Nov 23, 2017 Last Updated 8:44 PM, Nov 19, 2017

XXXII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

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Mt. 25,1-13.
“Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.

Ci avviciniamo verso il termine dell’anno liturgico e la Parola di Dio di queste ultime domeniche, attira la nostra attenzione sugli “eventi ultimi”(novissimi) della storia della salvezza: cioè morte, inferno, paradiso, giudizio, risurrezione dei morti, ritorno del Signore.. Pertanto la parabola evangelica odierna esprime la dinamica tensione della Chiesa verso l’incontro definitivo con Cristo. Nelle dieci vergini, nelle stolte come nelle sagge, è simboleggiata la Chiesa, che è composta di buoni e di peccatori, di giusti e di empi, di grano e di zizzania. In pratica è la vita (o la morte) che viene rappresentata, come viaggio verso la festa di nozze e l’incontro con lo Sposo. Questa parabola è uno dei pochi testi che parlino della morte presentandola come una festa, un appuntamento con la felicità eterna. La vita su questa terra, alla luce della fede cristiana, è un’”attesa”( = tendere a), vivere con l’anima protesa verso qualcosa, un alzare in alto lo sguardo; il cristiano è colui che cerca di vivere impostando ogni sua azione su questa attesa, non un’attesa inerte, ma attiva e operosa.

Per le vergini della parabola, l’attesa è riempita da due preoccupazioni: quella di tenere la lampada accesa e quella di muovere incontro allo sposo; cioè vivere nella vigilanza e nella fedeltà. A questo appuntamento si deve essere sempre pronti perché lo Sposo – il protagonista dell’appuntamento – non ha fissato l’ora. Perciò bisogna che teniamo accesa la lampada della fede e della speranza.

I protagonisti sono: lo Sposo e le 10 vergini, mentre la sposa non compare affatto.

Vediamo molte anomalie in questo racconto di nozze, e Matteo ci impartisce un insegnamento sull’ultima venuta di Cristo e sul suo giudizio finale.

1. Anzitutto molto strana ci sembra la figura dello Sposo: egli si fa attendere, giunge in un’ora inopportuna anzi imprevista. Di solito è la sposa che arriva in ritardo, e questa non è menzionata affatto. Inoltre lo Sposo, secondo lo schema di uno sposalizio palestinese, dovrebbe essere accompagnato da un corteo preceduto da musiche e suono di tamburi, invece è annunciato da una voce anonima. La sua intransigenza e severità non si addicono alla sua persona e alla particolare circostanza. Invece di lasciarsi prendere dalla gioia dell’incontro con le vergini, si improvvisa portiere, sbarra le entrate e tiene tutti lontani. Le 10 vergini si addormentano tutte, senza eccezioni. Ma non è questo il dramma, perché la “parusia” coglierà tutti di sorpresa. L’errore consiste piuttosto nel non aver preparato il necessario per la festa.

2. Le vergini sono ripartite in sagge e stolte: quelle sagge sono quelle che vengono trovate pronte quando giunge il Signore. Anch’esse come le stolte, ignorano l’ora dell’arrivo dello Sposo, ma non ignorano che arriva all’improvviso e stanno sempre all’erta con l’olio a disposizione, che permetterà alla lampada di risplendere nella notte e incontrarsi con lo Sposo faccia a faccia.

Le vergini stolte invece non hanno saputo tenersi pronte, sono prese alla sprovvista: rappresentano in qualche modo chi vive alla giornata, chi è appiattito sul presente e non bada al domani: si sono date da fare sì, ma troppo tardi, non erano pronte al momento della venuta dello Sposo, e al suo arrivo invece di pensare a Lui, si sono preoccupate di se stesse e delle loro lampade, e così si vedranno chiudere la porta in faccia!..

L’irruzione di Dio dall’eternità al tempo, sorprende sempre. Ma non è Dio che si compiace di sorprendere, ma è l’uomo che talvolta prende gusto a dormire. Cristo ci avverte:”Vegliate, perché non sapete né il giorno né l’ora”. Non lo sapevano quelle vergini e non lo sa nessuno di noi. Non lo sapevano i nostri fratelli che oggi sono usciti in auto per le strade d’Italia e non hanno fatto ritorno a casa perché hanno incontrato la morte per strada! “Siate preparati”! Sappiamo che dobbiamo morire, ma non sappiamo “quando”.Bisogna procurarsi abbastanza olio per poter restare svegli sino alla fine e non mancare all’ultimo momento. La lampada accesa è la fede che si alimenta con le buone opere. “Camminate finchè c’è la luce”(Gv.12,35), ci ricorda Gesù.

S. Francesco, nell’imminenza della fine, aveva il coraggio di dire ai presenti:”Fratelli, cominciamo a fare il bene, perché finora abbiamo fatto poco”.L’incontro dei fedeli col Signore Salvatore, si verificherà al momento della morte. Vegliare è pensare a Cristo, desiderare la sua presenza, sentire la sua mancanza come un vuoto incolmabile. Vivere nella vigilanza è essere fedeli nel compiere sempre le buone opere.

Notiamo ancora in questa storia di nozze, la stranezza della mancanza della Sposa. Giustamente, perché questa “Sposa” è la Chiesa, è ciascuno di noi nella misura in cui ci prepariamo attivamente nella fede, alla venuta del Signore. La Chiesa è simile ad un corteo di persone in cammino verso il Signore, delle quali alcune tengono accese le lucerne della loro vigilanza e opere buone, mentre altre non vigilano per tenere viva la loro fede. La discriminazione o il giudizio, non si farà che al termine del percorso della Chiesa sulla terra, il giorno delle nozze di Cristo e dell’umanità rimastagli fedele. “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra”?(Lc.18,8).

La morte è anche una “festa”, e alla festa ci si prepara a dovere. Aspettare all’ultimo momento può costare caro, si rischia di non trovare più olio per la lampada e di sentirsi dire, da dietro quella porta per sempre chiusa:in verità, non vi conosco”!

La morte: molti hanno paura, anche di pensare ad essa, è più che mai demonizzata: basta guardare i ridicoli scongiuri che la gente fa vedendo passare un carro funebre. Una società “laica” che sorride davanti al misterioso sciogliersi del sangue di san Gennaro; ci si “tocca” davanti a un gatto nero che attraversa la via; per scaramanzia alcuni evitano il numero 13, e alcuni si adornano di “cornetti” e di “talismani”per allontanare la morte.

P. Davide M. Turoldo scrisse così sulla morte: “C’è morte e morte; una multiforme e svariatissima morte..Pensate alla grazia di morire o, al contrario, pensate se non ci fosse la morte. La grazia di saper morire..la grazia di poter dire di fronte al mondo: le valigie sono pronte. Arrivederci, figlioli. Una morte sempre più rara, è vero, questa bella morte all’antica.. Di contro, ecco questa civiltà di morte, questa morte a battaglioni, ecco la nostra morte, una morte industrializzata. Una vita che è già morte. Morte mangiata nei cibi stessi che mangi; morte salita con te sull’aereo; morte che, appunto, con te viaggia sulla tua stessa auto, divertita a spingerti lei stessa al folle sorpasso”.

Pensiamo alla serena e santa morte e ai funerali partecipatissimi e commossi dei Papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II! Che bella e invidiabile morte!

Pertanto tutti noi qui presenti a questo banchetto eucaristico, preghiamo che possiamo ritrovarci un giorno riuniti nel Regno del Signore, nel banchetto eterno, e che nessuno resti fuori da quella misteriosa porta, là “dove c’è pianto e stridore di denti”.

La Madonna ci aiuti, come preghiamo nell’Ave Maria:”prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. 

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