Nov 23, 2017 Last Updated 8:44 PM, Nov 19, 2017

XXXI Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

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Mt.23,1-12
"Il più grande tra voi sia vostro servo".

Il brano evangelico odierno contiene una lezione molto seria di Gesù ai suoi discepoli di tutti i tempi.

Innanzitutto Gesù comincia il suo discorso riconoscendo il ruolo affidato agli Scribi e ai Farisei: essi hanno ricevuto la missione di insegnare e di interpretare la legge divina e guidare il popolo nel servizio di Dio. Da questo punto di vista, non resta altro che prestare loro ascolto ed obbedienza: “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo”. Ma il guaio è quando il Signore ammonisce i suoi discepoli dicendo: ”non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”!

E’ appunto questo il tema messo in evidenza dalla liturgia odierna. Se il messaggio odierno deve provocare un serio esame di coscienza per noi Sacerdoti, messaggeri della Parola di Dio, nello stesso tempo deve spronare anche il popolo cristiano ad aiutare i Sacerdoti, perché questi vivano in conformità all’ideale che predicano. Il popolo avrà i sacerdoti che si merita!

Già nel 5° secolo avanti Cristo, il profeta Malachia rimproverava aspramente i sacerdoti del suo tempo, che eludevano la legge di Dio ed erano occasione di caduta e di scandalo per il popolo.

Anche Gesù nel Vangelo, mette in guardia i suoi discepoli contro gli scribi e i farisei, che sono molto bravi nell’insegnare agli altri quello che si deve fare, ma personalmente non lo fanno. Praticamente Gesù denunciava l’incoerenza, l’ipocrisia e l’ostentazione dei leaders spirituali del suo tempo. Ma la Chiesa vuole applicare le parole di Gesù ai capi e ai pastori del nostro tempo, trasferendo la denuncia di Cristo a noi sacerdoti e al nostro modo di comportarci verso i fedeli.

In particolare Gesù muove queste accuse:

1. Non osservano i precetti che insegnano agli altri. Qui è in gioco l’ipocrisia che stabilisce due misure: una stretta per gli altri e una larga per se stessi.

2. “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini”. Questa è la tentazione di voler essere ritenuti migliori di quello che si è. 3. “Amano sentirsi chiamare Rabbì dalla gente”. In verità uno è il solo Maestro(Cristo): uno è il solo Padre(Dio); e noi tutti siamo fratelli, chiamati a prestarci servizio nell’amore vicendevole: tutti scolari che hanno tutto da imparare.

Ora questa esortazione non significa una negazione di qualsiasi gerarchia all’interno della comunità,(ci sarebbe anarchia e confusione), ma piuttosto il modo preciso di come svolgere la missione per la quale si è chiamati a continuare il ministero di Cristo: di non sostituirsi a Dio, di non essere il punto di riferimento, di non andare al di là delle nostre responsabilità, dei nostri compiti di poveri peccatori. Abbiamo il coraggio di ammettere anche davanti agli altri di essere insicuri, di essere poveri, di essere peccatori, di aver paura e tremare di fronte a Dio e al suo Vangelo.

Allora i nostri fratelli ci sentiranno uno di loro e i peccatori come noi, sapranno anch’essi trovare il loro posto nella Chiesa.

La Chiesa infatti non è una comunità di perfetti e di santi, ma una comunità in cammino che cerca la santità secondo il Vangelo e la vive. La Chiesa è comunità di salvezza, nella misura in cui porta la salvezza del Signore, non la propria salvezza; deve essere strappata dalla sua sicurezza, per annunciare la salvezza che viene da Dio.

Spesso a noi cristiani, ci piace considerarci in gamba più degli altri, capaci, saggi, e occupare posti di autorità. Un cristiano è un apostolo nella misura in cui vive in profondità l’annuncio che il Signore gli ha affidato. Non si tratta di fare opere di apostolato, ma di essere apostolo, di sentirsi responsabile del Vangelo in ogni momento, di sapere offrire la propria vita gratuitamente.

 Nella Chiesa, agli occhi di Dio,“grande” è colui che serve, come ha detto e ha fatto Gesù.

L’autorità è servizio: più si è “importanti” e più abbiamo il dovere di servire i fratelli. Gesù è il vero Maestro, perché prima di insegnarcelo a parole, ce lo ha mostrato con i fatti: e prima di insegnarci la strada, è andato avanti a noi e ci ha preceduto con la croce; ha mostrato con la propria vita fin dove può arrivare il servizio ai fratelli. La logica della vita cristiana richiede che non ci sia una frattura tra vita e fede, ci deve essere invece una sintonia tra agire e parola fino a realizzarsi in una sola vita. Il leader che cerca il proprio interesse, la propria reputazione a spese degli altri, non è un buon leader, né un buon cristiano, ma un falso e imbroglione!.

Apostolato non significa fare proseliti delle nostre persone, né delle nostre comunità, né della nostra Chiesa, ma significa fare gli uomini discepoli dell’amore di Cristo.

Quello che i sacerdoti dicono in nome di Dio, non è da loro, ma da Dio o dalla Chiesa; mentre quello che fanno viene soltanto da loro e rimane sul conto della loro responsabilità.

Pregate per noi sacerdoti, perché il Signore sorregga e fortifichi la debolezza della nostra carne, che è identica a quella di tutti gli uomini, e ci aiuti ad essere annunciatori umili e coerenti della sua Parola.

Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai sacerdoti, disse un giorno(9/10/1984): “Il mondo di oggi, ha bisogno di sacerdoti, di molti sacerdoti, ma soprattutto di sacerdoti santi..Siete chiamati a portare nel mondo, a tutti gli uomini e in tutti gli ambienti, la consolazione dell’amore e della misericordia di Dio.. Cercate di capire e di amare gli uomini di oggi, comunicando loro la certezza che Dio li ama. Maria SS. possa insegnarvi a dire sempre “FIAT” alla volontà di Dio..,possa ispirarvi a cantare il “MAGNIFICAT” per le meraviglie che Dio compie in voi.., e convincervi ad imitare il suo “STABAT” accanto alla croce, quando le sofferenze si ergeranno sul vostro cammino verso la santità.”. Maria SS. è grande perché ha ascoltato la Parola di Dio e l’ha osservata.(Lc.11,27-28).

Dovremmo fare nostra – come sacerdoti - l’esortazione di S. Paolo(II lettura):”Avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari”.

Nell’Eucaristia che stiamo celebrando, parola e segno si integrano nell’esprimere in una sola realtà, la lode, il ringraziamento, l’unità, l’amore del Padre e dei figli.

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