Dec 13, 2017 Last Updated 9:13 PM, Dec 10, 2017

L'Annuncio a Giuseppe

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L’Annuncio a Giuseppe, riportato nel Vangelo di Matteo è molto importante per capire bene il ruolo avuto da Maria nell’Incarnazione. Se non avessimo che il racconto dell’Annuncio a Maria, questo sarebbe certo bello, ma mancherebbe di realismo.

Perché Maria stava per diventare madre: se questo doveva accadere fuori dal contesto matrimoniale, allora – inevitabilmente – suo figlio sarebbe passato più tardi per un figlio naturale, cosa che fu d’altronde sostenuta sia dai giudei che dai pagani, nelle loro veementi polemiche contro i cristiani.

Il testo di Matteo 1,18-24

18 Di Gesù come Messia l’origine ebbe luogo nel modo seguente: sua madre Maria era fidanzata a Giuseppe; ora, prima che essi venissero ad abitare insieme, ella si trovò che portava in grembo un bambino per l’opera dello Spirito Santo.
19 Ma Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva svelare [il suo mistero] decise di separarsi da lei in segreto.
20 Ma quando ebbe preso questa decisione, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa; perché, certo, ciò che è stato generato in lei viene dallo Spirito Santo, 
21 ma ella [ti] partorirà un figlio e tu gli darai il nome di Gesù, perché sarà lui a salvare il suo popolo dai suoi peccati».
22 Ma tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per bocca di un profeta: 
23 «Ecco: la vergine porterà in grembo e partorirà un figlio; e gli daranno il nome di Emmanuele», che in traduzione significa: «Dio-con-noi».
24 Ma quando Giuseppe si fu risvegliato dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva ordinato e prese con sé la sua sposa.

A partire da queste difficoltà concrete, comprendiamo meglio il significato provvidenziale del matrimonio di Maria e la missione estremamente importante e delicata che Giuseppe doveva compiere. Anche se il figlio non doveva nascere da relazioni coniugali normali tra Maria e lui, Giuseppe era ugualmente lo sposo legittimo di Maria, egli doveva adempiere nel matrimonio al compito di padre legittimo del figlio di Maria.

Se Luca adotta il punto di vista di Maria, Matteo presenta il punto di vista di Giuseppe: a partire dalla paternità legale di Giuseppe, il figlio di Davide, l’evangelista pone la questione della missione messianica di Gesù.

I problemi del testo di Matteo

Nel versetto 19 ci sono tre parole che creano alcuni problemi. Ecco la nostra traduzione: «Ma Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva svelare [il suo mistero], decise di separarsi da lei in segreto».
La parola greca dikaios è di solito tradotta con «giusto», «integro» o «retto». La seconda parola, deigmatisai è assai rara in greco. Il terzo vocabolo, apolusai è tradotto in diversi modi. Per l’esegesi di tutta la pericope di Matteo, molto dipenderà dalla traduzione e soprattutto dall’interpretazione di queste tre parole difficili.

L’annuncio a Giuseppe avviene nel periodo intermedio di alcune settimane o di alcuni mesi che separava il matrimonio giuridico dalla coabitazione definitiva degli sposi.

Dikaios

La miglior traduzione di questa parola è «giusto». Ma in che senso Giuseppe è giusto? Per alcuni, Giuseppe voleva rispettare scrupolosamente la Legge giudaica. Ora, secondo questa legge, una donna che aveva commesso adulterio doveva non soltanto essere condannata, ma lapidata. Certo Giuseppe non avrebbe voluto giungere a questo, ma si sarebbe sentito obbligato ad accusare Maria davanti ai rappresentanti della Legge. Questa è l’interpretazione severa, puramente legale, della parola «giusto», che considera come «giusto» solo ciò che entra nel quadro dell’osservanza stretta della Legge giudaica.

Secondo un’altra interpretazione, «giusto» dovrebbe essere compreso nel senso di «buono»: Giuseppe ha dei sospetti, ma è un uomo «buono», egli ha un «cuore buono», non farà un dramma di ciò che crede di sapere e dunque «si separerà da lei in silenzio». Ma dikaios non ha mai il senso di «buono» o di «avente un cuore buono»; per esprimere questo significato il greco dispone di altri vocaboli.
Una terza interpretazione traduce dikaios come «giusto davanti a Dio». Non nel senso di una osservanza minuziosa della Legge giudaica, ma nel senso di un rispetto totale per la volontà di Dio e per la sua azione nelle nostre esistenze.

Forse Giuseppe aveva già compreso e saputo da Maria come tutto era avvenuto. Sapendo che lo Spirito Santo era qui all’opera, Giuseppe si è messo da parte davanti al mistero. Potremmo dunque descrivere così l’atteggiamento di Giuseppe: Dio è qui all’opera, io devo lasciarlo agire; bisogna che mi ritiri. È allora per rispetto, per timore religioso davanti al mistero di Dio, che Giuseppe vuole ritirarsi. Proprio perciò viene chiamato «giusto».

Deigmatisai

Il verbo deigmatisai è molto raro in greco. Per cui si trovano traduzioni e interpretazioni divergenti: «Non voleva diffamarla»; «Non voleva denunciarla pubblicamente»; «Non voleva esporla al pubblico ludibrio». Queste tre versioni sembrano implicare che Giuseppe considerasse Maria colpevole.
Noi optiamo per un’altra interpretazione: «Non voleva svelare [il suo mistero]». Tutta la questione è quindi, di sapere se questo raro verbo greco deve avere un significato peggiorativo o no.

In greco, un termine più usato è il verbo composto paradeigmatisai che incontriamo in Ebrei 6,6. Qui ha certamente il senso peggiorativo di «fare affronto a qualcuno», «esporre alle ingiurie». Ma questo vale anche per il nostro brano di Matteo? Ecco che diventa importante ascoltare ciò che ci dicono gli autori greci antichi. In uno dei suoi scritti, Eusebio di Cesarea osserva che i due verbi non sono sinonimi. Il verbo semplice deriva dalla radice deiknumi che significa mostrare, indicare, designare. Per questo deigmatisai secondo Eusebio, significa semplicemente: «far conoscere», «portare alla luce», senza alcuna risonanza peggiorativa.

Una cosa che non è conosciuta e che viene in seguito rivelata può dunque essere buona o cattiva, edificante o vergognosa; ma la parola non significa in sé che «rendere visibile, manifesto», «svelare», «portare alla luce».

Apolusai

L’ultima delle tre parole difficili è apolusai che rimanda al senso di «staccare», «slegare», «sciogliere». Quindi può significare semplicemente «lasciar libero», «lasciar andare», ma può avere anche il senso di «rimandare» e, specialmente, quello di «sciogliere, rompere i legami matrimoniali». Potrebbe dunque – secondo alcuni autori – significare «ripudiare», «divorziare».

Nel contesto di Matteo 1,19 bisognerebbe quindi interpretarlo come se Giuseppe volesse consegnare a Maria un attestato da sottoporre al tribunale in vista di ottenere il divorzio. Giuseppe avrebbe quindi voluto sciogliere il suo matrimonio con Maria. Ma questa è un’interpretazione secondo la linea dura. Quanto a noi, riteniamo che, tecnicamente parlando, la parola non possa significare «divorziare». In ogni caso non significa questo nel nostro passo, perché il divorzio è un atto pubblico, davanti a dei testimoni, e qui il verbo è accompagnato dall’avverbio lathra «segretamente». Un atto pubblico non si può fare «in segreto».

Nel corso del nostro esame di queste tre «parole difficili», abbiamo toccato tre punti delicati, ma che sono essenziali per la giusta interpretazione dell’Annuncio a Giuseppe. Si presume a ragione che per ciascuno dei tre casi due direzioni opposte sono possibili: una interpretazione severa e un’altra, più moderata, che lascia aperta la via a una spiegazione favorevole.

Giuseppe e le scelte possibili

Un altro modo di affrontare i problemi di questa pericope è quello di analizzare le diverse opinioni che si sono avute sulla situazione e sullo stato spirituale di Giuseppe quando ricevette da parte di Dio l’ordine di prendere Maria con sé. Ecco le tre teorie principali.

Secondo una prima opinione Giuseppe avrebbe realmente pensato che Maria era stata infedele, la sospettava di adulterio. Come sposo legittimo sarebbe stato convinto della colpevolezza di Maria.
Una seconda interpretazione è più benevola verso Giuseppe.

Egli non sa cosa pensare quando vede che Maria è incinta. È convinto della sua innocenza, ma non sa come spiegare la situazione. Il bambino che deve nascere non è certamente suo, ma non può tuttavia credere che Maria sia colpevole. Si trova dunque posto davanti a un fatto per il quale non trova spiegazione, ma rimane convinto dell’innocenza di Maria.

Secondo una terza concezione, Giuseppe conosceva il mistero che si era compiuto in Maria; sapeva che ella aveva concepito un figlio per intervento divino; si suppone dunque che Giuseppe era stato informato dell’Annuncio a Maria, cioè di quanto viene raccontato nella scena del Vangelo di Luca, di cui si è parlato nel capitolo precedente.

Questo era possibile soltanto se Maria – cosa che sarebbe stata d’altra parte del tutto normale – si fosse preoccupata di informare Giuseppe di ciò che era successo. Egli conosceva dunque il mistero della concezione verginale. Questa interpretazione era ben conosciuta nella tradizione patristica e medievale.

Giuseppe conosce già la verità

Il versetto 18 ci dice che Maria si trovò incinta avendo da Spirito Santo.
Il verbo eurethe, si trovò, indica chiaramente una forma passiva ed è seguito da due chiarificazioni: che il suo trovarsi è perché ha un bambino nel grembo e che questo è dovuto per opera di Spirito Santo.
Questo versetto d’apertura si presenta dunque come un iniziale stato della questione, a partire dal quale si svilupperà tutto il seguito del racconto. Entrambi gli elementi manterranno la loro importanza fino alla fine.

Insieme a diversi Padri della Chiesa riteniamo dunque che Giuseppe sapesse già due cose: che Maria era incinta e che questo era avvenuto per opera di Spirito Santo. Possiamo ora chiederci: da chi è stato informato e quando? Se Giuseppe ha saputo fin dall’inizio che la sua sposa portava un bambino nel suo grembo per opera di Spirito Santo, va da sé che non poteva saperlo che mediante una comunicazione di Maria stessa.

Possiamo ora quindi comprendere che «Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva svelare [il suo mistero], decise di separarsi da lei in segreto».

Come abbiamo già detto, «giusto» significa qui «giusto davanti a Dio». Incontriamo questa espressione, per esempio, anche negli Atti degli Apostoli 10,22, dove il centurione Cornelio è chiamato «uomo giusto e timorato di Dio». L’uomo «giusto» è colui che si ritira rispettosamente davanti all’intervento di Dio. Questa reazione è anche quella dei «giusti» dell’Antico Testamento: quella di Mosé al momento della teofania sul monte Sinai; quella del profeta Isaia in occasione della visione di Dio nel Tempio, e quella di altri ancora.

Quando Dio si manifesta e interviene nella storia dell’uomo, il «giusto» si ritira con timore, indietreggia rispettosamente davanti alla maestà di Dio. Nel caso presente, il «giusto Giuseppe» vuole separarsi da Maria segretamente, perché egli sa ciò che Dio ha operato in lei.

Giuseppe non svela il mistero

Se Giuseppe veramente sapeva ciò che era avvenuto a Maria, non gli era né permesso né possibile «svelarlo», «metterlo in pubblico». È in tale prospettiva che abbiamo tradotto il v. 19. Per maggior chiarezza abbiamo aggiunto tre parole tra parentesi («il suo mistero»), perché queste parole sono nella logica stessa del testo: «Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva svelare [il suo mistero], decise di separarsi da lei in segreto».

Se noi leggiamo il versetto in questa prospettiva, esso cambia totalmente di tonalità. Giuseppe non poteva dire in pubblico ciò che Maria gli aveva rivelato in confidenza, doveva conservarlo nel suo cuore come un segreto prezioso. Ma lui, cosa doveva fare? Pieno di timore religioso davanti al mistero che si è compiuto in Maria sua sposa, Giuseppe non vede in questo momento nessun’altra via d’uscita che quella di ritirarsi discretamente. Se interpretiamo il versetto in questo modo, allora le ultime parole diventano molto belle: «Decise di separarsi da lei in segreto».

Dunque l’idea stessa di una denuncia svanisce completamente. L’ottica è radicalmente rovesciata. Pieno di rispetto per Maria, nella quale Spirito Santo aveva realizzato cose così grandi, Giuseppe è pronto a cederla totalmente a Dio. Ma in questo momento decisivo, prosegue il testo, «mentre pensava a queste cose, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno» (v. 20).

Giuseppe obbedisce

L’angelo dice a Giuseppe: «Non temere di prendere con te Maria, la tua sposa». Perché queste parole, «non temere», per parlare della coabitazione dei due sposi? Non sentiamo risuonare lo stesso «noli timere», lo stesso «non temere», nel momento dell’Annuncio a Maria: «Non temere, Maria...» (Lc 1,30)? Questa esortazione, nella Bibbia, ha un profondo significato (cf Mt 14,25; 17,7; Mc 9,32; Ap 1,17). Si tratta del «santo timore» che l’uomo prova nel momento di una rivelazione della presenza di Dio, durante una visione o davanti ad un’altra forma di intervento divino.

Proprio questo timore per la presenza o per l’azione di Dio nei confronti di Maria è supposto qui per Giuseppe nel testo di Matteo. Se ammettiamo che Giuseppe era al corrente della concezione verginale, allora possiamo descrivere il suo «dubbio» sotto forma di domanda: cosa devo fare in questa situazione piena di mistero? Per il «timore» davanti all’azione di Dio nei confronti della sua sposa, egli è pronto a ritirarsi con rispetto, in segreto.

Questo perché agli occhi di Giuseppe la concezione verginale di Maria era un ostacolo alla sua coabitazione con lei. Per questo l’angelo viene a rispondere alla sua difficoltà, dandogli un ordine da parte di Dio: senza dubbio, il bambino che è stato concepito nel grembo di Maria viene da Spirito Santo; nonostante questo, lui, Giuseppe, deve prendere con sé Maria sua sposa, deve andare ad abitare insieme con lei e accettare il suo duplice compito di sposo e di padre.

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