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Un conflitto lungo cinquant'anni

  • Giu 26, 2017
  • di  Giorgio Bernardelli - http://www.terrasanta.net
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Pubblicato in Finestra sul Mondo
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La ricordiamo come la guerra dei Sei giorni, ma è il conflitto che ha lasciato cicatrici più durature. Quello dal quale – per molti versi, nonostante le apparenze – Gerusalemme non è mai uscita. Cinquant’anni fa – dal 5 al 10 giugno 1967 – la Terra Santa conosceva la più grande vittoria militare della storia moderna di Israele; o anche – vista dall’altra parte – la più bruciante tra le sconfitte per il mondo arabo. In una manciata di ore il piccolo Stato sopravvissuto alla guerra del 1948/49 si era trasformato in una potenza regionale, in grado di assumere il controllo di tutta Gerusalemme, della Cisgiordania, di Gaza e delle alture del Golan (oltre che della penisola del Sinai, fino agli accordi di pace del 1979 con l’Egitto).

Fu una guerra sorprendente quella del 1967 e non solo per il suo esito: a innescarla, più che un disegno, fu una successione di mosse politiche azzardate che – come su un piano inclinato – fecero scivolare la regione verso quei sei giorni di una battaglia a senso unico. Non che un nuovo conflitto arabo-israeliano apparisse allora un’eventualità remota. L’ostilità del mondo arabo nei confronti di Israele, fatta di retorica altisonante e tentativi di incursione da parte dei fedayin palestinesi, era un dato di fatto noto a tutti. E anche in Israele le limitazioni imposte dall’armistizio del 1949 restavano una ferita aperta, con Gerusalemme divisa in due (e l’impossibilità assoluta per gli ebrei di accedere al Muro Occidentale). Ancora all’inizio della primavera 1967, però, tanto Israele quanto l’Egitto non puntavano affatto sulla guerra. Levi Eshkol – il premier subentrato nel 1963 alla guida del governo israeliano al padre fondatore David Ben Gurion – appariva estremamente prudente; e, da parte sua, lo stesso Gamal Abdel al-Nasser non aveva interesse ad aprire le ostilità.

A far precipitare la situazione fu l’escalation ai confini con la Siria; l’Unione Sovietica – grande sponsor in quegli anni del nazionalismo arabo – ci mise del suo, passando all’Egitto l’informazione (rivelatasi falsa) che Israele stava ammassando truppe ai confini con le alture del Golan. Fu a quel punto che Nasser spostò sei divisioni dell’esercito nel Sinai, intimò all’Onu l’allontanamento del contingente d’interposizione dislocato al termine della crisi del 1956 e, infine, annunciò la chiusura alle navi israeliane dello stretto di Tiran, l’unico sbocco sul mar Rosso dal porto di Eilat. In una manciata di giorni era saltato tutto il quadro di garanzie che aveva tenuto in piedi una pace fragile nei dieci anni precedenti. Fu allora – con Eshkol ridimensionato e Moshe Dayan portato alla guida del ministero della Difesa – che Israele scelse la guerra preventiva.

Il resto è storia nota: all’alba del 5 giugno 183 aerei israeliani si alzarono in volo e in due diverse ondate di raid distrussero a terra tre quarti dell’aviazione egiziana. Sorte analoga – poche ore dopo – toccò all’intera aviazione giordana e a metà di quella siriana. L’esito del conflitto per le divisioni militari arabe apparve, dunque, subito scontato. Ma l’avanzata sul terreno delle truppe israeliane andò al di là di ogni aspettativa: il Sinai si rivelò immediatamente una trappola per l’esercito egiziano. Così, in quel contesto, il coinvolgimento della riluttante Giordania nel conflitto si trasformò per Israele in un’opportunità alla quale probabilmente solo Dayan aveva pensato realmente: rispondere al cannoneggiamento attaccando a Gerusalemme e in Cisgiordania e persino sulle alture del Golan, sul fronte siriano. La decisione di entrare nella Città Vecchia fu presa da Israele in una riunione del governo il pomeriggio del 6 giugno, senza che nemmeno esistesse un piano predisposto. Benny Morris, uno dei più autorevoli storici israeliani, scrive che solo il direttore del Mossad, il generale Meir Amit, pose alcune domande sul dopo: «Dobbiamo aver chiaro che cosa vogliamo fare della Cisgiordania – disse durante la riunione –. Intendiamo restarci? Annetterla a Israele? O qualcuno ha altri suggerimenti?». Non ottenne risposte. E sono cinquant’anni che continuano a non arrivare.

Ritorniamo, così, alla domanda iniziale: quanto quei sei giorni pesano ancora nella Terra Santa di oggi? Sicuramente, oltre che nella cartina geografica, hanno lasciato un segno profondo nella retorica del conflitto: «occupazione», «capitale unica e indivisibile», «territori» sono tutte espressioni nate nel clima di quei giorni; e diventate con il tempo slogan logori ma sempre sulla bocca di tutti.

La Gerusalemme di oggi è ben diversa da quella del 1967: da piccola, fragile e divisa, è diventata la prova di forza di Israele. Nella sua lunga e travagliata storia non è mai stata una città così grande, così splendente, così identitaria. Nelle comunità ebraiche dall’altra parte dell’Atlantico, nessuno negli anni Sessanta avrebbe mai immaginato che un appartamento a Mamilla un giorno sarebbe potuto diventare uno status symbol. O si sarebbe sognato di reclamare Silwan in nome dell’antica Siloe. Il fatto, poi, che proprio questo cinquantennale veda riemergere con Donald Trump le quotazioni di un possibile trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme è emblematico: Israele in cinquant’anni non è riuscita ad andare oltre l’ebbrezza per la Città Santa ritrovata; e alla fine, giorno dopo giorno, rischia di trasformare il suo cuore stesso in un idolo.

Parallelamente sono cresciuti poi gli insediamenti in Cisgiordania, l’altra novità portata sul terreno da quel dopo-guerra: iniziarono con il ritorno a Hebron nella festa di Pesach 1968; oggi sono centinaia tra città, villaggi e outpost abusivi (ma solo in teoria) per la stessa legge israeliana. Lasciati crescere aspettando sempre una risposta alla domanda posta dal generale Amit; e divenuti un contenitore di realtà tra loro anche molto diverse: c’è il gruppetto di case isolate, voluto e finanziato dall’ultradestra nazionalista, ma c’è pure il quartiere residenziale che è ormai un tutt’uno con la città vicina, che si trova «dalla parte giusta» della Linea verde.

Anche la Palestina, intanto, è profondamente cambiata. Visto da Ramallah il percorso dal 1967 a oggi ha l’aspetto della parabola: come molti storici hanno osservato, la sconfitta di Nasser nella guerra dei Sei giorni fu il passaggio del testimone dal panarabismo all’idea della «liberazione della Palestina». Lo stesso conflitto – a parte l’ultima fiammata della guerra dello Yom Kippur (nell’ottobre 1973) – non sarebbe più stato tra Israele e i Paesi arabi, ma con i palestinesi. Anche gli anni Novanta (quelli delle grandi speranze) come gli stessi gli anni Duemila (gli anni della disillusione) sarebbero stati scanditi dai vertici e dagli scontri tra i governi israeliani e le leadership di Yasser Arafat e Mahmoud Abbas. Ebbene: oggi questa parabola appare ormai esaurita; nel Medio Oriente in fiamme per altri conflitti è tornato in primo piano il quadro regionale. Nonostante un’intifada a bassa intensità tuttora in corso a Gerusalemme, l’attenzione del mondo è concentrata sulle alleanze inedite che la stagione delle Primavere arabe ha plasmato a partire dalla contrapposizione tra l’Iran e l’Arabia Saudita. E non è un caso che oggi si sia tornato a parlare di due luoghi strategici della guerra dei Sei giorni, finiti poi nel dimenticatoio: le alture del Golan e lo stretto di Tiran. Ma in questo quadro in movimento dove si colloca oggi la Palestina? È un rebus difficile da sciogliere; ed è una delle ragioni – oggi – della sua debolezza estrema.

Vittorio Dan Segre, anche lui grande interprete della storia recente del Medio Oriente, aggiungeva poi un altro elemento al quadro: la guerra dei Sei giorni – osservava – è stato il punto d’inizio nell’ascesa dei radicalismi religiosi, che oggi ben conosciamo. In Egitto fu infatti proprio la sconfitta del 1967 a ridare vigore al movimento dei Fratelli musulmani, con il loro slogan «l’islam è la soluzione», contrapposto alla via socialista di Nasser rivelatasi fallimentare. Nel 1979 – poi – a Teheran si sarebbe aggiunta la rivoluzione iraniana, con le sue propaggini in Libano attraverso il movimento sciita Hezbollah. Anche in Israele, però, sull’onda della forza ritrovata, sarebbe giunta l’ora della crescita del Gush Emunim e di tutta la galassia della destra religiosa. Un blocco che nel 1977 sarebbe stato tra gli elementi decisivi nel portare il Likud per la prima volta al governo; e che tuttora, complice anche il sistema elettorale israeliano, resta determinante nel blocco politico che sostiene Netanyahu.

Tutto questo per dire che, ancora più della questione dei confini, a restare aperta è proprio la domanda sul volto plurale del Medio Oriente, che l’esito della guerra dei Sei giorni lasciò ai margini. In una celebre intervista alla Bbc – a una domanda sul futuro politico della regione all’indomani della vittoria del suo esercito – Moshé Dayan rispose che aspettava una telefonata da re Hussein di Giordania. Quella telefonata non arrivò. E Israele – nell’autunno 1967 – si guardò bene dall’incoraggiarla. Fu il primo anello di una lunga catena di occasioni mancate per una pace duratura a Gerusalemme. Come mai, infatti, da Camp David a Oslo, dalle Road Map al discorso del Cairo di Barack Obama – anche al di là delle buone intenzioni dei singoli – questi processi si sono rivelati tutti inconcludenti? La questione vera sta nella difficoltà di compiere realmente un passo oltre il 10 giugno 1967.

Esattamente come quel giorno, Israele ancora oggi continua a confidare solo nella sua superiorità militare – garantita dall’alleanza con Washington. La riflessione sulla sua collocazione all’interno del Medio Oriente è rimasta al punto di partenza, grazie al paravento dell’ostilità araba. Solo che la contraddizione appare in maniera più stridente ora che, di fronte a un nemico comune come l’avanzata dell’Iran in Siria, Netanyahu flirta in maniera neanche troppo nascosta con l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo. Può un governo israeliano coltivare il sogno di una «pace regionale» con partner arabi (di confessione rigorosamente sunnita) senza prima rispondere alla domanda sul futuro della comunità palestinese che «abita in mezzo a te»? Da questo punto di vista le delusioni dei trattati di pace con l’Egitto e la Giordania sembrano aver insegnato davvero poco.

Anche nelle altre capitali del Medio Oriente, però, si è fermi alla Gerusalemme del 10 giugno 1967. La questione di Gerusalemme resta un argomento sempre buono per far scaricare le tensioni delle piazze; con qualche società di Tel Aviv, intanto, sotto banco, si stringono accordi commerciali. Ma nulla di più. Quanto ai vertici della Lega Araba si sono trasformati in liturgie vuote, prive di significato politico. E la Russia – che dopo decenni è tornata a giocare un ruolo nella regione – ha messo sì in discussione equilibri consolidati, ma sta anche aggiungendo fattori di instabilità.

Persino la comunità internazionale, del resto, non è riuscita ad andare oltre le spaccature di cinquant’anni fa. Rimane tuttora intrappolata nei sofismi di cui la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza dell’Onu – la dichiarazione approvata all’indomani del 1967, che sui territori conquistati da Israele dice due cose diverse a seconda che si legga il testo in inglese o in francese – rimane un simbolo amaro.

Alla fine – dunque – questo cinquantesimo anniversario non fa altro che ricordarci quanto l’inerzia sia l’alleato più forte delle guerre in Medio Oriente. Eppure un’altra strada esisterebbe: «È possibile perseguire l’impegno per una soluzione pacifica delle controversie e dei conflitti. Si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza». Lo diceva papa Francesco nel 2014, incontrando l’allora presidente di Israele Shimon Peres in Terra Santa. Evocava un giorno nuovo. Un settimo giorno di una Gerusalemme capace di ricominciare davvero a risanare le sue ferite.

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