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XIX Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

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Mt. 14,22-33
“Coraggio, sono io, non abbiate paura”

L’incontro tra Dio e l’uomo, è il tema dominante della liturgia odierna: è la presenza di Dio nella nostra vita. Le letture bibliche ci presentano due scene di manifestazione di Dio(teofanie):

1) al profeta Elia all’Oreb; 2) agli apostoli, e a Pietro in particolare, sul lago agitato.

Il brano evangelico non è una pura e semplice descrizione di un episodio storicamente accaduto; Matteo sembra voglia condurci alla descrizione del senso della vita della Chiesa. Difatti il termine “barca”, tante volte ripetuto, è un chiaro simbolo della Chiesa.

La comunità della Chiesa delle origini, ha conservato il ricordo di quella memorabile notte: Gesù che, solo sul monte, si immerge nella preghiera; il salvataggio di Pietro sul lago agitato e la bonaccia; quella comunità vede tutto ciò, tracciato la propria situazione nel mondo. In altre parole, quello che successe a Pietro e agli altri apostoli sul lago di Tiberiade, non fu visto come un episodio fine a se stesso soltanto.

Quando Matteo scriveva il suo Vangelo (65-70 d.C.), Gesù non era più su questa terra; si era congedato dalle folle e aveva spinto la barchetta della sua Chiesa, con Pietro a capo, sui flutti, perché iniziasse, senza di Lui, l’attraversamento del gran mare della storia. La Chiesa, però, non aveva fatto molta strada, che subito si levarono i primi flutti della persecuzione. Prima a Gerusalemme: i discepoli sono imprigionati; il diacono Stefano è ucciso; la Chiesa è costretta a disperdersi per la Palestina. Poi, altre ondate più minacciose: a Roma, Nerone comincia a perseguitare in massa i discepoli di Gesù. Ecco, la Chiesa vive ora questa situazione di “vento contrario” e di paura. In questa situazione, l’apostolo Pietro scriveva alle Chiese: “Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio della persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi…

Resistete saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo, subiscono le stesse sofferenze di voi” (1 Pietro, 4,12 e 5,9). Pertanto, quando la comunità ascoltava questo racconto di Matteo, aveva una certezza: il Maestro non è lontano neppure adesso, nelle ore di angoscia della persecuzione; non ci lascerà soli a combattere con i flutti; basta invocarlo che Egli scenderà dal monte e verrà in soccorso della sua Chiesa: “Coraggio, sono io, (Io Sono), non abbiate paura”.

Il “camminare di Gesù sulle acque”, è una specie di manifestazione della potenza divina che abita in Cristo. La fiducia si basava sulla certezza che Egli era risorto ed era vivo. La coincidenza, poi, che Gesù va verso gli apostoli sul lago “verso la fine della notte” (alla quarta veglia della notte), cioè la stessa ora in cui Gesù risorse dai morti. Nel frattempo, una cosa è necessaria per non affondare: non smarrire la fiducia, non perdersi d’animo in mezzo alle difficoltà; non guardare in giù, ai flutti che si agitano, ma davanti, verso Cristo. Solo chi vacilla nella fede, o chi si affida ai propri mezzi, affonda, come l’esperienza di Pietro sul lago, e il dolce rimprovero di Gesù: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato”? e la seconda amara esperienza, ancora di Pietro, quando rinnegò il Maestro tre volte: “Non conosco quell’uomo”!

La finale del brano evangelico tracciava per la Chiesa un modello concreto: rimanere nella barca e proclamare insieme agli apostoli, la professione della fede perenne che salva, della Chiesa: “Tu sei veramente il Figlio di Dio”.

Fin qui il Vangelo visto con gli occhi della Chiesa delle origini. Ma oggi, cosa possiamo leggervi noi cristiani, dopo 2 mila anni di cristianesimo? Ciò che è cambiato è lo scenario, la dimensione del lago e della barca; il lago è ormai la terra intera; la barca è la Chiesa diffusa in tutto il mondo. Ma le prove sono le stesse e le stesse le scelte da fare, per evitare la spaccatura tra fede e vita, fede e rispetto umano di cristiani anonimi e anagrafici!

Forse c’è un dettaglio da meditare più attentamente. Gesù venne in aiuto “verso la fine della notte”, non prima; venne quando la prova e la stanchezza erano al colmo, quando tutto sembrava finito e Gesù lontano “all’altra sponda”. Questo è un po’ il nostro stato d’animo di oggi. Ma la fede vera è quella che si vive così, quella che non riduce Dio ad un tappabuchi e non gli chiede di farci camminare sulle acque agitate della vita, senza bagnarci i piedi. Il Vangelo ci esorta a pregarlo e a sollecitarlo: “Signore, non t’importa che noi periamo?”(Mc.4,38), non per noi soli, ma per la Chiesa intera.

“Se vogliamo sapere chi è Dio, dobbiamo inginocchiarci ai piedi della Croce” (Maltmann).

Un saggio dell’Islam disse: “Per molti anni andavo alla ricerca di Dio; quando ho aperto gli occhi, al termine di quel lungo tempo, ho scoperto che era Lui a cercarmi”.

L’uomo primitivo, percepiva la presenza di Dio nel vento impetuoso, nel terremoto e nel fuoco.

Il Dio dei filosofi è onnipotente e fa ciò che vuole della creazione, che trema dinanzi ai suoi capricci. Il Dio del paganesimo è un Dio terribile che conserva nella paura il cuore dell’uomo, e si vendica di ogni attentato alla sua dignità: tempeste e terremoti sono le sue armi favorite.

Il Dio di Elia e di Gesù è totalmente diverso: ha abbracciato la povertà e la debolezza; delude le speranze di coloro che, per mezzo suo, dovrebbero ingrandire la propria potenza. Dio si fa presente nel silenzio, nell’intimità e nell’amore, perché è un Dio di bontà e di misericordia. Dio parla all’uomo nel raccoglimento, quando è lontano dal chiasso e dagli svaghi rumorosi della vita mondana. Dio non si lascia imprigionare da nessuno degli elementi che ha creato. Ma col mistero dell’Incarnazione di Cristo, Dio, il Trascendente, si lascia toccare, incontrare, amare, mangiare, nel volto dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo, il quale “ha posto la sua tenda in mezzo a noi” e rimane il nostro compagno di viaggio. Il Dio di Gesù Cristo, è un “Dio con noi”, non un Dio astratto, lontano e vendicativo, come quello dei terroristi e dei “kamikaze”! Per incontrarsi col Dio di Gesù, è necessaria la fede di Elia, che viaggiò per 40 giorni e 40 notti per incontrarsi con Dio sull’Oreb(Sinai). E’ necessaria la fede che spinse gli apostoli a riconoscere non un fantasma, ma Gesù che camminava sulle acque. Se Lui è con noi, la nostra paura non ha più ragione di esistere, per quanto tragica possa essere la situazione in cui ci troviamo. Solo la fede, ossia il nostro abbandono totale a Lui, Figlio di Dio, può farci sperimentare la sua misteriosa assistenza:Coraggio, sono io, non abbiate paura”.

S. Agostino:”Senza smarrirti, senza retrocedere, senza segnare il passo..canta e cammina”.

Origene: “ Quando in mezzo alle sofferenze, avremo resistito per evitare il naufragio della fede o di qualche altra virtù, allora stiamo sicuri che “quando la notte sarà avanzata e il giorno vicino”, arriverà presso di noi il Figlio di Dio, camminando sulle acque, per acquietare la tempesta.

Non dimentichiamoci però che Gesù ci ha ordinato di “salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda”.

Gesù non abbandona mai i suoi discepoli. Anche se fragile, inquieta e sempre in sospeso ma vittoriosa, la fede del cristiano cammina incontro al Signore risorto, in mezzo ai pericoli del mondo. La stessa potenza divina che ha sottratto Gesù dall’abisso della morte, darà al cristiano l’audacia di sfidare la paura.

Giustamente Maria SS. poteva cantare nel “Magnificat”:”Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e santo è il suo nome”.

Il profeta Elia incontrò il Signore “nel mormorìo di un vento leggero”, ci ha detto la prima lettura, dopo che era cessato il vento impetuoso e il terremoto. Lo trovò nella pace e si coprì il volto per adorarlo. Anche noi stiamo ora per incontrare il nostro Signore, nella quiete di questa nostra assemblea domenicale. Non dobbiamo più coprirci il volto. E’ Lui anzi che si è coperto il volto con i veli del pane e del vino per non abbagliare la nostra vista e per poter venire vicino e dentro di noi. E’ il momento che Egli ci dona quella “presenza di pace” che gli abbiamo chiesto nel salmo responsoriale:Donaci, Signore, la tua presenza di pace”. Solo mangiando con fede il Corpo di Cristo, potremo riconoscerlo e proclamarlo:”Tu sei veramente il Figlio di Dio”.

Un giorno un traghettatore eretico, malvolentieri accetta di trasportare una pesante statua di legno rappresentante Gesù Cristo. Una tempesta strappa il traghetto in alto mare e tutto l’equipaggio perisce, salvo l’eretico, il quale riesce a stringere le braccia attorno alla statua di legno che galleggia e, infine, gli permette di sopravvivere e salvarsi. Scosso da quel salvataggio e dopo varie titubanze, l’eretico si arrende e, riconoscendo il provvidenziale intervento, afferma: “Non io ho abbracciato un pezzo di legno; c’era qualcuno che mi abbracciava durante la tempesta ed era uno che camminava sulle acque”.

San Bernardo esclama: “O tu che sei convinto di essere sballottato tra le tempeste di questa vita, guarda Maria: il suo nome significa “stella del mare”. Se insorgono i venti delle tentazioni, se urti negli scogli delle tribolazioni, guarda alla Stella e invoca Maria. Se sei turbato dalla gravità dei peccati, se ti assale la tristezza e la disperazione, pensa a Maria, domanda l’aiuto della sua preghiera. Nei pericoli e nelle angustie di ogni giorno, guarda alla Stella, e il suo nome sia sempre nel tuo cuore e sulla tua bocca”.

Come Elia si rifugia di notte nella caverna e sente il Signore, come Gesù di notte sale sul monte per pregare, così noi, lontani dal tramestio del mondo, dai frastuoni della televisione possiamo, nella solitudine, trovare momenti preziosi di incontro con dio; un incontro desiderato, cordiale, intimamente vissuto, senza fretta, in cui gridare: “Signore, salvami!”.

La Consolata, stella ai naviganti in mare, ci soccorra e ci infonda coraggio.

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