Oct 17, 2017 Last Updated 9:04 PM, Oct 15, 2017

Non solo Rohingya: la persecuzione delle minoranze cristiane in Myanmar

Pubblicato in Finestra sul Mondo
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La crisi umanitaria che coinvolge i musulmani del Rakhine non è la sola in corso nel Myanmar. Le violazioni alla libertà religiosa e ai diritti umani perpetuate da esponenti militari, movimenti nazionalisti buddisti e cittadini birmani non colpiscono solo i Rohingya, ma anche altri gruppi etnici minoritari sparsi nel Paese. Essi condividono la stessa sofferenza, senza però ricevere l’attenzione mediatica che la comunità internazionale rivolge verso il confine tra Myanmar e Bangladesh. È il caso dei Kachin (nel nord del Paese), Chin (ad ovest) e Naga (al confine con l’India), popolazioni a forte presenza cristiana che da decenni subiscono la persecuzione.

Sfruttando le radici buddiste della cultura nazionale, per anni il regime militare ha introdotto feroci misure discriminatorie nei confronti dei cristiani, visti come espressione di una fede straniera ed in contrasto con la politica di “una nazione, una razza, una religione”. Molti di questi provvedimenti sono tuttora in vigore e il pregiudizio è diffuso nonostante la Chiesa sia presente nel Paese da oltre 500 anni.

Tutte le comunità cristiane del Myanmar subiscono le restrizioni sull’acquisto dei terreni per scopi religiosi. Procedure burocratiche militarizzate impediscono il rilascio dei permessi alle comunità in quanto tali. Pur di avere un luogo dove professare la loro religione, alcuni fedeli sono costretti a rilevare e mettere a disposizione proprietà o abitazioni private. Nelle aree a maggioranza buddista, in particolare nelle roccaforti dei monaci ultra-nazionalisti di Ma Ba Tha, ai cristiani è quasi impedito del tutto di radunarsi. Questo avviene mentre vi sono continui investimenti statali per costruire pagode e monasteri, parte della politica di promozione e diffusione del buddismo.

Nel dicembre 2016, un rapporto della Commissione sulla libertà religiosa internazionale degli Stati Uniti d’America (Uscirf) ha messo in luce alcuni dei più efferati episodi di intimidazione e violenza contro i cristiani in Myanmar. Tra essi vi sono i trasferimenti forzati, le distruzioni dei cimiteri, gli attacchi ai luoghi di preghiera e la continua campagna di conversioni forzate e lavaggio del cervello, che avviene nelle scuole finanziate dal governo nelle regioni di confine, in particolare in territorio Chin e Naga. Altra pratica comune è la sottrazione indebita da parte delle autorità locali di terreni ricchi di risorse.

Nelle aree Kachin, le violazioni della libertà religiosa sono intrecciate con il conflitto in corso tra gruppi armati e forze governative. I militari sono soliti occupare le chiese e convocare intere comunità per interrogatori di massa ed arresti indiscriminati. Molto spesso i fedeli e i pastori sono considerati alleati dei ribelli e per questo puniti. I soldati del Tatmadaw, il potente esercito birmano, hanno dissacrato, danneggiato e distrutto numerosi luoghi di culto. Con quasi totale impunità, i militari continuano a commettere gravi abusi sui diritti umani, come le violenze sessuali all’interno dei complessi religiosi e la tortura di pastori, fedeli e ordinari cittadini. Dopo più di cinque anni di conflitto, ad oggi sono oltre 120mila le persone costrette a fuggire e vivono in condizioni disperate, in attesa di tornare nelle loro case. Fintanto che il conflitto continua, non esiste tuttavia una reale prospettiva per gli sfollati interni Kachin di fare ritorno in sicurezza e dignità.

La discriminazione su basi religiose è in certi casi addirittura istituzionalizzata. I cristiani Kachin, Naga e Chin impiegati nel servizio civile e in altri settori governativi sono di norma trascurati nelle promozioni, ad appannaggio dei buddisti. Quando essi ricoprono cariche di governo, rischiano sanzioni se non sostengono iniziative buddiste, per cui le autorità spesso attingono alle buste paga dei cristiani per i finanziamenti. Nello Stato Chin, gli impiegati del governo sono costretti anche a lavorare di domenica, senza compenso.

Il buddismo, seppur non in via ufficiale, è di fatto considerato la religione di Stato in Myanmar. I militari, il cui potere non è sottoposto al controllo della società civile, ne enfatizzano “la posizione speciale” e si pongono come difensori della cultura e della tradizione birmana. Nel corso degli anni, questo ha portato a profonde fratture tra le diverse comunità etnico-religiose del Paese, consentendo al Tatmadaw di ribadire di volta in volta il proprio potere. Con la vittoria nelle elezioni del novembre 2015, la leader democratica birmana Aung San Suu Kyi ha tuttavia dato inizio ad un difficile processo di pacificazione e riconciliazione nazionale. 

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