CONVENTUS SEMESTRALIS UNIONE SUPERIORI GENERALI

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Bartolomeo Sorge S.I.

 

L'ESERCIZIO DELLA LEADERSHIP NELLA VITA CONSACRATA

A 50 ANNI DAL VATICANO II

Non è un caso che il Concilio Vaticano II abbia dedicato alla vita consacrata [VC] un capitolo all'interno della costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa. Infatti nessun discorso sulla VC si può fare senza riferimento alla Chiesa, della quale i religiosi costituiscono, per vocazione nativa, la componente profetica.

La ragione è — come spiega il Concilio — che seguire Cristo «più da vicino» attraverso la professione pubblica dei consigli evangelici non è una scelta puramente umana, di natura ascetica o fatta in vista del proprio perfezionamento umano, come avviene in altre religioni o presso i buddhisti. La VC è, invece, un dono dello Spirito Santo; è, cioè, di origine divina e carismatica e appartiene intrinsecamente alla vita e alla santità della Chiesal. Si spiega, dunque, perché — anche sul piano storico — le vicende della VC vadano sempre di pari passo con quelle della Chiesa: quando è in crisi l'una è in crisi l'altra e ogni volta che rifiorisce l'una, l'altra ne riceve un impulso di rinnovamento e di vitalità. Lo stesso criterio, dunque, si deve applicare al discorso sulla leadership.

Ora, quando fu scelto il tema di questa Assemblea USG, nessuno poteva immaginare che essa si sarebbe tenuta in un momento di cambiamento al vertice stesso della Chiesa: l'improvvisa rinuncia di Benedetto XVI al pontificato e l'elezione di Papa Francesco hanno modificato in modo imprevedibile il contesto ecclesiale. Infatti, ogni papa nuovo dà un volto diverso alla leadership nella Chiesa. Paolo VI rifletté il volto dialogante della Chiesa del Concilio; Giovanni Paolo II trasmise al mondo il volto di una Chiesa «trionfante», quale egli sognava per il terzo millennio; Benedetto XVI ha mostrato il volto di una Chiesa «stanca», come egli stesso la definì nel dicembre 2011 parlando della Chiesa in Europa, fino al punto di rinunciare al pontificato «per il bene della Chiesa». Il successore, Papa Francesco, nei primi suoi mesi di pontificato, ha già espresso una forma nuova di leadership, che definiremo «evangelica», mostrando il volto di una Chiesa libera, povera e serva, vicina alla gente, testimone della misericordia di Dio.

In certo senso, la leadership di Papa Francesco dunque si pone, nello stesso tempo, in continuità e in discontinuità con la leadership di Benedetto XVI. Infatti, quello di Papa Ratzinger è stato un pontificato crocifisso, ma la Croce non è fine a se stessa: essa raggiunge il suo pieno significato nella risurrezione. Ciò significa che la «passione e la crocifissione» di Papa Benedetto trovano il loro pieno significato nella «risurrezione» portata da Papa Francesco. Da un lato, dunque, vi è continuità tra i due pontificati, dall'altro però vi è una forte discontinuità: quella appunto che intercorre tra l'esercizio della leadership in una Chiesa stanca e provata e la leadership nuova in una Chiesa che risorge e si rinnova. Di conseguenza, l'esercizio dell'autorità e di governo risulta notevolmente modificato anche per la VC, le cui vicende sono strettamente connesse con quelle della Chiesa.

Detto questo, spetterà alle tavole rotonde, già previste nella nostra Assemblea, discernere le piste nuove da seguire nell'esercizio della leadership nella VC, nel mutato contesto socio-ecclesiale e in fedeltà dinamica al carisma e al Vaticano II. Alla relazione introduttiva, invece, si chiede soprattutto di porre le premesse per il discernimento. Faremo, perciò, tre passi: 1) anzitutto, vedremo com'è cambiato nei 50 anni dal Concilio a oggi il contesto sociale ed ecclesiale; 2) in secondo luogo, vedremo quali sono le principali difficoltà che il mutato contesto storico pone all'esercizio della leadership nella VC; 3) infine, vedremo quali prospettive si aprono a un rinnovato esercizio della leadership nella VC.

 

1. Il mutato contesto socio-ecclesiale

Il primo rilievo evidente è che le sfide di oggi non sono più quelle dei giorni del Concilio: alcune hanno mutato volto, altre sono nuove e sono nate dopo. Per fare qualche esempio, tra quelle che hanno mutato volto, occorre menzionare il persistere dell'ateismo: non è più quello «scientifico» marxista di 50 anni fa, ma è l'ateismo pratico, indotto dal materialismo pratico e dalla cultura consumistica dominante. Similmente l'umanità oggi non è più spaccata a metà dal muro di Berlino, ma altri muri divisori si sono consolidati, come quelli della povertà e della fame, dell'egoismo e del razzismo; la minaccia della guerra atomica, che 50 anni fa gravava come un incubo, oggi non incombe più come allora, ma ha lasciato il posto al terrorismo internazionale.

Altre sfide, invece, sono nuove: per esempio, il relativismo etico, che si è affermato in Occidente dopo la caduta delle ideologie e in seguito alla crisi progressiva dei valori e delle «evidenze etiche»; i flussi migratori in continuo aumento dal Sud al Nord del mondo sono divenuti ormai un fenomeno di natura strutturale; la globalizzazione, che non è soltanto economica, ma anche sociale, culturale e tecnologica, ha mostrato tutte le sue contraddizioni: lasciata a se stessa e alla logica di mercato, essa «offre a pochi fortunati grandi possibilità, lasciando milioni e milioni di persone non solo ai margini del progresso, ma alle prese con condizioni di vita ben al di sotto del minimo dovuto alla dignità umana»2. Si aggiungano i nuovi problemi etici, nati dall'applicazione delle nuove tecnologie soprattutto alla medicina e alla vita umana.

Nello stesso tempo, però, in questi 50 anni, si sono manifestati alcuni «segni dei tempi» che annunciano un domani migliore per l'umanità in via di unificazione: una maggior comprensione tra i popoli, un futuro di pace, di sviluppo, di promozione dei diritti umani, una più matura coscienza ecologica, una rete sempre più fitta ed estesa di comunicazione massmediale e digitale. Come non trarre motivo di speranza dalla scelta di milioni di giovani volontari, che si fanno carico generosamente dei problemi dei sofferenti e dei bisognosi? E le prospettive umanizzanti delle nuove tecnologie, applicate alla medicina e alla vita umana, non sono forse, esse pure, un motivo di speranza e non solo di preoccupazione?

Ugualmente occorre prendere atto che, insieme con il mondo, è cambiata anche la Chiesa. A 50 anni dall'apertura del Concilio Vaticano II, la comunità cristiana è cresciuta, ma negli ultimi anni ha perso entusiasmo e oggi appare provata e stanca. Cosicché molti si chiedono dove siano andati a finire l'ottimismo e lo slancio del primo post-Concilio.

Non è certamente la prima volta che la Chiesa attraversa momenti difficili. E' ineluttabile che, con il passare del tempo, polvere e sporcizia si depositino anche sugli uomini e sulle istituzioni della Chiesa, la quale cammina con il mondo e ne condivide «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce»3. Avviene così — come già è accaduto in passato — che ogni qual volta la Chiesa diventa ricca e potente, appesantita da appoggi umani e da privilegi, ogni volta che la diplomazia prevale sulla profezia, quando la comunità cristiana si ripiega sui propri problemi interni e allenta la spinta missionaria, lo Spirito Santo — che guida la Chiesa — interviene: la purifica, la rinnova e la riporta alla purezza delle origini. Tornano i tempi apostolici!

Riassumendo, la situazione in cui oggi ci troviamo è più o meno questa: da un lato, una società in crisi, contraddittoria e in profonda evoluzione, dall'altro, una Chiesa stanca e umiliata, ma attraversata da un forte desiderio di purificazione e di rinnovamento. Toccherà, certo, al nuovo Papa riprendere e portare a termine il cammino di rinnovamento, già avviato 50 anni fa dal Concilio in un quadro storico molto diverso dall'attuale; tuttavia anche la VC ha una sua precisa responsabilità.

Vediamo allora, più da vicino, quali sono le difficoltà e le opportunità che l'esercizio della leadership nella VC oggi incontra nel mutato contesto storico della società e della Chiesa.

 

2. Le difficoltà per l'esercizio della leadership nella VC

L'aspetto principale dell'attuale contesto socio-ecclesiale, che rende difficile l'esercizio della leadership nella VC (e nella Chiesa), sta nella natura culturale ed etica della crisi attuale. Infatti, nella società secolarizzata di oggi, per molti aspetti post-cristiana, prevale una cultura senza Dio. Il mondo moderno, dopo aver rigettato ogni legame tra cultura e fede (tipico del cosiddetto «regime di cristianità»), ha finito col condurre la società contemporanea verso una totale secolarizzazione della vita e del costume. Così noi oggi respiriamo una cultura senza Dio, materalistica e consumistica, che apre la via a deviazioni morali e a forme di violenza non dissimili (se non peggiori) da quelle del paganesimo. Il Concilio lo aveva previsto, mettendo in guardia contro il diffondersi dell'individualismo nel mondo4.

 La «ragione» ha preso le distanze dalla «fede», rivendica l'autonomia da Dio, si autoproclama essa stessa «dea». Si nega che scienza e religione possano incontrarsi. La politica e l'economia rifiutano ogni rapporto con l'etica. La cultura dominante è impregnata di razionalismo e di laicismo; si è abbandonata la filosofia dell'essere, per approdare al nichilismo e al «pensiero debole» dei nostri giorni. Il positivismo e lo scientismo, che respiriamo con l'aria, hanno finito con eliminare dall'orizzonte culturale tutto ciò che oltrepassa i sensi o non può essere verificato sperimentalmente. La religione è considerata (o tollerata) tutt'al più come una mera questione soggettiva, ma senza rilevanza pubblica.

Pertanto la modernità — di cui peraltro nessuno può negare i meriti straordinari — si presenta come un'esperienza ambivalente e contraddittoria. Da un lato, il mondo moderno ha realizzato imponenti strutture economiche, tecniche e sociali, moltiplicando la quantità dei beni prodotti, dando all'uomo più «avere»; dall'altro, la perdita di ispirazione etica e spirituale ha creato nuove forme di povertà umana e di emarginazione, mortificando l'uomo nel suo «essere».

Da un lato, il mondo moderno ha creato spazi e strutture formali di libertà e di democrazia, acquisendo valori importanti, quali la laicità, la tolleranza, il pluralismo, la libertà di pensiero, di coscienza e di religione; dall'altro, ha sprigionato forze negative che in molti casi vanificano le conquiste fatte.

Da un lato, la civiltà moderna ha dato vita a organismi internazionali di giustizia e di pace; dall'altro, ha moltiplicato le guerre, ha accelerato la corsa agli armamenti, ha creato l'incubo atomico e il terrorismo internazionale. Perfino gli straordinari traguardi raggiunti dalla biologia, dalla genetica e dalle scienze mediche, anziché essere ragione di vita, minacciano di mutarsi in ragione di morte.

Tutto ciò ha condotto al prevalere di una cultura senza Dio, che giunge fino a esaltare le deviazioni morali, la violenza, il danaro, il potere. Insomma, nonostante i traguardi raggiunti (che è onesto e doveroso riconoscere), dobbiamo ammettere che la cultura moderna ha dimostrato largamente di essere incapace di realizzare una società umana più felice, più libera e giusta. Ciò spiega anche perché oggi — dopo la smentita storica delle ideologie classiche e dopo il fallimento delle speranze di autoliberazione — stia rinascendo forte negli uomini il bisogno di alzare di nuovo gli occhi verso l'alto, rifiorisca cioè il bisogno di trascendenza e di Dio, anche se in molti casi si tratta soltanto di un'aspirazione meramente naturale.

Da questi elementi contraddittori è legittimo concludere che siamo in presenza di una crisi di transizione epocale, di natura strutturale, paragonabile solo ad altre poche svolte storiche nell'arco degli ultimi duemila anni. Crisi epocali analoghe si ebbero — in Occidente — alla fine dell'impero romano con l'avvento del cristianesimo; alla fine del medioevo, quando nacque il mondo moderno; oppure a seguito delle grandi scoperte geografiche e delle grandi rivoluzioni sociali e culturali: come quella francese, la rivoluzione industriale e ora la rivoluzione tecnologica. A tal punto che oggi è messa in discussione perfino la democrazia rappresentativa, che è la forma più alta di governo mai realizzata, perché non reggono più la cultura e i valori, su cui quel sistema poggiava.

Ovviamente questa crisi strutturale, aggravata da un individualismo e da un soggettivismo esasperati, rende difficile l'esercizio della leadership nella vita ecclesiale e nella VC, non meno che in quella sociale e politica. La religione, ridotta a questione soggettiva e privata, non ha più l'incidenza sociale di prima, mentre la adesione al Vangelo e al Magistero della Chiesa perde progressivamente la sua antica capacità di ispirare comportamenti etici e cultura civica.

Questa crisi si avverte maggiormente nei Paesi di antica evangelizzazione, dove, fino a non molto tempo fa, vigeva il «regime di cristianità», nel quale la fede religiosa era un valore, riconosciuto e protetto dai poteri pubblici attraverso la concessione di privilegi e la firma di concordati, e orientava sensibilmente la legislazione e le scelte dell'autorità pubblica.

Oggi, tutto questo è finito. A 50 anni dal Concilio, anche nelle nazioni di più antica evangelizzazione, i cristiani si scoprono minoranza, né possono più contare sull'appoggio dei poteri forti, sui privilegi, su grandi risorse economiche. In realtà, questo è un bene, perché la situazione presente avvicina maggiormente la Chiesa alla povertà evangelica delle origini, a quella «debolezza umana», attraverso cui opera la «potenza» di Dio. Tuttavia, il mutato contesto socio-ecclesiale che abbiamo descritto a larghi tratti, mentre da un lato, crea notevoli difficoltà' all'esercizio della leadership nella VC (e nella Chiesa), dall'altro, apre però importanti opportunità per il rinnovamento e per futuro della VC. Cominciamo dalle difficoltà.

La prima difficoltà è quella di formarsi un giusto concetto della leadership nella VC5. La leadership, infatti, non è sinonimo di management, non si può ridurre a organizzazione. La leadership, come esercizio di autorità e di governo, dice soprattutto progettualità in ordine al raggiungimento di un fine e suppone una certa tensione ideale in vista del compimento di una missione; il management, invece, si riferisce soprattutto alla struttura organizzativa, indica le procedure da seguire nella gestione degli strumenti, riguarda la scelta dei mezzi più adatti e del metodo più efficace per raggiungere il fine. I due aspetti — leadership e management — ovviamente non si escludono a vicenda, tuttavia — ai fini della governance — il primo è certamente più importante, perché guarda ai soggetti più che all'organizzazione e si attua attraverso il dialogo, coinvolgendo responsabilmente gli altri. La leadership, a differenza del management, si fonda sull'attenzione alla libertà dell'altro; tende quindi ad aprirsi al cambiamento e alla novità6. Ora, nel contesto della presente crisi culturale, che tende a privilegiare la dimensione organizzativa del management sull'aspetto etico e ideale della leadership, diviene difficile comprendere il senso evangelico che essa assume nella VC. Una sua erronea comprensione può esporre a gravi rischi. Dobbiamo riconoscere — ha detto Papa Francesco — che «quando si dà troppa importanza all'organizzazione, quando uffici e burocrazia assumono una dimensione preponderante, la Chiesa perde la sua vera sostanza e rischia di trasformarsi in una semplice organizzazione non governativa [...] E la Chiesa non è una Ong. E' una storia d'amore»7. Queste parole si applicano pure all'esercizio della leadership nella VC, riaffermando il primato della contemplazione sull'azione.

Giovanni Paolo II, all'inizio del terzo millennio cristiano, aveva già sottolineato con forza l'importanza di questo primato: «"Vogliamo vedere Gesù" (Gv 12,21) [...] Come quei pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di "parlare" di Cristo, ma in certo senso di farlo loro "vedere". [...] La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto»8. Occorre, cioè, ripartire da Cristo, dal primato della preghiera sul programma: «Non si tratta, allora, di inventare un "nuovo programma". Il programma c'è già [...]. Esso s'incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare per vivere in lui la vita trinitaria e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste»9.

E' questa la opzione fondamentale della VC, la cui missione primaria è rendere pubblica testimonianza di fede in un momento difficile di crisi della società e di purificazione e di stanchezza della Chiesa.

Una seconda difficoltà per l'esercizio della leadership nella VC viene dall'individualismo, che nella crisi presente ha fatto breccia anche tra i religiosi, essi pure figli del nostro tempo. Troppo spesso la testimonianza di fede dei consacrati si riduce alla sola testimonianza personale. Invece, la testimonianza della fede ha sempre una dimensione comunitaria e pubblica. Il Vangelo lo dice esplicitamente, quando afferma della Chiesa: «Una città posta su un monte non può restare nascosta» (Mt 5, 14). Come impostare dunque l'esercizio della leadership nella VC, cosicché gli istituti religiosi diano testimonianza pubblica di un'autentica fede comunitaria, di assiduità nella preghiera, nell'ascolto e nell'annuncio della Parola di Dio, nello spezzare il pane eucaristico, nell'unione fraterna e nel servizio ai poveri? Le strade maestre, indicate dal Concilio, sono la lectio divina e una vera spiritualità liturgica eucaristica, che è «il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù»10.

Una terza difficoltà per la leadership nella VC viene dalla tendenza alla autoreferenzialità, caratteristica del nostro tempo. Occorre, dunque, vincere la tentazione e andare con coraggio oltre le mura del tempio, per raggiungere tutte le periferie (geografiche ed esistenziali), instaurando un leale dialogo, aperto a tutti. «Si deve evitare la malattia spirituale della Chiesa autoreferenziale — ha detto papa Francesco —: quando lo diventa, la Chiesa si ammala. E' vero che uscendo per strada, come accade a ogni uomo e a ogni donna, possono capitare degli incidenti. Però se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, autoreferenziale, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima»11.

Non è, questa, solo questione di metodo, ma di sostanza. La categoria del dialogo è centrale nella stessa rivelazione cristiana e quindi nell'evangelizzazione: «La rivelazione, cioè la relazione soprannaturale che Dio stesso ha preso l'iniziativa di instaurare con l'umanità, può essere raffigurata in un dialogo, nel quale il Verbo di Dio si esprime nell'Incarnazione e quindi nel Vangelo. [...] Bisogna che noi abbiamo sempre presente questo ineffabile e realissimo rapporto dialogico, offerto e stabilito con noi da Dio [...], per comprendere quale rapporto noi, cioè la Chiesa, dobbiamo cercare d'instaurare e di promuovere con l'umanità»12.

Il Concilio Vaticano II non ha avuto alcun dubbio nel riaffermare che, nel contesto di una società pluralistica e secolarizzata, il contributo specifico della VC alla nuova evangelizzazione debba essere, oltre alla testimonianza profetica dei valori del Regno, quello di intraprendere un dialogo aperto con gli uomini del nostro tempo: la Chiesa «deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio, la Chiesa si fa colloquio»13. Il dialogo è parte integrante e insostituibile dell'esercizio della leadership nella VC.

 

3. Le opportunità nell'esercizio della leadership nella VC

Tuttavia, il mutato contesto socio-ecclesiale non crea solo difficoltà all'esercizio della leadership nella VC; offre pure tutta una serie di importanti opportunità che occorre cogliere, perché possono molto contribuire al rinnovamento della stessa VC.

Una prima opportunità sta nell'aprirsi all'incontro con tutte le culture. Il Concilio è esplicito: la Chiesa «fin dagli inizi della sua storia, imparò a esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; e inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: allo scopo cioè di adattare, quanto conveniva, il Vangelo sia alla capacità di tutti, sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della Parola rivelata deve rimanere legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo e, al tempo stesso, viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture»14.

Si tratta cioè di condividere quanto di buono e di vero c'è in ciascuna cultura, per trasformarla dall'interno, aprendola a Dio e a una visione plenaria e trascendente dell'uomo e della storia. «Tale ricerca si rivela vantaggiosa per le stesse persone consacrate: i valori scoperti nelle diverse civiltà possono spingerli, infatti, ad accrescere il proprio impegno di contemplazione e di preghiera, a praticare più intensamente la condivisione comunitaria e l'ospitalità, a coltivare con maggiore diligenza l'attenzione alla persona e il rispetto per la natura»15.

La mèta, quindi, è il dialogo interculturale. Un dialogo possibile e auspicabile, poiché, «qualsiasi cultura è uno sforzo di riflessione sul mistero del mondo e in particolare dell'uomo: è un modo di dare espressione alla dimensione trascendente della vita umana. Il cuore di ogni cultura è costituito dal suo approccio al più grande dei misteri: il mistero di Dio»16.

E' la stessa ragione, per la quale la Gaudium et spes stimola i cristiani affinché, nel dialogo con le altre culture, si pongano in atteggiamento non solo di chi dà, ma anche di chi ascolta e riceve; infatti — spiega il Concilio — «parecchi elementi di verità» si trovano anche presso quei non credenti «che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscano ancora la sorgente»17.

Così oggi, nel nuovo contesto socio-ecclesiale, chiusa la stagione delle rigide contrapposizioni ideologiche, la leadership nella VC offre l'opportunità di formare i consacrati ad aprirsi al dialogo con le altre culture, alla ricerca di valori condivisi e di elementi comuni di verità, per proseguire insieme verso la verità tutta intera. Un cammino, questo, che non può non risultare fecondo per il mondo, per la Chiesa e per la stessa VC.

Dal dialogo interculturale il discorso si allarga necessariamente al dialogo interreligioso. Già il Concilio aveva concluso alla necessità dell'incontro con i seguaci delle altre religioni, auspicando che i cattolici «riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali, nonché i valori socioculturali, che si trovano in essi»18.

E Giovanni Paolo aveva trasformato l'auspicio del Concilio in un pressante «appello alle Chiese cristiane e a tutte le grandi religioni del mondo, invitando a offrire l'unanime testimonianza delle comuni convinzioni circa la dignità dell'uomo, creato da Dio. Sono persuaso infatti — concludeva il Papa — che le religioni oggi e domani avranno un ruolo preminente per la conservazione della pace e per la costruzione di una società degna dell'uomo»19. Ancora una volta, la VC aiuterà la Chiesa profeticamente a percorrere questo cammino.

Una seconda opportunità, che nel mutato contesto socio-culturale oggi si offre all'esercizio della leadership nella VC, riguarda l'espansione nella Chiesa dello «spirito collegiale» o comunitario, che è forse l'eredità principale del Concilio, non ancora realizzata dopo 50 anni. Il Concilio lascia intendere che bisogna avere il coraggio di cominciare dall'alto, dallo stesso «ministero petrino». Senza mettere affatto in discussione il primato di Pietro, non si deve avere paura di rivedere le forme del suo esercizio, come già chiedeva insistentemente Giovanni Paolo II, una ventina d'anni fa, nell'enciclica Ut unum sint (1995). Nel mondo globalizzato, nessun Papa può più guidare da solo la Chiesa, senza l'aiuto di uno strumento universale e autorevole, che nel pieno esercizio della collegialità episcopale, lo appoggi e lo aiuti nel necessario discernimento per comprendere qual è la volontà di Dio e affrontare con la necessaria decisione problemi che sono planetari e complessi. Certamente non è adeguata a questo scopo la Curia romana la quale, anche durante il pontificato di Papa Benedetto, ha dimostrato di essere più una palla al piede che un sostegno al rinnovamento. Dal vertice della Chiesa, grazie alla leadership rinnovata della VC, lo spirito di collegialità potrà diffondersi anche a livello locale, dove non minore è il bisogno di comunione per superare lo scandalo intollerabile di lacerazioni e di conflitti intraecclesiali, denunciato fino all'ultimo da Papa Benedetto. In questo, la VC ha un ruolo profetico da svolgere. La testimonianza pubblica di comunione e di unità nella diversità, propria della vita religiosa, è fondamentale per rendere credibile il mistero cristiano in un mondo lacerato e profondamente segnato dall'egoismo e dall' individualismo.

Anche la «collegialità», in quanto è manifestazione della comunione cristiana, si fonda su due aspetti fondamentali. Il primo è l'aspetto interiore e sta nell'amore di Dio, cioè nella comunione di vita con Cristo, nell'identificazione con lui: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Il secondo aspetto è diretta emanazione del primo e consiste nell'amore e nel servizio ai fratelli: «vi do un comandamento nuovo; che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 34s.).

Detto in altre parole: la VC è chiamata ad annunciare in modo esemplare e profetico che ogni cristiano, attraverso il dono dello Spirito, assume progressivamente i lineamenti stessi del Figlio e del suo amore per gli uomini; cioè, lo Spirito non solo trasforma il nostro rapporto personale con Dio, rendendoci figli nel Figlio, ma trasforma pure il nostro rapporto sociale con gli altri, rendendoci fratelli e facendoci vivere come tali. Ecco perché una leadership rinnovata della VC, è un contributo determinante alla costruzione non solo della comunità ecclesiale, ma, profeticamente, anche a livello sociale.

Ciò suppone, però, che l'esercizio della leadership nella VC si faccia carico di condurre i religiosi a un profondo cambiamento di mentalità. La vita delle nostre comunità religiose non può più consistere, come avveniva una volta, nella mera fedeltà dei singoli consacrati alla vita comune, vivendo l'uno accanto all'altro, uniti soprattutto dall'osservanza esterna delle regole, dal suono del campanello e dalle «cose comuni». Non è più concepibile una comunità religiosa, unita solo sul piano formale e legale, priva di comunicazione interpersonale. Anche per questo oggi si preferiscono le piccole comunità a quelle grandi e numerose d'una volta.

Inoltre, in un mondo globalizzato, in un'umanità che si scopre sempre più una famiglia sola, non si può più guardare al proprio istituto come se ciascuno dovesse fare tutto, come se fosse il centro dell'universo. Bisogna andare al di là dei muri dei nostri conventi, delle nostre case, e instaurare un cammino di collaborazione intercongregazionale. Il carisma proprio di ogni Istituto non è mai soggetto a proprietà privata, ma appartiene alla Chiesa. L'esercizio della leadership nella VC dovrà perciò aiutare i religiosi a uscire dal loro piccolo mondo, a pensare in grande, a dar vita a nuove forme di testimonianza pubblica della fede non solo all'interno delle comunità religiose, ma soprattutto all'esterno, nella vita apostolica.

Una terza prospettiva fondamentale per la leadership nella VC è quella di aprirla a una vita vissuta da poveri, con i poveri e per i poveri. Infatti, la VC è chiamata oggi più che mai a tradursi in «appello profetico nei confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose. Per questo, oggi più che in altre epoche, il suo richiamo trova attenzione anche tra coloro che, consci della limitatezza delle risorse del Pianeta, invocano il rispetto e la salvaguardia del creato mediante la riduzione dei consumi, la sobrietà, l'imposizione di un doveroso freno ai propri desideri»20

In un contesto socioculturale dominato dalla concezione efficientistica ed egoistica della vita, che abbandona il debole e il povero al loro destino e oscura il senso della gratuità e del primato dell'«essere» sull'«avere», i consacrati — seguendo per amore Cristo povero — vanno condotti «a vivere da poveri e ad abbracciare la causa dei poveri»; forti perciò di questa «scelta preferenziale», essi non esiteranno a impegnarsi per la promozione della giustizia e a denunciare le ingiustizie che si commettono contro ogni sorta di poveri: gli oppressi, gli emarginati, gli anziani, gli ammalati, i piccoli e quanti sono considerati e trattati come «ultimi» nella società21.

Tuttavia, bisognerà evitare il pericolo di trasformare gli Istituti religiosi in meri fornitori di servizi di accoglienza e di assistenza sociale, di servizi scolastici e ospedalieri; in Ong, direbbe Papa Francesco. La VC non è chiamata a sostituirsi allo Stato! L'opzione preferenziale per i poveri, propria della VC, dev'essere evangelica, cioè in continuità con quella proclamata da Cristo stesso agli inizi del suo ministero nella sinagoga di Nazareth e mantenuta viva dalla VC nella Chiesa di tutti i tempi come missione propria. Essa si dovrà tradurre nell'effettiva condivisione, da parte dei consacrati, singoli e in comunità, delle situazioni di emarginazione, insediando la propria presenza nelle zone di maggior miseria, aprendosi ad accogliere e ad accompagnare nel loro cammino di promozione umana e spirituale i nuovi poveri della società del benessere: emarginati e oppressi, rifugiati e immigrati; drogati e ammalati di AIDS, anziani abbandonati e ragazze madri lasciate a se stesse, sradicati e disperati22.

Un'ultima opportunità, infine, che oggi si offre a una rinnovata leadership evangelica nella VC è quella di aprire la vita degli istituti religiosi alla partecipazione e alla collaborazione di un laicato maturo. Dopo il Concilio, i fedeli laici (uomini e donne) nella Chiesa non possono più essere considerati minorenni, né preti mancati, né delegati del clero. Senza un laicato adulto la nuova evangelizzazione è impossibile! Parlare di laicato adulto, non vuol dire soltanto riconoscerne e rispettarne la legittima autonomia nella vita sociale e politica, ma altresì riconoscere ai fedeli laici spazi e responsabilità maggiori nella vita della Chiesa. La VC è chiamata a svolgere sia una missione educativa e formativa dei fedeli laici, sia un'azione di collaborazione diretta con loro. Non tanto per una ragione contingente, quale potrebbe essere, per esempio, la diminuzione delle vocazioni religiose, quanto per ragioni teologiche ed ecclesiologiche, come ha chiarito il Concilio. Bisognerà, dunque, esplorare le vie di una nuova collaborazione dei fedeli laici con il proprio Istituto, specialmente nei campi che sono di loro specifica competenza, come la scuola, la cura degli infermi e degli emarginati23; in particolare non si potrà prescindere dalla presenza e dall'apporto responsabile della donna: «Il futuro della nuova evangelizzazione [...] è impensabile senza un rinnovato contributo delle donne, specialmente delle donne consacrate»24; proprio per questo, è «urgente compiere passi concreti» e aprire alle donne «spazi di partecipazione in vari settori e a tutti i livelli, anche nei processi di elaborazione delle decisioni»25.

In conclusione, la leadership nella VC s'impegnerà con ogni sforzo «alla promozione della cultura, al dialogo fra cultura e fede [...], perché la luce di Cristo penetri ogni settore umano e il fermento della salvezza trasformi dall'interno il vivere sociale, favorendo l'affermarsi di una cultura permeata di valori evangelici»26. A questo fine, uno dei luoghi decisivi è il mondo degli strumenti della comunicazione mediale e digitale, che ormai «hanno assunto una capacità di irradiazione cosmica mediante potentissime tecnologie, in grado di raggiungere ogni angolo della terra», creando una vera e propria «nuova cultura», la quale «nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici»27. Ecco dunque come, a 50 anni dal Vaticano II, l'esercizio della leadership nella VC — passando attraverso una rilettura dinamica e creativa del proprio carisma e del Concilio — può contribuire in modo determinante al rinnovamento della VC e della Chiesa.

 

 

NOTE

1 Cfr CONCILIO ECUMENICO II, costituzione dogmatica Lumen gentium, n. 44.

2 GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Novo millennio ineunte (2001), n. 50.

3 CONCILIO VATICANO II, costituzione pastorale Gaudium et spes, n.1.

4 «La profonda e rapida trasformazione delle cose esige, con più urgenza, che non vi sia alcuno che [...] indulga a un'etica puramente individualistica. [...] sacro sia per tutti includere tra i doveri principali dell'uomo moderno, e osservare, gli obblighi sociali. Infatti, quanto più il mondo si unifica, tanto più apertamente gli obblighi degli uomini superano i gruppi particolari e si estendono a poco a poco al mondo intero. [...] sorgano uomini nuovi, artefici di una umanità nuova, con il necessario aiuto della grazia divina» (Ivi, n. 30).

5 Cfr TASK FORCE ON FORMATION AND LEADERSHIP — USA, Formation of Jesuits for Leadership and Governance. Report and recommendations to the Jesuit Conference Bord — USA, in Review of Ignatian Spirituality, n. 120, XI 11/20091 51-65.

6 Comunemente, dunque, la Leadership viene definita come «un complesso processo attraverso cui una persona influenza altre per realizzare una missione, un compito o un obiettivo, e attraverso cui dirige una organizzazione in modo coesivo e coerente. Una persona svolge questo processo applicando gli attributi della leadership (credenze, valori, etica, temperamento, conoscenze e competenze)» (F. FAVA S.I., «Formare alla leadership», in Aggiornamenti Sociali», 12 [2003] 796).

7 L'Osservatore Romano, 24-25 aprile 2013.

8 GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Novo Millennio ineunte, n. 37.

9 /Vi, n. 58.

10 CONCILIO VATICANO II, costituzione Sacrosanctum Concilium, n. 10.

11 Cit. in L'elezione di Papa Francesco, in Civ. Catt. 2013 I 537.

12 PAOLO VI, Enciclica Ecclesiam suam (1964), in Enchiridion Vaticanum, 2, nn. 193 s.

13 Ivi, n. 192.

14 CONCILIO VATICANO II, costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 44.

15 GIOVANNI PAOLO II, esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata (1996), n. 79.

16 ID., Discorso all'ONU nel 50° della fondazione (5 ottobre 1995), in L'Osservatore Romano, 6 ottobre 1995. 16 CONCILIO VATICANO II, costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 92.

18 ID., decreto Nostra aetate, n. 2.

19 GIOVANNI PAOLO II, enciclica Centesimus annus, n. 60.

20 GIOVANNI PAOLO II, esortazione apostolica post-sinodale Vita consacrata, cit., n. 90.

21 Ivi, n. 82.

22 Ivi, n. 82.

23 Cfr ivi, nn. 54-56.

24 Ivi, n. 57.

25 /vi, n. 58.

26 Ivi, n. 98.

27 GIOVANNI PAOLO II, enciclica Redemptoris missio (1990), n. 37.

 


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