Nov 23, 2017 Last Updated 8:44 PM, Nov 19, 2017

Lezioni Introduttive Alla Mariologia Orientale

Centro di Cultura Mariana «Madre della Chiesa»
Roma 2004


L’IMMAGINE «LITURGICA» DELLA VERGINE MADRE DI DIO

Premessa

La liturgia è il cuore di ogni Chiesa orientale: attraverso di essa “conosce ” le verità della fede e “celebra” i misteri vivificanti. Così l’im­magine “liturgica” di Maria è la sua più vera immagine, scolpita nell’ani­mo dei teologi e dei semplici fedeli.

I Padri della Chiesa poi sono costantemente presenti nella liturgia: con le omelie, con gli inni, con le orazioni che hanno composto. Si potreb­be in certo senso affermare che la liturgia delle Chiese orientali è il frutto prezioso orante della dottrina dei Padri. Nelle Chiese sire predomina la produzione di S. Efrem, e di altri grandi autori, come Giacomo di Sarug. Nella Chiesa Armena, eccellono insigni compositori, come Mosè di Core-ne e Gregorio di Narek. La Chiesa copta, sempre fedele alla dottrina e agli scritti dei grandi Padri alessandrini, si distingue per la ricchezza di uffici e la varietà di generi letterari liturgici: da essa dipende la Chiesa etiopica, che possiede in proprio altre numerose composizioni sacre.

In questa lezione mi soffermo prevalentemente sulla liturgia bizan­tina e sul posto singolare che ha in essa la santa Madre di Dio.

La liturgia bizantina ha conosciuto un lungo continuato processo evolutivo, che dal secolo quarto giunge quasi ai nostri giorni. Non è mio compito indicare le tappe che si sono succedute nel tempo, fino a far scomparire di fatto l’antica modalità liturgica “cattedrale”, solenne per i riti e i canti (“liturgia in canto”), sostituendola con una più sobria e spi­rituale liturgia “monastica”: è celebre la riforma di Teodoro Studita nel secolo IX e quella esicasta nel secolo XIV. Tutte le Chiese ortodosse ormai seguono questa linea monastica, nella quale tuttavia permangono elementi e riti della liturgia “cattedrale”. Essa è stata codificata nel seco­lo XVI con le prime edizioni a stampa dei libri liturgici. Sul cammino compiuto dalla liturgia bizantina, per una visione di sintesi, rinvio a:

ROBERT TAFT, La Liturgia delle Ore in Oriente e in Occidente. Le origini

dell’Ufficio divino e il suo significato oggi, Edizioni Paoline, Cinisello
Balsamo (MI) 1988; ENRICO MORINI, La Chiesa ortodossa. Storia, disciplina, culto, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1996.

  1. L’immagine “festiva” della Vergine Madre

È l’immagine che tutti i fedeli conoscono, perché essa è proposta alla venerazione anche nelle rispettive icone festive. Ora, tutte le Chiese dell’Oriente cristiano –— ad eccezione della Chiesa siro-orientale – hanno in comune le feste dell’infanzia di Maria; tutte – compresa la Chiesa siro- orientale –— celebrano la festa della sua Maternità e della sua Dormizione.

Le feste e le memorie liturgiche della Madre di Dio percorrono l’in­tero anno liturgico bizantino: il quale si apre (il 1° settembre) nella luce della Natività di Maria (8 settembre) e si chiude (il 31 agosto) nei fulgo­ri della sua Dormizione-Assunzione, celebrata il 15 agosto con prolun­gamento festivo fino alla fine del mese.

Le feste della Vergine sono considerate feste del Signore, perché si rapportano a Lui e manifestano il suo mistero. Maria infatti è indissolu­bilmente unita agli eventi salvifici di Cristo che la liturgia celebra. Le feste che riguardano l’infanzia di Maria (Concepimento di Anna, Nati­vità, Presentazione al tempio) e il termine della sua vita (Dormizione), accanto a quelle che la mostrano strettamente congiunta col Signore (Natale di Cristo, Sinassi della Theotokos, Ipapante, Annunciazione), offrono un’immagine storica e spirituale della Madre di Dio di inarriva­bile bellezza.

Presento in questo paragrafo la figura “festiva” della Madre di Dio, come è messa in luce dalle principali feste mariane del Santorale bizanti­no, contenute nel libro liturgico Minia (libro delle feste mensili), edito in dodici volumi quanti sono i mesi dell’anno solare (o in sei volumi bime­strali). Per una visione più ampia del calendario liturgico e dei suoi con-

tenuti mariani rinvio allo studio profondo di JOSEPH LEDIT, Marie dans la

Liturgie de Byzance, Editions Beauchesne, Paris 1976.

 

2.1. LA “VERGINE TUTTASANTA”, FIGLIA E SPOSA DI DIO

Le tre feste dell’infanzia della Madre di Dio (Natività, Presentazio­ne al tempio, Concezione di Anna), di origine gerosolimitana, sorte fra il V e il VII secolo, offrono di Maria l’immagine della “figlia” di Dio, della “vergine” illibata, della “sposa” interamente consacrata al suo Signore nella bellezza dell’anima e del corpo.

La liturgia della Natività (8 settembre) canta Maria come preludio

di gioia: «La tua Natività, o Vergine Madre di Dio, annunciò la gioia a tutto il mondo». La Natività di Maria è festa di gioia, che riempie il mondo intero: gioia dei genitori, degli angeli nel cielo e degli uomini sulla terra; gioia di Adamo e di Eva, dei profeti e del coro dei patriarchi; gioia degli Apostoli, dei martiri, dei santi e dei giusti; gioia di tutto l’universo; gioia della stessa Theotokos, che nasce dalla discendenza regale di Davide, come “figlia di Dio”, e sarà Madre del Creatore; nasce come “nuovo cielo”, che conterrà il Signore; come “libro nuovo”, nel quale il Logos verrà scritto perché noi possiamo essere iscritti nel libro della vita; come “talamo nuziale”, nel cui seno il Verbo unirà ipostaticamente la nostra umanità alla sua divinità; come “bellezza intatta”, dimora della vergini­tà, degna di accogliere Dio. Maria è l’aurora che precede il Sole di giu­stizia, l’inizio della rigenerazione del genere umano: è l’aurora di Cristo.

La festa della Presentazione al tempio (21 novembre) nell’ambiente

monastico bizantino assunse un’importanza eccezionale, diventando il modello perfetto della vita contemplativa.

Maria che entra e dimora nel tempio di Gerusalemme è il vero “tempio di Dio”, di cui l’antico era solo una pallida immagine e un sim­bolo. Ella è il “palazzo” glorioso, la “casa” della sapienza di Dio, un “tabernacolo” senza macchia, “tabernacolo celeste”. Ella è la “sposa di Dio”, che viene introdotta nella casa del Signore fra canti e danze. La Presentazione al tempio è la festa del suo fidanzamento col Verbo di Dio, di cui sarà vergine-madre.

La memoria della Concezione di Anna (9 dicembre), anche se è di

grado minore rispetto alle due feste precedenti, completa l’immagine di Maria che viene al mondo, implorata e attesa dai secoli.

Nel suo concepimento infatti si manifesta l’eterno disegno di Dio, nascosto anche agli angeli: oggi inizia la rigenerazione del genere umano; oggi la sterilità, non solo di due genitori ma di tutta la stirpe umana, si scioglie e diventa feconda d’innumerevoli figli di Dio; oggi la terra arida produrrà finalmente il “frutto magnifico” che darà al mondo il fiore del­l’immortalità, Cristo. Oggi si compiono le profezie, e appare, concepita per grazia nel seno di Anna, la “porta chiusa”, la “città splendida”, la “santa montagna”, la “scala divina”, il “trono del re”, il “roveto arden­te”, la “ nube radiosa” che porterà il Signore, l’“arca di Dio”, la “fonte sigillata”, il “vello divino”, la “tavola del pane di Vita”...

Così l’immagine festiva di Maria nella sua infanzia, tutta protesa verginalmente a Dio, tutta orientata al futuro mistero di Cristo, diventa l’icona della pienezza di grazia che la ricolma e della sua personale per­fettissima santità, che la rende degna di diventare la dimora del Verbo del Padre, il quale scenderà in lei e la renderà sua Madre, Madre di Dio e fonte di ogni benedizione sul mondo.

 

2.2. LA “MADRE” INDISSOLUBILMENTE UNITA AL “FIGLIO, DIO E REDENTORE”

Le feste dell’Ipapante (2 febbraio), dell’Annunciazione (25 marzo), del Natale del Signore (25 dicembre), e la Sinassi della Theotokos (26 dicembre), come pure il Triduo sacro di Pasqua, presentano la Madre-Vergine intimamente e sempre congiunta all’evento del Figlio Redentore, che viene concepito verginalmente per opera dello Spirito Santo, che nasce ed è adorato a Betlemme, che viene presentato al tempio, che soffre la passione, muore e risorge glorioso.

In particolare, l’Annunciazione (25 marzo), sempre celebrata anche

quando cade in quaresima o nella Settimana Santa, ha un rilievo liturgico e teologico di primaria importanza: è la rivelazione della profondità inson­dabile della misericordia di Dio verso l’umanità decaduta in Adamo nel baratro più profondo, da cui non potrebbe da sola uscire.

Maria appare come la creatura “prepurificata” e “santificata” dall’a­zione dello Spirito e dalla discesa del Verbo: pur essendo già tuttapura, viene ora sopravestita con la santità divina dello Spirito, e diventa capace di portare Dio, senza essere consumata dal fuoco della divinità. Ella è il “roveto ardente”, prefigurato nella visione di Mosè (Esodo, cap. 3): la “piena di grazia”, la “tuttasanta”, la divina “Theotokos”.

Il Natale di Cristo (25 dicembre) e la Sinassi della Theotokos (26

dicembre) – che le Chiese siriache celebrano come Congratulazioni alla
Madre del Signore – presentano Maria nella figura soave della “Madre”,

che adora e offre al mondo il Salvatore: agli angeli, ai pastori, ai magi, a
ogni credente. Ma poiché, per fede indiscussa, il suo parto è verginale e di
gioia, l’icona di Maria come “Madre-Vergine” primeggia nella celebrazio-

ne liturgica: è la “Vergine che allatta” (Virgo lactans) Colui che provvede e

sostenta l’universo intero.

Nel Triduo sacro, l’icona della “Vergine Agnella” si accompagna al

mite “Agnello di Dio” che si immola per la Chiesa e per tutto il genere umano: con lui soffre, lo adora e lo offre: è la sola che, per la sua imma­colatezza, possa stare accanto all’Immacolato Signore, condividendo con materno amore la volontaria passione.

A Pasqua, Maria è la realizzazione della “Nuova Sion” predetta dai profeti e invitata a gioire: è la prima che possa vedere e abbracciare il Figlio risorto, e annunciarne il glorioso trionfo.

2.3. LA “REGINA” GLORIFICATA E MISERICORDIOSA

La festa delle feste, la Dormizione, che tutte le Chiese solennissimamente celebrano, ci presenta una duplice immagine di Maria: l’immagine di colei che, percorso il cammino di unione col Figlio, si addormenta dolcemente nella morte, che non è morte di corruzione, ma sonno che attende il glorioso risveglio. Anche lei, come il Figlio, muore, consegnan­do a Lui la sua anima, che Egli accoglie come bambina biancovestita tra le sue braccia divine (tale la rappresentano le tantissime icone).

Vinta la morte e assunta al cielo, è l’immagine e la presenza soavis­sima della misericordia divina: è la “Regina” che intercede, la “Media­trice” che dispensa sovrabbondanza di grazie, l’ “Avvocata” che perora per tutti perdono, soccorso e santità.

Rimane vera e perenne l’antichissima invocazione: «Sotto la tua mise­ricordia ci rifugiamo, Madre di Dio! Le nostre suppliche non disprezzare nel bisogno, ma dal pericolo salvaci, o sola Casta, sola Benedetta!».

  1. L’immagine liturgica “quotidiana” di Maria

[Per una più ampia notizia di questo paragrafo, si veda il mio studio: E.M. TONIOLO, La presenza di Maria nell’Ufficio quotidiano e settimanale del rito bizantino, in AA.VV., La Vergine Madre dal secolo VI al secondo millennio, Centro di Cultura Mariana «Madre della Chiesa,Roma 1998, p. 242-279].

L’ufficiatura domenicale e feriale della liturgia bizantina è ricchissi­ma di inni, di canoni, di tropari dedicati alla Madre di Dio. Ogni altro canone, anche della Trinità Santissima, del Signore e dei Santi, chiude le sue odi con un tropario a Lei dedicato: theotokion, se la canta come Theotokos, stavrotheotokion, se la presenta ai piedi della Croce o accanto ai martiri di Cristo.

Potremmo, per brevità, ricondurre a tre le immagini liturgiche lega­te al succedersi dei giorni nella settimana: la “Theotokos”, la “Doloro­sa”, la “Misericordiosa”.

3.1. LA “THEOTOKOS”

È fatto singolare della liturgia bizantina di lode che nell’ufficiatura del mattutino-lodi (Orthros) della domenica introduca come terzo canone innografico, dopo quello triadico e quello anastasimos (cioè della risurrezione), il canone theomitorikós (cioè della Madre di Dio). In tal modo i misteri si congiungono e si fondono in unità: l’eterno progetto trinitario, che trova il suo culmine redentivo nella passione-risurrezione di Cristo, ha la sua radice storica nella vera incarnazione del Figlio di Dio dalla Vergine Madre.

Il glorioso titolo “Theotokos”, che il Concilio di Efeso prima, poi quello di Calcedonia e gli altri Concili ecumenici che seguirono, attribui­rono in senso vero e proprio a Maria, ritenendolo la tessera sicura dell’or­todossia, rimane come luminoso attributo della Vergine, ponendola nel cuore dell’unico mistero, e facendo della domenica non solo il “giorno del Signore e della Chiesa”, ma anche in modo privilegiato il “giorno di Maria”. Infatti, la professione della sua vera divina maternità è l’asse por­tante della cristologia e della mariologia bizantina.

I canoni della Theotokos sono pure presenti in altri giorni della set­timana, singolarmente il mercoledì e il venerdì.

In tal modo, come nella domenica, così in tutti i giorni e in tutti gli uffici dell’anno liturgico, non escluso il Venerdì Santo, gli innumerevoli theotokia (tropari della Theotokos) richiamano ai fedeli non solo un dato di fede definita, ma pongono loro innanzi la figura alta e maestosa della Madre di Dio, venerabile più dei Serafini, incomparabilmente più gloriosa dei Cherubini, potente per grazia, portatrice al mondo dei doni divini.

3.2. LA “DOLOROSA”

Il mercoledì e il venerdì del ciclo settimanale ordinario –— e si può dire in tutti i mercoledì e venerdì dell’anno liturgico, compresa la qua­resima e il tempo pasquale –, ogniqualvolta ricorre o il canone o anche solo il ricordo della croce e dei martiri, si commemora immancabilmente con uno stavrotheotokion (la Theotokos alla croce) la presenza di Maria accanto al Figlio crocifisso.

Gli innografi danno voce ai suoi gesti e ai suoi intimi sentimenti di Madre, di credente, di discepola fedele, mentre contempla il mistero del Figlio-Dio che muore per la sua inenarrabile condiscendenza, e l’amore misericordioso del Padre che lo ha voluto vittima per i nostri peccati; ma evidenziano anche – in stridente contrasto con l’amore divino –— il suo lamento di Madre per la cecità, la perfidia, la crudeltà di chi ha abban­donato e crocifisso il Signore della gloria. La Vergine fedele “sta accan­to” al Figlio, condividendone tutta la passione, unendosi amorosa al suo sacrificio.

3.3. LA “MISERICORDIOSA

Il senso profondo della miseria spirituale, del peccato e della pro­pria indegnità che accompagna i fedeli in tutte le celebrazioni liturgiche, e li induce ad invocare ripetutamente (fino a 200 e più volte consecutive) la divina pietà (Kyrie, eleison!), li spinge anche ad alzare lo sguardo

e rivolgere supplice implorazione a Maria, perché interceda per tutti e per ciascuno il perdono e la misericordia. Quest’atteggiamento supplice davanti alla “Misericordiosa” si esprime tante volte al giorno, ma spe­cialmente nei giorni più propriamente penitenziali (mercoledì e venerdì) e nelle preghiere serali. Quanti canoni di supplica, quanti tropari di invocazione, e quante umili preci salgono al trono di questa materna vigile misericordia!

Credo, con questi brevi tratti che emergono inconfondibili da innumerevoli testi, di aver almeno indicato l’ «immagine liturgica» della Madre di Dio: immagine che resta, nel secondo millennio, a base e sicu­ro fondamento dell’elaborazione teologica e dell’iconografia sacra.

Vergine Immacolata

 O Vergine Immacolata, Madre di Misericordia,
salute degli infermi, consolatrice degli afflitti,
Tu conosci i miei bisogni, le mie sofferenze;
degnati di volgere su di me uno sguardo a mio sollievo e conforto.
Con l'apparire nella grotta di Lourdes,
hai voluto ch'essa divenisse un luogo privilegiato,
da dove diffondere le tue grazie,
Anch'io vengo pieno di fiducia ad implorare i tuoi materni favori;
esaudisci, o tenera Madre, la mia umile preghiera,
e colmato dei tuoi benefici, mi sforzerò d'imitare le tue virtù,
per partecipare un giorno alla tua gloria in Paradiso. Così sia.

Dal Vangelo secondo Matteo:

Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il carico leggero.

Una Signora mi ha parlato

Un giorno, recatami sulla riva del fiume Gave per raccogliere legna insieme con due fanciulle, sentii un rumore. Mi volsi verso il prato ma vidi che gli alberi non si muovevano affatto, per cui levai la testa e guardai la grotta. Vidi una Signora rivestita di vesti candide. Indossava un abito bianco ed era cinta da una fascia azzurra. Su ognuno dei piedi aveva una rosa d’oro, che era dello stesso colore della corona del rosario. A quella vista mi stropicciai gli occhi, credendo a un abbaglio. Misi le mani in grembo, dove trovai la mia corona del rosario. Volli anche farmi il segno della croce sulla fronte, ma non riuscii ad alzare la mano, che mi cadde. Avendo quella Signora fatto il segno della croce, anch’io, pur con mano tremante, mi sforzai e finalmente vi riuscii. Cominciai al tempo stesso a recitare il rosario, mentre anche la stessa Signora faceva scorrere i grani del suo rosario senza tuttavia muovere le labbra. Terminato il rosario la visione subito scomparve. Domandai alle due fanciulle se avessero visto qualcosa, ma quelle dissero di no; anzi mi interrogarono cosa avessi da rivelare loro. Allora risposi di aver visto una Signora in bianche vesti, ma non sapevo chi fosse. Le avvertii però di non farne parola. Allora anch’esse mi esortarono a non tornare più in quel luogo, ma io mi rifiutai. Vi ritornai pertanto la domenica, sentendo di esservi interiormente chiamata. Quella Signora mi parlò soltanto la terza volta e mi chiese se volessi recarmi da lei per quindici giorni. Io le risposi di sì. Ella aggiunse che dovevo esortare i sacerdoti perché facessero costruire là una cappella; poi mi comandò di bere alla fontana. Siccome non ne vedevo alcuna, andavo verso il fiume Gave, ma ella mi fece cenno che non parlava del fiume e mi mostrò col dito una fontana. Recatami là, non trovai se non poca acqua fangosa. Accostai la mano, ma non potei prender niente; perciò cominciai a scavare e finalmente potei attingere un pò d’acqua; la buttai via per tre volte, alla quarta invece potei berla. La visione allora scomparve, ed io me ne tornai verso casa. Per quindici giorni però ritornai colà e la Signora mi apparve tutti i giorni tranne un lunedì e un venerdì, dicendomi di nuovo di avvertire i sacerdoti che facessero costruire là una cappella di andare a lavarmi alla fontana e di pregare per la conversione dei peccatori. Le domandai più volte chi fosse, ma sorrideva dolcemente. Alla fine, tenendo le braccia levate ed alzando gli occhi al cielo mi disse di essere l’Immacolata Concezione.

Nello spazio di quei quindici giorni mi svelò anche tre segreti, che mi proibì assolutamente di rivelare ad alcuno cosa che io ho fedelmente osservato fino ad oggi.

Dalla lettera enciclica Evangelium vitae:

La missione di Gesù, con le numerose guarigioni operate, indica quanto Dio abbia a cuore la vita corporale dell’uomo. "Medico della carne e dello spirito", Gesù è mandato dal Padre ad annunciare la buona novella ai poveri e a sanare i cuori affranti. Inviando poi i suoi discepoli nel mondo, egli affida loro una missione, nella quale la guarigione dei malati si accompagna all'an­nuncio del Vangelo: "E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni" (Mt 10,7-8). Certo, la vita del corpo nella sua condizione terrena non è un assoluto per il credente, tanto che gli può essere richiesto di abbandonarla per un bene superiore... Nel momento della malattia l'uomo è chiamato a vivere l'affidamento al Signore e a rinnovare la sua fondamentale fiducia in lui che "guarisce tutte le malattie". Quando ogni orizzonte di salute sembra chiudersi di fronte all'uomo - tanto da indurlo a gridare: "I miei giorni sono come ombra che declina, e io come erba inaridisco" (Sal 102,12)-, anche allora il credente è animato dalla fede incrollabile nella potenza vivificante di Dio. La malattia non lo spinge alla disperazione e alla ricerca della morte, ma all'invocazione piena di speranza: "Ho creduto anche quando dicevo: Sono troppo infelice" (Sal 116,10); "Signore Dio mio, a te ho gridato e mi hai guarito" (Sal 30,3)».

INTERCESSIONI

Anche noi oggi, come duemila anni fa le folle della Palestina, ci rivolgiamo al Signore Gesù chiedendogli la guarigione da infermità di ogni genere. Preghiamo dicendo: Ascoltaci, Signore, Dio della vita.

 

-Ti affidiamo, Signore, tutti coloro che nella nostra comunità parrocchiale vivono l'espe­rienza della malattia: dona a ciascuno serenità nell'affrontare la vita di ogni giorno e la fiducia nella tua presenza. Preghiamo

- Tu, Signore, porti insieme con noi la nostra povertà, il peso del nostro limite fisico e morale: donaci di confidare sempre nella tua misericordia e nel tuo amore. Preghiamo.

- Ti ricordiamo, Signore, i medici, gli infermieri e tutti coloro che operano nell'ambito della sanità: possano svolgere con coscienza e professionalità il loro impegno. Preghiamo

- Per tutti noi, perché sappiamo accogliere ogni persona in necessità, consapevoli che siamo chiamati a essere custodi della vita dei nostri fratelli. Preghiamo.

- Per i molti messaggi che ogni giorno vengono trasmessi con i mezzi di comunicazione sociale: possano promuovere la solidarietà e il rispetto di tutti, in modo particolare di quanti sono emarginati a causa della malattia. Preghiamo

 

O Vergine Immacolata di Lourdes, accorriamo ai tuoi piedi presso la grotta, ove Ti degnasti di apparire per indicare ai peccatori il cammino della preghiera e della penitenza e per dispensare ai sofferenti le grazie e i prodigi della tua sovrana bontà. O Candida Visione di Paradiso, allontana dalle menti le tenebre dell'errore con la luce della fede, solleva le ani­me affrante con il celeste profumo della speranza, ravviva gli aridi Cuori con l'onda divina della Carità. Fa' Che amiamo e serviamo il tuo dolce Gesù, così da meritare la felicità eterna. Amen.

IL BUIO DELL’ANIMA

Aiutami o Madre, a vedere nel buio della mia anima;

fa che il mio sguardo non sia limitato a me stesso.

Il dolore mi afferra e pare che la mia vita sia terminata,

ma tu mi dici che non è così

e che ci sono ancora possibilità anche per me.

Come è possibile questo, quando il buio e l’isolamento

sono dentro il mio cuore

e l’aridità più cupa riempie il mio giorno?

Schiudimi i veli della fede,

fa’ che io veda al di là della cose della terra;

Tu mi dici che ci sono orizzonti nuovi,

possibilità nuove oltre quelle della materia.

Che io comprenda queste realtà,

che io possa uscire da me stesso

per riempire il mio isolamento e per dare anch’io

sia pure da questo letto, il mio apporto per tutti.

 

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