (2005) inizia con una triplice affermazione che ha fatto da sfondo alle mie riflessioni: «All’inizio dell’essere cristiano, non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione definitiva». Il Papa è tornato sull’argomento dell’udienza del 3 settembre 2008: «Il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente egli non si mostra o noi in un modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l’apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto, diveniamo realmente cristiani».

E’ un invito a entrare nella dinamica dell’amore per ritrovare la sorgente e la forma della missione. All’interno della coscienza di sentirsi amati in maniera incondizionata non si parla più “di Dio”, ma si parla “a Dio”. Il linguaggio diventa personalista. Ci si rivolge a una persona con la quale esistono rapporti di mutua conoscenza e di reciproca fiducia.

 

Divina seduzione

 

  «Dio è la bellezza che crea ogni comunione» (Dionigi l’Aeropagita). «Dire divina seduzione equivale a dire divina bellezza» (Ermes Ronchi). L’evangelizzatore è un innamorato di Cristo Gesù. Dopo averlo incontrato e esserne stato sedotto, non riesce più a dimenticarlo: l’incontro ha lasciato in lui un’impronta indelebile e ha dato alla sua vita un orientamento nuovo e decisivo. Che cos’è questo incontro con Cristo? Quali tracce profonde lascia in chi ne resta coinvolto? E, soprattutto, come avviene?

  • Cosa significa?La Regola di vita dei missionari comboniani, dopo aver affermato che «il missionario comboniano è chiamato a seguire Cristo», precisa: «L’incontro personale con Cristo è il momento decisivo della vocazione del missionario. Solo dopo aver scoperto che è stato amato da Cristo e conquistato da lui, egli diventa capace di lasciare ogni cosa e stare con lui. Il missionario diviene capace di seguire Cristo, rivivendo continuamente questo incontro e approfondendo la comunione con il suo Signore».

  Non si capirà mai la logica della sequela senza il suo sfondo naturale. Ogni persona sogna il suo “sequestro”: l’evento dell’innamorarsi e dell’essere conquistata. Nell’innamoramento mi viene promesso qualcosa. Anzi, mi viene confermata la mia singolarità. Per dirla con Elmar Salmann, monaco benedettino e professore di filosofia e dogmatica presso il Pontificio istituto Sant’Anselmo e l’Università gregoriana di Roma: «Io sono il centro del tuo mondo e tu sei il centro del mio mondo». La teologia della missione di san Paolo è nata dall’incontro con cristo sulla via di Damasco.

  • Cos’è questa capacità nuova nata dall’incontro? E’ la forza dell’amore ricevuto. Sant’Agostino, il teologo, della grazia, ha avuto la sua “Damasco” bene 10 anni dopo il suo battesimo per le mani di Ambrogio, vescovo di Milano (aprile 387). Né Le confessioni (397) scriverà: «Tardi ti ho amato, o bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco che tu eri dentro e io fuori, e lì cercavo. Deforme come ero, mi gettavo sulle cose belle che hai creato. Mi hai chiamato, hai gridato, e ha vinto la mia sordità. Hai mandato bagliori, hai brillato, e hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso la tua fragranza, io l’ho respirata, e ora anelo a te. Ti ho assaporato, e ora ho fame e sete di Te. Mi hai toccato, e io aspiro ardentemente alla tua pace».

  Dopo l’incontro, ci si scopre abitatati da una vita nuova. L’incontro inaspettato segnala irruzione di un’alterità. La dimensione mistica della vita permette all’evangelizzatore di uscire dall’illusione dell’autosufficienza e di evitare la trappola del protagonismo. Ma quelle di Paolo e di Agostino sono esperienze straordinarie, al di fuori della portata dell’evangelizzatore comune?

  • Come avviene? Alla radice di questo incontro c’è un atteggiamento che, in senso lato, potremmo chiamare “contemplativo”. Ti lasci sedurre da qualcuno e smetti di dare corso alle tue ambizioni, che sono all’origine di molte forme di protagonismo che travisano la “missione di Dio” (missio Dei). E’ necessario prestare molta attenzione a ciò che avviene nello “spazio interiore”, per cogliere le risonanze emotive che l’atteggiamento contemplativo mette in movimento. Alla presa di coscienza di sentirsi tanto amati da Dio, siamo pervasi da un senso di meraviglia e di stupore (card. Carlo Maria Martini), che è, sì, l’inizio del filosofare e del teologare, ma anche l’avvio di una interiorità riflessiva che è nutrimento della vita spirituale. Si apre così una breccia nel muro di bronzo (come dicevamo i Padri del deserto) entro cui si arrocca la nostra progettualità individualista, dove si accendono “piccole speranze”, non però “la grande speranza” che cambia la vita. «Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti di esso, il possesso della speranza, che proviene dall’incontro reale con Dio, quasi non è più percepibile» (Benedetto XVI, Spe salvi, 3). Alla scoperta di essere conosciuto, amato e atteso, segue un secondo momento, caratterizzato dall’instaurarsi di una nuova relazione interpersonale con Dio. Senti che non hai più bisogno di occuparti della promozione della bella immagine di te stesso: la speranza che è nata in te e ti ha redento, non puoi tenerla per te: deve raggiungere molti, raggiungere tutti (cfr. ib.).

  Le ricadute sull’evangelizzazione sono di enorme portata. Prima di tutto, egli se percepisce (come Paolo di Tarso) persona “pubblica”. «L’esperienza di un Dio che ama in maniera incondizionata ogni persona umana è la vocazione che vuole farsi conoscere» (Silvano Fausti). L’evento che ti coinvolge diventa la “buona notizia” che deve essere raccontata al mondo intero. L’annuncio del Vangelo è sempre una testimonianza di chi è stato “evangelizzato”: egli ha fatto l’esperienza di essere libero, figlio del Padre, fratello di tutti, e comunica questa esperienza agli altri, perché diventino, a loro volta, figli del Padre e fratelli tra di loro.

  Uno dei momenti privilegiati di questo incontro è quello eucaristico. Insuperabili, a questo riguardo, le parole di Benedetto XVI nell’esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis (2007): «Ogni celebrazione eucaristica attualizza sacramentalmente il dono che Gesù ha fatto della propria vita sulla Croce per noi e per il mondo intero. Al tempo stesso, nell’Eucarestia Gesù fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo, che consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà, arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare l’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. In tal modo riconosco, nelle persone che avvicino, fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita amandoli fino alla fine... Davvero la vocazione di ciascuno di noi è quella di essere, insieme a Gesù,  pane spezzato per la vita del mondo» (88).

 

E la chiesa?

 

  Un’ultima annotazione: amare Cristo è amare la Chiesa. «Come si può voler amare il Cristo senza amare la chiesa, se la più bella testimonianza resa a Cristo è quella di San Paolo: “Cristo ha amato la chiesa e ha dato sé stesso per lei” (Ef 5,25)?» (Paolo VI, EN 49). Scriveva Henri De Lubac (1896-1991), uno dei più insigni teologi cattolici del Novecento, oltre che uno dei principali ispiratori del vaticano II: «La chiesa ha un’unica missione: rendere presente Gesù Cristo... Essa deve annunciarlo, mostrarlo, darlo a tutti. Il resto – ripetiamolo ancora – è un di più». Essa diventa il luogo dove si racconta e si fa esperienza del ricevere misericordia, perdono e amore incondizionato.

  Faccio mia la conclusione cui giungono Bevans e Schroeder al termine del loro libro, Teologia della missione oggi: «Il maggior problema della chiesa, oggi, è probabilmente che la sua testimonianza non è all’altezza del suo insegnamento: non sempre essa pratica quel che predica». E il problema non si supera incrementando la riflessione in vista di nuovi paradigmi dell’evangelizzazione. Il nuovo modello di missione che sta chiaramente emergendo dall’insegnamento ufficiale della chiesa ha individuato il vero problema nella mancanza di credibilità di chi evangelizza. Un “maestro” è ascoltato solo se è “testimone”. E il testimone non impone, ma propone (anche provocanti alternative, ovviamente, ma sempre dialogando). E’ solo questa la strada per una “rinascita della teologia della missione”.

  C’è da augurarsi che la dimensione mistica e profetica di questa nuova teologia sappia sviluppare la creatività necessaria per continuare a perseguire il “pensiero unico” in un mondo che cambia.

 

 

 

 


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