Apr 24, 2017 Last Updated 9:33 PM, Apr 23, 2017

Le parole dette da Al-Tayeb alla conferenza della Mecca, tre giorni fa, sono quanto di più importante possa succedere nel mondo musulmano. Egli ha parlato di come sia urgente rivedere l'insegnamento dell'islam in scuole e università, correggendo le interpretazioni estremiste del Corano e della sunna.

Quanto sottolineato da al-Tayeb, il rettore di Al-Azhar ("dobbiamo rivedere il nostro modo di capire il Corano e la sunna e il nostro modo di interpretarlo") è stato detto tante volte da musulmani dotti (es: Abdel Majid Charfi 1, Abdel Wahad, l'egiziano Nasr Hamed Abou-Zeid 2, il marocchino Abdou Filali Ansari 3, il francese Abdennour Bidar 4, ecc...), ma questi erano tutti laici e nessuno di loro era imam.

Ora al-Tayeb ha compreso e ha capito che occorre affrontare questo problema  in modo globale, nell'insegnamento delle scuole e delle università - e quindi fra i laici - ma anche nell'insegnamento degli imam.  L'impegno va preso a tutti i livelli, in tutte le categorie del mondo musulmano dove si educa la mente e soprattutto con gli imam, che ogni venerdì predicano nelle moschee e i cui discorsi sono diffusi su radio e televisione, con un'influenza mediatica molto forte.

La scomunica fra sunniti e sciiti

L'insegnamento deve correggere quello stile invalso fra i musulmani di bollarsi reciprocamente come "miscredenti", come kāfir, di praticare il takfīr. Tutte le volte che al-Tayeb parla, torna sull'accusa di miscredenza affibbiata agli musulmani.

Che significa questo? I gruppi musulmani, i sunniti, considerano gli sciiti come miscredenti, e lanciano una specie di anatema contro di loro. Questo atteggiamento è molto diffuso. Da anni negli ambienti ufficiali si dice che occorre finirla con questa caccia alle streghe, ma gli stessi ambienti ufficiali (vicini al Qatar e al wahhabismo dell'Arabia saudita) lo usano per incitare la gente a compiere attacchi contro altri musulmani. Ogni mese in Pakistan vi sono bombe contro moschee sciite, talvolta anche il contrario; lo stesso avviene in Iraq, nello Yemen, in Bahrain e talvolta anche in Iran, nelle province del Baluchistan e del Kurdistan.

La tendenza è quella di considerare chi non la pensa come me come qualcuno da eliminare. Dietro questo problema si nasconde la questione della libertà di coscienza, di fede, di cambiare religione. Deve essere garantita la possibilità di essere miscredente, senza che vi sia persecuzione o eliminazione. Va detto che è molto più comune la condanna dei sunniti verso gli sciiti, che il contrario.

Al-Tayeb ha anche invitato ad "andare a fondo sulle cose che ci uniscono", per vedere cosa unisce sunniti e sciiti senza scomunicarsi reciprocamente, ma mostrando le due tradizioni come due modi di vivere l'islam con uguale dignità.

Di questi tempi ho sentito alcuni cristiani che a proposito della guerra fra sunniti e sciiti commentano fregandosi le mani: "Tanto meglio per noi! Che si combattano fra di loro, a noi non importa!".  No: davanti a Dio, questo non è bello e poi, a livello politico e storico, si vede benissimo che dopo la guerra fra di loro, si comincia a uccidere gli ebrei e poi i cristiani. Ma poi, qual è lo scopo dei cristiani? Non è quello di far vincere una religione sulle altre, ma di rendere il mondo più pacifico, più fraterno. Qualunque forma di odio va contro questo progetto. Per questo, noi cristiani dovremmo sostenere i tentativi di dialogo e di convivenza pacifica fra sunniti e sciiti, e naturalmente tra musulmani e non musulmani.

Contro l'interpretazione alla lettera

Un altro punto importante messo in luce da al-Tayeb sta nell'indicare come causa della divisione nell'islam "la cattiva interpretazione del Corano e della sunna". Dire questo è un salto formidabile, un passo importante di autocritica.

Al-Tayeb dice che l'estremismo nasce da una non corretta interpretazione del Corano; ma proprio gli estremisti pretendono di avere la vera e autentica interpretazione del Libro e della tradizione maomettana, perché la seguono letteralmente.

Questa critica implica affermare che Corano e sunna devono essere interpretati e non si può prenderli alla lettera! Solo i fanatici prendono tutto alla lettera e il letteralismo è una falsa lettura dell'islam, come del cristianesimo.

Nel mondo musulmano per tradurre "interpretazione" si usano due parole.  Una è la parola "tafsīr", che significa "commento". Tutti i grandi imam della storia hanno scritto dei "tafsīr": essi consistono nel prendere il testo parola per parola, spiegare l'origine filologica, il posto grammaticale della parola nella frase, ecc...

L'altra parola è "ta'wīl", interpretazione, e questa non è quasi per nulla praticata. Forse la si usa solo un po' nel mondo sciita.

Non ho avuto il tempo di vedere il testo in arabo del discorso di al-Tayeb e quindi non so quale di queste due parole egli abbia usato.

Nel suo intervento alla Mecca, senza esplicitare, al-Tayeb ha citato "gruppi estremisti" che praticano questa interpretazione letterale. Un motivo è che alla conferenza erano presenti personalità del Qatar o dell'Arabia saudita, o della Malaysia che usano la stessa interpretazione. Forse, la sua citazione generica serviva a non far nascere subito un dibattito non essenziale.

Di fatto, è molto probabile che con "gruppi estremisti" al-Tayeb indicasse non solo l'Isis, ma anche i wahhabiti, i salafiti, i Fratelli musulmani, ecc... Tutti questi interpretano il Corano in modo letterale, anche se non tutti loro ricorrono poi alla violenza.

Purtroppo, giorni prima, lo stesso grande imam ha condannato i "crimini barbari" dello Stato islamico e si è augurato per loro la condanna che vi è nel Corano 5 per "quegli aggressori corrotti che combattono Dio e il suo profeta: la morte, la crocifissione o l'amputazione delle loro mani e piedi". In tal modo, anche lui ha usato il Corano in modo letterale! Purtroppo questa è un'ambiguità presente nel mondo musulmano: quando conviene si cita il Corano alla lettera; quando si è criticati, si dice che il Corano va interpretato!

Islam e islamofobia

Un altro punto saliente dell'intervento del grande imam di Al-Azhar è quando dice che i gruppi estremisti "stanno diffondendo un'immagine negativa dell'islam": non ha attribuito all'islamofobia dell'occidente l'immagine negativa dell'islam. Spesso fra i musulmani e fra gli occidentali "buonisti" si dice che le critiche all'islam vengono da un preconcetto atavico, da una chiusura a priori che hanno gli occidentali. Invece per al-Tayeb, l'immagine negativa dell'islam viene dall'islam stesso. Dire troppo facilmente che "l'islam è una religione di pace", che tutto va bene, con condiscendenza è una posizione falsa.

Ma anche qui la posizione di al-Tayeb è un po' equivoca. Infatti fra le cause delle lotte fra musulmani, il grande imam parla di "un nuovo colonialismo globale alleato al sionismo mondiale". In questo modo egli ricade nello stile tradizionale del mondo islamico, che dà la colpa ad altri di quanto succede, diminuendo le responsabilità dei musulmani.

Io non credo a questa cospirazione "globale" e "sionista". Certo, Israele, gli Stati Uniti, l'occidente possono sfruttare le divisioni e le lotte fra i musulmani per i loro interessi. Ma essi non potrebbero fare nulla se nel mondo islamico non ci fossero delle lotte di cui sono responsabili anzitutto i musulmani.

Vero è che anche al-Tayeb ammette che tale cospirazione sfrutta "le tensioni confessionali dei musulmani", ma non si può subito concludere che l'occidente è in guerra contro l'islam.

Credo che le parole di al-Tayeb alla Mecca abbiano un'importanza fondamentale. Se nel mondo islamico si afferma quanto lui sottolinea, ossia l'aspetto teologico-interpretativo del Corano, ci sarebbe una vera rivoluzione.

Al-Sisi e i copti, cittadini egiziani

In questi giorni c'è da registrare un altro fatto rivoluzionario: i raid aerei che il presidente egiziano al-Sisi ha compiuto contro le basi dello Stato islamico in Libia. L'elemento rivoluzionario sta nel fatto che egli ha dato ordine per i raid dopo l'uccisione di 21 cristiani egiziani. In queste guerre nel mondo islamico sono morti migliaia di musulmani. Ma al-Sisi ha lanciato la rappresaglia dopo la morte dei 21 cristiani copti, riconoscendoli quindi cittadini a parte intera dell'Egitto. Egli stesso ha detto: Noi non vogliamo fare la guerra, ma difendiamo la nostra patria e i nostri cittadini". E ha lanciato una possibile alleanza dei Paesi arabi per una lotta contro lo Stato islamico. Inoltre ha partecipato al rito dei funerali nella cattedrale copta del Cairo, e ha deciso di ricompensare le famiglie che hanno perso il loro marito o padre.

Anche il re saudita Salman, ha detto cose interessanti al seminario della Mecca. Per il monarca "il terrorismo è una piaga prodotta da un'ideologia estremista". Esso è "una minaccia alla comunità musulmana e al mondo intero".

Salman ha definito i terroristi islamici come gente "fuorviata e fuorviante", che danno l'opportunità al mondo di "attaccare l'islam e trattare i musulmani come dei vili".

In questo modo si vede che l'autorità religiosa (Al-Azhar), l'autorità politica più importante della regione (Arabia saudita), e l'autorità del Paese arabo più popoloso (Egitto) sembrano alleati per una trasformazione del mondo islamico. Forse ci vorrà almeno un decennio per vedere i frutti. Ma bisogna cominciare.

Tale riforma nell'interpretazione e nella modernità era iniziata agli inizi del '900 con l'imam di Al-Azhar di allora, Mohammad Abdou, morto nel 1905. Poi purtroppo, il suo miglior discepolo, Rashid Rida, ha bloccato la riforma ed è divenuto il padre spirituale dei Fratelli musulmani, un movimento che applica l'interpretazione letteralista del Corano. Più di un secolo dopo la morte di Mohammad Abdou, siamo tornati indietro! Speriamo che la reazione alla violenza di gruppi islamisti marchi l'inizio di una riforma islamica, come se lo augurano la maggioranza dei musulmani!

Cfr Pensée l'Islam aujourd'hui, conferenza televisiva di 78 minuti. Vedi: https://www.canal-u.tv/video/universite_de_tous_les_savoirs/penser_l_islam_aujourd_hui_abdelmajid_charfi.3005 

Reformation of Islamic Thought: A Critical Historical Analysis, (Amsterdam: Amsterdam University Press, 2006, 113p.); Islam e storia: Critica del discorso religioso (Torino: Bollati Boringhieri2002); Testo sacro e libertà. Per una lettura critica del Corano, antologia di testi a cura di Federica Fedeli, introduzione di Nina zu Fürstenberg (Venezia: I libri di Reset, Marislio editori, 2012).

Cfr Abdou Filali-Ansary, Réformer l'islam ? Une introduction aux débats contemporains (Paris, La Découverte, 2003, 284 p.)

Un Islam pour notre temps (Paris, Éditions du Seuil, 2004) ; L'islam sans soumission : Pour un existentialisme musulman (Paris, éd. Albin Michel, 2008).

Cfr Corano 7,124 : «  Vi farò tagliare mani e piedi alternati, quindi vi farò crocifiggere tutti ».

 Fonte: AsiaNews

L'alleanza proposta in questi giorni da Boko Haram mostra l'internazionalizzazione dello Stato islamico. Ecco, di seguito, una panoramica dell'organizzazione estremista sunnita. Da un articolo del quotidiano libanese in lingua francese L'Orient-Le Jour (Olj). 

Un "califfato" e 25 "province"

Lo Stato islamico il 29 giugno scorso ha annunciato la nascita di un califfato nei territori a cavallo di Siria e Iraq, due dei nove Paesi in cui il movimento islamista ha piantato le proprie radici. 

In totale, il gruppo rivendica 25 province (wilayat, in arabo) in Siria, Iraq, Libia, Yemen, Algeria, Arabia saudita, Egitto, Afghanistan e Pakistan. Ed è in Iraq, dove lo SI trae le sue origini, che il numero delle province è il più elevato: 10, in seguito alla creazione dei wilayats di Dijla e di Jazira nel febbraio scorso. Seguono poi la Siria (7) e la Libia (3). 

Secondo l'esperto di Medio oriente Pieter Van Ostaeyen, nel complesso circa otto milioni di persone vivono all'interno dei territori controllati dallo Stato islamico in Iraq e in Siria. In Libia, aggiunge, "i territori non sono così vasti e non sono sotto il completo controllo dei jihadisti". Louay al-Khatib, ricercatore associato al Brookings Institute, presenta una forbice più bassa "che va dai sei ai sette milioni di persone". Una popolazione vasta che obbliga i jihadisti, aggiunge il ricercatore, a "possedere una forza armata potente e numerosa". 

Lo Stato islamico, quanti uomini?

È davvero difficile valutare nel loro complesso le forze a disposizione dello SI, perché "non vi sono fonti affidabili per fornire una cifra esatta" sottolinea al-Khatib. "È un gruppo terrorista - ricorda ancora - non convenzionale, che conduce una guerra non convenzionale". Egli valuta il numero dei combattenti "circa 80mila", di cui "almeno 20mila stranieri". 

Per Pieter Van Ostaeyen, lo SI può contare su un numero di combattenti variabile fra i 60mila e i 70mila anche se "è molto difficile fornire una stima esatta". Se la grande maggioranza di essi si trova in Iraq e in Siria, "si può stimare fra i 1500 e i 2000" il numero dei jihadisti che hanno stretto alleanza con lo SI in Libia. Nella sola Siria, lo Stato islamico avrebbe a disposizione dai 40mila ai 45mila uomini, secondo quanto riferisce il direttore dell'Osservatorio siriano per i diritti umani Rami Abdel Rahmane.

Dalia Ghanem-Yazbeck, analista al Carnegie Middle East Center, è molto più prudente sul numero dei combattenti. "Se ci riferiamo al totale, saranno al massimo 25mila" afferma la studiosa, che chiede al contempo di "smetterla di sovrastimare il loro numero" perché "è come far loro pubblicità gratuita". 

Lo Si è ricco?

È allo stesso modo impossibile determinare le risorse finanziarie a disposizione dello Stato islamico, il quale ha messo le mani sulle ricchezze economiche delle regioni conquistate. Una di queste è il petrolio estratto dai pozzi in Siria e in Iraq. Secondo Van Ostaeyen "essi ne ricavano un gran quantitativo di denaro e lo vendono a chiunque sia disposto a comprarlo". 

A ottobre il sottosegretario americano al Tesoro responsabile degli affari legati al terrorismo e alle informazioni finanziarie David Cohen ha dichiarato che l'oro nero garantirebbe agli islamisti un milione di dollari al giorno. Ma questi numeri sono contestati da Louay al-Khatib, il quale ritiene che lo SI produca "un massimo di 50mila o 60mila barili al giorno"; una quantità insufficiente per soddisfare la domande "delle popolazioni sotto il suo giogo". 

Al petrolio, si aggiungono i proventi derivanti dalla vendita di reperti antichi, dai sequestri, dalle tasse e dalle estorsioni impose "ai commercianti locali, che devono pagare un balzello per mantenere aperti i loro negozi". 

Lo Stato islamico ha anche potuto servirsi degli istituti finanziari delle città conquistate come Mosul, dove le riserve delle banche in termini di liquidità erano di circa 400 milioni di dollari prima dell'offensiva. A riferirlo è Bachar Kiki, il capo del consiglio provinciale di Ninive, di cui Mosul è la capitale. 

Le risorse finanziarie, secondo Dalia Ghanem-Yazbeck, sono e saranno il nerbo di questa guerra. "Il giorno in cui - prevede la studiosa - lo Stato islamico non avrà più il denaro per finanziare la popolazione che amministra, allora essa gli si rivolterà contro". 

Come opera lo Stato islamico?

La struttura amministrativa dello Stato islamico è basata su quella di un qualunque Stato, con al suo vertice Abou Bakr al-Baghdadi, auto-proclamatosi califfo. Egli è assistito da una serie di vice "territoriali" e un comando militare. Baghdadi è al tempo stesso sostenuto da un consiglio della shura, che raggruppa gli alti vertici jihadisti e, secondo alcune informazioni, vi sono anche altri consigli specifici, che si occupano nel dettaglio di questioni militari, della sicurezza, economiche e mediatiche. 

Al contempo, lo Stato islamico è divenuto un maestro nell'arte della comunicazione grazie all'utilizzo sistematico delle nuove tecnologie. Esso è diventato "un marchio di fabbrica con una forza attrattiva, come la Coca Cola o Mc Donald's" spiega Dalia Ghanem-Yazbeck. "La sua vera forza è virtuale, su internet, su YouTube... A ogni sconfitta militare sul campo o quasi, essi pubblicano un video shock per fare in modo che si parli di loro. È  un modo di compensare la sconfitta militare attraverso la propaganda". 

Pubblichiamo un estratto dell’intervento sul mensile "Tracce" di Wael Farouq, docente di Lingua araba all’Università del Cairo e Visiting Professor alla Cattolica di Milano.

 Negli Anni Trenta del Novecento, i giapponesi consideravano l’imperatore Hirohito pari ad un dio che li aveva condotti alla rinascita economica e alla costruzione di una forza militare in grado di dominare vaste regioni del mondo. Dopo la disonorevole sconfitta del Giappone in guerra, l’imperatore mantenne la sua sacralità, ma quest’ultima perse tutto il suo significato, anche perché l’imperatore aveva guidato la sua gente verso la distruzione altrui, prima ancora che alla distruzione del proprio Paese. Fu così che i giapponesi presero a chiamarlo «il sacro nulla» (Patrick Smith, Japan: a Reinterpretation, Knopf Doubleday Publishing Group, 2011). Il «sacro nulla» è l’espressione che meglio descrive i valori della civiltà occidentale di oggi. Sia sul piano pratico che culturale, questi valori sono svuotati del loro significato, sebbene tutti quanti li sacralizzino, come nel caso del valore della libertà. 

Tutto è effimero

Purtroppo, la faccenda non si limita alla fallita esportazione di questi valori all’esterno, ma si estende anche al loro svuotamento di significato all’interno, sul piano intellettuale e pratico. Nella cultura contemporanea l’effimero è diventato centrale. Nulla reca un segno di distinzione, un significato, perché tutto è fugace. L’attenzione della cultura contemporanea si è così spostata dall’essere nel mondo al divenire, o al transitare, nel mondo. Questo è il mondo del transitorio e dell’effimero. Le ideologie sono cadute, ma la paura dell’altro è aumentata. Il nichilismo ha fatto marcia indietro, ma il suo posto è stato occupato da una neutralità passiva verso ogni cosa. Il termine «post», anteposto a ogni parola che indica un aspetto della conoscenza umana (come in post-industriale, post-storico, post-moderno, eccetera), non implica altro  che l’incapacità di attribuire un significato alla condizione umana presente. 
Jürgen Habermas vede in questo una conseguenza dell’esclusione della religione dalla vita pubblica. Ed è vero che tutte le sfide sociali cui dobbiamo far fronte sono fondamentalmente riconducibili all’incapacità di dare alla vita un significato, una fonte del quale è rappresentata proprio dalla religione. 

L’uniformità

I post-modernisti ritengono di aver liberato l’umanità dalla prigionia di binomi intellettuali quali bene-male, presenza-assenza, io-l’altro, ma in realtà sono solo passati dal contrapporre gli elementi di questi binomi al porli sullo stesso piano – e all’incapacità che ne deriva di formulare giudizi, che a sua volta porta all’interruzione di ogni interazione con la realtà e all’uniformizzazione dell’identità individuale e collettiva. 

Il post-modernismo ha combattuto contro l’esclusione dell’altro, il «diverso», operata dal modernismo, ma non ha trovato altra via per farlo che escludere la «diversità», poiché è opinione diffusa che la convivenza pacifica non possa avere successo se non escludendo l’esperienza religiosa ed etica dalla sfera pubblica. Questo, tuttavia, implica l’esclusione della differenza e, quando l’esperienza religiosa è uno degli elementi più importanti dell’identità, l’esclusione della differenza, in realtà, diventa esclusione del sé. 

Ma questa laicità estremista è riuscita a realizzare il proprio obiettivo? 
Non c’è metropoli europea, oggi, che non ospiti una «società parallela», dove vivono gli immigrati musulmani. Tentativi affrettati d’integrare gli immigrati hanno finito solo per rendere i confini culturali e religiosi invisibili nello spazio pubblico. In Francia è stata promulgata una legge che proibisce l’esibizione dei simboli religiosi nello spazio pubblico. Di conseguenza, la Francia è diventata uno Stato la cui Costituzione protegge la differenza e il pluralismo religioso, ma le cui leggi ne criminalizzano l’espressione. 

Gli immigrati

L’esclusione della diversità dallo spazio pubblico ha fatto sì che l’adattamento, e non l’interazione, diventasse il quadro entro il quale s’inscrive la relazione degli immigrati con la loro nuova società. Questo e altri fattori di natura soggettiva, cioè relativi alla cultura degli stessi immigrati, hanno dunque portato alla creazione di società parallele in conflitto con l’ambiente circostante che rimane, per loro, un ambiente alieno, straniero. 

In questo contesto culturale, se qualcuno chiedesse «cos’è la libertà?», la risposta sarebbe: qualsiasi cosa. Ma una libertà che significa qualsiasi cosa non è niente. La libertà vera ha un volto, un nome, dei confini rappresentati dall’esperienza umana, che tuttavia non può essere tale se alla persona si strappano la sua identità, la sua storia, la sua esistenza e il suo scopo. Diverrebbe una forma svuotata di significato e contribuirebbe, assieme alla cultura islamica contemporanea, all’esclusione della persona, della sua esperienza e della sua identità. Nel qual caso, passeremmo dal «sacro nulla» al «nulla è sacro». Infatti, nulla è sacro finché la forma sta al centro e la persona al margine. 

 Nel Corano, come nella Bibbia, Adamo inizia a relazionarsi con il mondo attribuendo un nome alle cose. L’Adamo contemporaneo, invece, perde ogni giorno un pezzo del suo mondo, perché dimentica i nomi delle cose, perché non dà più loro alcun nome, e perché nemmeno gli importa di dar loro un nome. L’uomo, oggi, è diventato un post-Adamo. Mentre per affrontare la sfida dell’oggi abbiamo bisogno come non mai di tornare al senso religioso, all’esperienza personale. Al vero Adamo. 

(Traduzione dall’arabo di Elisa Ferrero)

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