Jun 25, 2017 Last Updated 8:35 PM, Jun 21, 2017

Missione Oggi quali Sfide

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L’impegno missionario della Chiesa risponde a un comando esplicito del Signore risorto. Ma può considerarsi ancora attuale? E se lo si riconosce attuale, come intenderlo e come viverlo oggi? Quali sono le sfide attuali per la missio ad gentes?

Nell’enciclica Redemptoris missio (RM) il papa ha invitato a rinnovare il fervore missionario, ricordando la «validità permanente del mandato missionario della Chiesa», che trova nel vangelo il suo fondamento (cf. Mt 28, 18-19) ed è stato chiaramente ribadito dal concilio Vaticano II con il decreto Ad gentes.

L'intervento del papa sul tema della missione a partire dai suoi fondamenti biblici e teologici ha toccato interrogativi e problemi che da tempo si agitavano nel settore. Già negli anni ’60 - ’70 si erano sollevate perplessità, anche tra numerosi missionari, sullo scopo della missione ad gentes. Con l’avvento della progressiva decolonizzazione e indipendenza di numerosi paesi di missione era poi nata l’esigenza di un periodo di “moratoria” sulla missione, soprattutto per l’Africa.

La lunga riflessione su questo tema è sfociata in un convegno organizzato da Sedos nel 1981, dal quale è emerso un cambio di prospettiva: non si poneva più in questione lo scopo della missione ad gentes, ma il modo con cui si doveva realizzare. Interrogativo del tutto attuale in questo cambio di millennio appena iniziato.

Agli interrogativi più pressanti ha tentato di dare una risposta Robert Schreiter, compiendo un’analisi sui probabili fattori che hanno dato adito all’attuale clima di dubbio circa l’azione missionaria della Chiesa, sulle condizioni storiche e culturali che hanno contribuito a dare una forma particolare alla missio ad gentes, e sulla direzione che essa sta prendendo ai nostri giorni.

LE RAGIONI DEL DUBBIO

Ci sono dei buoni motivi per il clima di dubbio che si è sviluppato negli ultimi decenni a proposito della missione ad gentes. I fattori che più vi hanno contribuito – secondo Schreiter – sono riconducibili ai numerosi cambiamenti avvenuti nella teologia della missione, nel mondo di missione, e in coloro che agiscono come missionari.

Negli ultimi cinquant’anni la teologia ha maturato notevoli cambiamenti che si sono ripercossi anche sull’idea della missione ad gentes. L’intuizione originale di questi cambiamenti è rintracciabile nei documenti del concilio Vaticano II, ma la direzione presa da alcuni indirizzi teologici non ha colto ed espresso genuinamente l’ispirazione conciliare. Schreiter pone attenzione a tre variazioni significative nella telogia della missione.

La tendenza a considerare tutta la Chiesa come missionaria, anche in riferimento alla missione ad gentes, risponde sì a una verità teologica ma pone problemi di comprensione e strategia operativa. Se tutta la Chiesa è missionaria, quale posto occupano gli istituti missionari, e quale ruolo giocano nella specifica missione ad gentes?

Un secondo cambiamento è reperibile nel rapporto tra dialogo e proclamazione. Se si deve cercare un dialogo rispettoso con le altre religioni – come esorta il documento Nostra Ætate –, come rispettare il mandato evangelico dell’annuncio, della proclamazione del vangelo, soprattutto nella forma specifica della missione ad gentes?

Il concilio ha riconosciuto la presenza di “semi” di salvezza anche nelle altre religioni. Ma come comprendere il rapporto tra la salvezza in Cristo e la salvezza che Dio può realizzare anche nelle altre religioni? Il dibattito teologico su questo argomento è ancora acceso, ma l’interrogativo rimane: perché andare ad gentes, predicare il vangelo alle nazioni? È solo legittimo o è doveroso?

Tutti questi interrogativi sono emersi dalla teologia della missione del Vaticano II e continuano a essere dibattuti, mantenendo vive le questioni circa la specificità, gli scopi e la legittimità della missione ad gentes.

Nel frattempo – fa notare Schreiter – si sono verificati due grandi cambiamenti nel mondo di missione: la globalizzazione e il calo numerico dei missionari.

La globalizzazione figura come il più importante dei cambiamenti, emerso con prepotenza soprattutto nell’ultimo decennio. Benché sia un fenomeno che presenta diverse analogie con l’espansione del periodo coloniale dal 1600 in poi, la globalizzazione se ne differenzia per l’estensione che ha assunto, l’intensità di legami che ha permesso di sviluppare, la rapidità con cui le notizie e i capitali circolano, e l’impatto che esercita sulla storia mondiale.

Un primo elemento che la globalizzazione sta cambiando è il concetto di territorio e di stato-nazione. I confini degli stati stanno perdendo sempre più significato a motivo della velocità con cui merci e capitali si muovono nel mondo. Altrettanto si può dire su alcune conseguenze dell’impatto di forze culturali globali: le culture particolari finiscono per contare sempre meno in un territorio. E anche se non è prevedibile che gli stati nazionali e le culture territoriali scompaiano totalmente, essi conteranno sempre meno.

Cosa significa tutto questo per una missione che si dice ad gentes – si interroga Schreiter – se ormai il mondo non conosce più chiare divisioni tra gruppi culturali ed etnici? Gli istituti missionari hanno provato a ridefinire i termini ad gentes e ad extra, ma lo spostamento delle frontiere che definiscono le nazioni e le culture pone problemi anche a proposito dell’azione missionaria.

Un altro cambiamento significativo è il calo numerico dei missionari. Oggi l’età media dei membri degli istituti missionari è alta, e i rincalzi sono molto pochi. Cosa ne sarà di essi a lungo termine?

Altri due fattori di cambiamento toccano gli istituti missionari. In luoghi in cui sono stati i primi evangelizzatori oggi sono presenti come semplice parte della chiesa locale, senza più un preciso ruolo nella prima evangelizzazione. Inoltre sono nati istituti missionari in paesi che fino a poco tempo fa erano territori di missione: quale sarà l’atteggiamento e il punto di vista di questi missionari africani o asiatici?

LA MISSIONE SEGUE LA STORIA

Quali elementi hanno contribuito a dare alla missione ad gentes la forma che essa oggi presenta? Tutti gli storici sanno che l'impegno della Chiesa nella missione ad gentes non è sempre stato continuo. Solo nel XVII secolo è iniziata la missione alle nazioni nella forma che poi ha assunto negli ultimi due secoli. E nel suo svolgersi la missione ad gentes si è sempre servita delle infrastrutture esistenti, a seconda delle epoche e dei luoghi. Negli ultimi secoli, in particolare, essa ha usufruito dei piani espansionistici del colonialismo di paesi come Spagna, Portogallo, Francia, Olanda, Inghilterra.

L'influsso del colonialismo sulla missione non ha toccato solo le infrastrutture, ma anche la forma di pensiero con cui si organizzava la missione, e cioè una retorica militare tipica dei fondatori di imperi. Anche se la missione in quanto tale non può essere ridotta a colonizzazione, bisogna tenere conto di almeno tre aspetti generati dalla convergenza tra missione e colonializzazione, e che sono ancora attuali.

Anzitutto questa convergenza ha originato un movimento di pensiero che associa il concetto di missione a quello di territorio. In parole povere, piuttosto che convertire il sovrano perché tutto il popolo lo segua, la missione è stata concepita come "cristianizzazione" di un territorio. In secondo luogo, da una promozione umana affiancata alla missione in una forma europea (educazione, formazione tecnica, sostegno sanitario), si è passati attualmente a sottolineare la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani. Ma in entrambi i modelli, il vecchio e il nuovo, l'aspetto specifico dell'evangelizzazione rimane un'infrastruttura che sottende la missione.

Infine, la colonizzazione ha segnato il tipo di relazione tra missionari e popolazioni, e ha generato metafore che la esplicitano: "guadagnare anime a Cristo", "strapparle alle grinfie di Stana", "estendere il regno della Chiesa"... tutte espressioni caratteristiche del linguaggio metaforico imperialistico.

Si possono trarre degli insegnamenti da questa convergenza tra colonialismo e missione che aiutino a percepire meglio l'avvenire della missione ad gentes? Come e quanto dipende l'avvenire della missione dalle strutture geopolitiche e macroeconomiche del mondo attuale? Non può essere pura coincidenza – fa notare Schreiter – che la crisi missionaria apparsa alla metà del XX secolo sia apparsa nello stesso momento della dissoluzione degli imperi coloniali europei.

La globalizzazione, il fenomeno più significativo e pervasivo del mondo attuale, presenta più di una rassomiglianza con i presupposti e gli scopi del colonialismo, anche se con le dovute differenze. Un esempio di questo influsso è dato dal fenomeno del volontariato missionario temporaneo. La rapidità e il prezzo abbordabile dei viaggi rende possibile questa forma di missionarietà a tempo limitato, mentre in passato chi si recava in missione vi restava per la vita, e solo raramente rientrava in patria.

Anche il concetto di spazio creato dalla globalizzazione può far vedere in un altro modo la missione ad gentes. Fino ad oggi ad gentes significava ad extra, o ad altera. Se il mondo diventa sempre più omogeneo e senza confini etnici e culturali, non bisognerà pensare diversamente la missione ad gentes?

Infine, se le metafore del periodo coloniale hanno colorato la missione di una tinta "militare", quali saranno le metafore della missione del XXI secolo? «Ho suggerito – afferma Schreiter – che l'espressione di accompagnamento è emersa nell'ultima parte del secolo scorso per sostituire quelle di espansione e di conquista. La missione come inserzione, come cammino con i poveri, come dialogo (specialmente dialogo di vita), come solidarietà: tutti questi termini esprimono un forte senso di missione, che implica un potente attaccamento e un'identificazione con la popolazione servita dal missionario». Gli istituti missionari sono pronti a vivere e approfondire questi nuovi atteggiamenti richiesti dalla situazione attuale del mondo di missione?

QUALE MISSIONE NEL TERZO MILLENNIO?

La missione ad gentes non può evitare di fare i conti con il fenomeno più emergente in questo terzo millennio. La globalizzazione, che si presenta come nuovo ordine del mondo, rivela ambivalenze che fanno violenza a buona parte della popolazione mondiale, specialmente i poveri. Mentre rende disponibili nuove forme di comunicazione e di relazione, allo stesso tempo esclude intere masse e impedisce loro di uscire dalla loro miseria.

È questo l'ordine mondiale con il quale la Chiesa ha a che fare. Per il momento non ci sono alternative. D'altra parte la relazione del cristianesimo con il mondo è sempre stata caratterizzata dalla lotta; il suo adattamento alle culture è sempre stato difficile e problematico, e lo è anche oggi.

Vi sono due importanti caratteristiche della globalizzazione da ritenere: la sua potenza di omogeneizzazione che attraverso la rete informatica collega il mondo e lo sottopone ai medesimi messaggi, e la sua potenza di frammentazione che nei gruppi localizzati spezza gli equilibri sociali, provoca resistenze e accentua il senso di essere localmente diversi. Come porre questo aspetto della globalizzazione in relazione con la missione ad gentes?

In riferimento all'omogeneizzazione provocata dall'intercomunicazione – suggerisce Schreiter – gli istituti missionari e la Chiesa dovranno utilizzare le loro risorse di organizzazioni transnazionali e non governative per riavvicinare i popoli nella solidarietà della famiglia umana e tessere legami per un aiuto materiale e un sostegno morale. Con il loro esempio essi possono, e devono, mostrare che le organizzazioni internazionali non sono necessariamente oppressive, ma possono coniugare risorse umane e materiali portando a un miglioramento di tutta l'umanità. Gli istituti missionari dovranno utilizzare le loro risorse per agire prendendosi cura delle persone disperse nel mondo come migranti forzati, degli emarginati che nella babele delle grandi città hanno perso la loro identità. «In quanto missionari o missionologi dobbiamo chiederci come i fattori di omogeneizzazione nel mondo d'oggi influiscono sul nostro modo di pensare e sulle nostre relazioni».

In riferimento alla frammentazione gli istituti missionari devono assumersi l'onere di occuparsene, aiutando chi cerca di costruirsi una propria identità, i rifugiati e i dislocati che devono ricostruirsi una vita e guarire le loro memorie ferite. In poche parole, il servizio di cui essi dovranno preoccuparsi sarà primariamente quello della riconciliazione: ristrutturare la dignità umana e guarire una società spezzata, dire la verità, ricercare la giustizia, creare una nuova visione morale.

«Davvero – conclude Schreiter – mi sembra che la riconciliazione possa essere la metafora, la parola d'ordine per la missione in questo inizio del ventunesimo secolo». Tra tutte le realtà che gli istituti missionari sono chiamati a rivedere senz'altro sono da ricordare l'impegno in un'analisi della realtà che riconosca i cambiamenti in atto; lo sviluppo di strategie e di relazioni in grado di servire i popoli; sostenere una spiritualità che insista sull'interconnessione, la sincerità e la creazione di una nuova visione morale per i gruppi sociali. Ciò significa lotta per la giustizia e per l'instaurarsi di relazioni basate sulla fiducia, relazioni che daranno adito a una memoria e a una speranza comuni.

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