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Riflessioni sulla Lettera di San Paolo ai Filippesi

  • Ago 16, 2015
  • di  Padre Stefano, Abbazia di San Miniato al Monte (FI)
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Nella prima parte della Lettera ai Filippesi l’apostolo Paolo aveva chiesto alla sua comunità prediletta di penetrare sempre più il mistero di Cristo fino per averne gli stessi sentimenti, presentandolo come modello supremo nell’Inno Cristologico: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: Egli, pur essendo nella condizione di Dio,non ritenne un privilegio l’essere come Dio; ma vuotò se stesso, assumendo una condizione di servo diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò un nome che è al di sopra di ogni altro nome.( Fil 2, 5-9)

Nella seconda parte san Paolo propone se stesso come esempio da seguire. Potrebbe apparire sconcertante, ma ne capiremo le motivazioni. Paolo invita inoltre i suoi interlocutori a guardare anche ad altri modelli per diventare essi stessi esemplari; Cristo ama coinvolgere gli uomini, benché fragili e peccatori, per renderli strumento di una salvezza che si dilata attraverso un amore sempre più diffuso. Chiediamo che l’apostolo delle genti consideri anche noi suoi discepoli prediletti cui dare certezze e svelare i segreti del suo itinerario di vita con Dio per farci comprendere la sproporzione che passa tra la scoperta della vera Via, quella da lui seguita, e l’inutilità di tutto quello a cui diamo importanza.

Il brano è densissimo ed è uno dei testi in cui Paolo, avendo scritto col cuore ai Filippesi che sono la sua comunità preferita, i suoi amici, consegna anche a noi il suo cuore e il suo segreto. Solo quando con l’interlocutore si ha la possibilità di intendersi si può osare mettersi a nudo, si può usare un linguaggio forte. A noi, duemila anni dopo, pur non essendo suoi diretti interlocutori, conoscere i motivi del suo linguaggio consente di porci in un atteggiamento amichevole, consonante con Paolo.

Quando Paolo argomenta come nella lettera ai Galati o nella Lettera ai Romani, ci è chiesta lucidità di mente quando, come in questo caso, espone il suo cuore, occorre il nostro cuore per comprenderlo; questo ci deve far cogliere che ogni testo ha una sua qualità, un suo stile che è necessario conoscere, per capirlo. Siamo quindi anche oggi autorizzati ad attenderci qualcosa d’importante, qualcosa di centrale per la nostra vita spirituale; senz’altro siamo chiamati a entrare con lui nel mistero.

Abbiamo delle esperienze di chiesa che sono variegate e non sempre facili; uno specifico della chiesa è la sua dimensione di comunione che non è vincolata solo alla sua parte visibile; se crediamo che san Paolo sia un vivente in Dio e non solo un personaggio storico, possiamo avere la certezza veramente qualificante la possibilità di un rapporto con lui nella dimensione dello spirito.

Occorre far buon uso fin dall’inizio della lettura della nostra intelligenza intuitiva, con l’orecchio del cuore ascoltare i versetti che hanno per noi rilevanza, è questo lo scopo della Lectio Divina; gli esegeti studiano e pesano tutte le parole, ma il Signore si adatta a noi e allora immediatamente il nostro spirito coglie qualche cosa che lo può toccare, anche quello che colpisce negativamente.

Privato della libertà d’azione e avendo temuto che senza un capo la comunità si disgregasse, san Paolo ha avuto la gioia dell’affetto dei suoi amici filippesi che hanno reagito alla sua assenza, gli hanno mandato aiuti fino alla prigione, hanno continuato a diffondere il Vangelo. Paolo è consapevole, guardando la sua Chiesa da lontano, da un osservatorio speciale com’era il carcere nel quale si trovava quando scrive questa Lettera, che è necessario avere il coraggio di mostrare il proprio cuore segreto a quelli che si amano e sa che può rivolgersi a loro con animo aperto.

Comprenderemo anche il linguaggio duro di san Paolo, consapevole del dono immenso e fragile che ha tra le mani, contro chi altera o usa come strumento che dia garanzia di sicurezza personale la Parola di Dio anziché farla diventare Vangelo di salvezza da estendere all’umanità tutta.

Ecco la struttura del brano: 3,1 introduzione (Siate lieti nel signore); 3, 2-4 Invettiva; 3,4b-16 Auto - elogio (periautologia); 3, 17-21 Esortazione all’imitazione (mimesi e antimimesi); 4,1 Conclusione (mia gioia, rimanete saldi nel Signore)-

Introduzione. Fil 3,1: “Per il resto, fratelli mie, siate lieti nel Signore. Scrivere a voi le stesse cose, a me non pesa e a voi dà sicurezza.”

L’introduzione al terzo capitolo sembrerebbe l’inizio di un’altra, diversa lettera; gli esegeti si sono chiesti se la Lettera ai Filippesi fosse un’unione di più lettere, l’opinione prevalente oggi, dopo tanto studio, privilegia l’unitarietà, soprattutto perché stile e vocabolario sono uguali nella prima e nella seconda metà. Certamente il capitolo segna uno snodo fondamentale la cui conclusione si trova al primo versetto del quarto capitolo: “Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!”

Invettiva Fil 3, 2-4. "2Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare! I veri circoncisi siamo noi, che celebriamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci vantiamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne, 4sebbene anche in essa io ossa confidare. Se qualcuno ritiene di poter aver fiducia nella carne, io più di lui."

L’apostolo si scaglia violentemente contro i nemici della fede senza nominarli, questo è il suo stile; pur riferendosi a situazioni precise della comunità di Filippi, si limita a evocare i problemi, poi seguirà la parte positiva.

Per raggiungere quest’obiettivo farà uso di uno stile pericolosissimo, raramente usato in letteratura: parlare di sé per farsi un auto-elogio. Potrebbe essere inefficace perché quando si parla di sé elogiandosi si rischia che il messaggio invece di essere accolto e produrre frutti possa scontrarsi contro l’ostacolo psicologico dell’antipatia che provoca.

Si rivolgerà anche ad altre comunità alludendo più esplicitamente a situazioni critiche. Nella Prima Lettera ai Corinzi (1, 10-17): “Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d'intenti.” Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!».

È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo Ringrazio Dio di non avere battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefanàs, ma degli altri non so se io abbia battezzato qualcuno. Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.”

I Corinzi erano una comunità effervescente, cui non mancava niente, però tra loro si erano create divisioni poiché cercavano la straordinarietà nel gran personaggio da seguire senza vivere la concretezza del Vangelo. Il suo scopo precipuo è indicare il ruolo fondamentale e unico di Cristo, il Signore crocifisso e risorto, sapienza di Dio, l’unico cui tutti apparteniamo e da cui ognuno verrà saggiato e verrà anche glorificato dal frutto che veramente avrà dato. Agli occhi di Paolo il problema appariva grave. Paolo è stato anche il fondatore di quella comunità e vuole riaffermare la sua autorevolezza messa in discussione.

Permanendo divisioni interne alla comunità, l’apostolo scrive ai Corinzi una seconda lettera dichiarando il suo doloroso stato d’animo e le sue lacrime. Riafferma la sua autorevolezza nel proclamare il vangelo autentico dichiarandosi chiamato da Cristo stesso, rivendicando la fondazione della comunità che ignorava la buona novella di Gesù, si dichiara quindi il loro unico padre mentre gli altri illustri pedagoghi son solo visionari. Afferma inoltre di poter anch’egli vantarsi di visioni e in 2 Corinzi 12,1-9 le narra ma parlando di sé in terza persona:

“Se bisogna vantarsi - ma non conviene - verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore. So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo. 3E so che quest'uomo - se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio - 4fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. 5Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. 6Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità.

Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me 7e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni. Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. 8A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. 9Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.”

L’unico, vero vanto di Paolo è indicare la sofferenza e la sua debolezza come luoghi privilegiati d’incontro con Cristo e come prova della sua attendibilità. Nel cap 11, 22-30 della Seconda Lettera ai Corinzi esplicitamente afferma: “Tuttavia, in quello in cui qualcuno osa vantarsi - lo dico da stolto - oso vantarmi anch'io. 22Sono Ebrei? Anch'io! Sono Israeliti? Anch'io! Sono stirpe di Abramo? Anch'io!

23Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte.24Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; 25tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde.

26Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; 27disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. 28Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. 29Chi è debole, che anch'io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? 30Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. 31Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco.”

L’apostolo fa derivare la sua autorevolezza dal fatto di avere ricevuto la chiamata di Cristo, l’esperienza di Cristo e di avere, di conseguenza, consacrato al Signore tutto se stesso. Un amore che si sottragga alla sofferenza non è credibile; si ama veramente quando si è disponibili ad assumersene il peso, a condividere, a portare sulle proprie spalle i fratelli.

Anche ai Galati san Paolo indirizza parole fortissime e ingiurie rendendosi conto del rischio del naufragio della fede nella comunità, del rischio di aver annunciato il vangelo senza risultato e si esprime con parole violente e offensive che saranno tradotte in maniera sfumata nelle lingue volgari. Alcuni giudeo–cristiani delle comunità cristiane di Galazia, fondate dall'apostolo, continuavano a imporre la circoncisione e l'osservanza della legge mosaica e delle tradizioni giudaiche asserendo che era l’unico modo per mantenere l’Alleanza.

Paolo insorge fortemente contro queste deformazioni del messaggio di Gesù. (Gal, 1, 6-12 ): “Mi meraviglio che, così in fretta, da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo voi passiate a un altro vangelo. 7Però non ce n'è un altro, se non che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anàtema! 9L'abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!

10Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!11Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12infatti io non l'ho ricevuto né l'ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù”. Quando deve difendere la sua autorevolezza o il messaggio del Vangelo , Paolo non ha remore, gioca la sua ultima carta, si espone in prima persona con tutta l’autorità che gli deriva dalla chiamata e dalla rivelazione avuta nell’incontro con Cristo Risorto.

Propone con grande intensità i temi centrali del Vangelo e l'assoluta superiorità della fede cristiana sull'antica legge. Egli esorta i Gàlati a vivere secondo lo Spirito di Gesù e non secondo la legge giudaica. Gal 3,1-5: “O stolti Gàlati, chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso! 2Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? 3Siete così privi d'intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne? 4Avete tanto sofferto invano? Se almeno fosse invano! 5Colui dunque che vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della Legge o perché avete ascoltato la parola della fede?”

Il problema della legge era certamente spinosissimo, chiama stolti e privi d’intelligenza i cristiani che, vincolandosi nuovamente alle prescrizioni giudaiche dopo aver conosciuto la libertà del Vangelo, stanno tornando alla schiavitù della legge mosaica, che dopo avere accolto la salvezza di Gesù Cristo e avere fatto esperienza di liberazione da una visione oppressiva e indifferente al divino, nuovamente si sottomettono a un gioco e si ancorano a pratiche per ottenere la salvezza.

Paolo pone al centro il ruolo di Gesù Cristo come unico fondamento e speranza per tutti. Gal 3, 23-29: “23Ma prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. 24Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. 25Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. 26Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, 27poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.

28Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. 29Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.” Nella Lettera ai Filippesi può parlare apertamente senza timore di essere frainteso, essi sanno che non lo fa per vanto e può confidare loro le sue esperienze intime.

Auto-elogio. Fil 3, 4b-16: “Se qualcuno ritiene di poter aver fiducia nella carne, io più di lui: 5circonciso all’età di otto anni, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei, quanto alla legge fariseo; 6quanto a zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della Legge irreprensibile.” 7Ma queste cose che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. 8Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo tutto ormai io reputo una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: 10perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, 11nella speranza.

San Paolo usa un espediente letterario a metà del suo auto-elogio; lo stesso espediente che aveva usato nella seconda Lettera ai Corinzi quando aveva detto: “ Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.” (2 Cor 12, 7), fa un atto di umiltà: "12Non ho certo raggiunto la meta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch'io sono stato conquistato da Cristo Gesù.13Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata".

Con tutte le sue forze, con tutte le sue armi retoriche vuole difendere il primato di Cristo, non solo come Dio glorioso ma di Cristo crocifisso il primato di questo Dio paradossale che si fa uomo e ci salva attraverso la sofferenza. "13So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, 14corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.15Tutti noi che siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. 16Intanto, dal punto a cui siamo arrivati insieme procediamo.”

E l’itinerario della sua vita, la missione in mezzo alla “thlipsis”, alla tribolazione, è vissuta in comunione con le sofferenze di Cristo. Si propone come uomo in cammino, in movimento, sbilanciato tra presente e futuro, tra memoria e profezia nella sequela attraverso le vie del servizio e della sofferenza; la sua meta è l’incontro definitivo con Cristo.

Nella lettera ai Colossesi troviamo: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.” (Col 1,24) Nulla manca alle sofferenze di Cristo eccetto la nostra partecipazione personale, la salvezza entra per com-partecipazione. Paolo inserisce spesso nei suoi scritti il prefisso “con” (‘sun’ in greco) anche dove non è previsto nella lingua greca, conia parole nuove per sottolineare il coinvolgimento dei suoi interlocutori, vuole creare partecipazione, comunione.

Assumere la sofferenza dei fratelli con Cristo significa darle un senso, diventare ponte di salvezza per se stessi e per gli altri; san Paolo possiede questa certezza e questa libertà di spirito, sa che il Signore tergerà ogni lacrima e condurrà alla piena comunione. Questo apre all’inaudito di Dio in una dimensione salvifica del mondo. Non leggiamo la scrittura come un qualsiasi altro grande testo della letteratura antica, ne facciamo una lettura vitale, nella fede, per cogliere la Parola che ci è personalmente rivolta, il Signore chiama anche noi attraverso quel “con”.

Confessiamo nella fede gli autori ispirati come “viventi” e la Bibbia come il testo che veicola la Parola. E’ questo il presupposto per cui la si legge in Chiesa e che la rende normativa per la fede, è questa la lettura cristiana della Parola. La dimensione comunitaria ecclesiale è garanzia della presenza dello Spirito Santo che guida all’intelligenza della Scrittura secondo Dio (cfr la Costituzione de Concilio Vaticano II, Dei Verbum 8).

Esortazione Fil 3, 17-21: “17Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l'esempio che avete in noi. 18Perché molti, ve l'ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte sarà la perdizione, il loro ventre è il loro Dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, e non pensano che alle cose della terra. 20La nostra cittadinanza invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.”

Se in precedenza aveva proposto l’imitazione di Cristo, ora indica se stesso come esempio perché, da pedagogo, sa che è necessario avere esempi praticabili, ancora meglio se non troppo perfetti, comunque validi, per crescere nella fede. Si presenta così senza paura di indicare come esemplari anche i suoi più intimi collaboratori Epafrodito e Timoteo che in precedenza aveva presentato alla comunità (Fil 2, 19; 2, 25).

A volte l’Annuncio si scontra con realtà storiche e sociali in cui difficile appare la conciliazione; delicato era il rapporto tra giudaismo e cristiani. Nella lettera ai Romani, scritta posteriormente, l’apostolo Paolo, dopo tante dolorose polemiche che han reso difficile la sua missione evangelizzatrice, con gran serenità riuscirà a integrare le opposizioni in un atteggiamento di speranza verso la salvezza.

Conclusione Fil 4,1: “Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi".

Fonte: http://www.retesicomoro.it/

 

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