Apr 24, 2017 Last Updated 9:33 PM, Apr 23, 2017

“ Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti..”. Gv. 6,1-15

Con questa Domenica, la liturgia interrompe la lettura del Vangelo di Marco, per farci meditare per 5 Domeniche, il capitolo 6° del Vangelo di Giovanni, che contiene il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci e il discorso eucaristico di Gesù sul “pane di vita”, nella sinagoga di Cafarnao.

Il miracolo dei pani e dei pesci è presente in tutti e 4 gli evangelisti, per 6 volte: 2 volte in Mt. e 2 volte in Mc. e una volta in Lc. e Gv.; questo sta a dire che il prodigio aveva impressionato moltissimo le folle che seguivano Gesù. S. Giovanni lega l’Eucaristia all’episodio della moltiplicazione dei pani, come gli altri evangelisti la legano all’ultima Cena e alla morte di Gesù. Giovanni vede l’Eucaristia partendo dal segno del pane, mentre i Sinottici partono dall’evento significato. Tutti però si basano sulla storia, perché è sempre lo stesso Gesù che promise, o meglio spiegò l’Eucaristia a Cafarnao e la istituì nell’ultima Cena.

/ E’ la seconda Pasqua del racconto giovanneo, e l’evangelista ci invita a tenere come fondale il lago di Tiberiade o mare di Galilea, nel nord della Palestina; la scena si svolge in uno dei punti della costa di questo lago. La moltiplicazione dei pani per Giovanni non è tanto un “miracolo”,(Giovanni non ama parlare di “miracoli”), quello che Gesù ha fatto è un “segno”, cioè un fatto miracoloso che non deve esaurirsi in se stesso, ma che preannuncia qualche cosa d’altro misterioso, al gesto dell’ultima Cena, dove il pane dato è un” altro pane”: questo è il valore del segno.

/ Ora leggendo bene questo brano di Giovanni, scopriamo interessanti annotazioni.

  1. “Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei…Una grande folla veniva da lui”…

L’accenno alla Pasqua non è una semplice nota cronologica, ma è un richiamo al mistero dell’Esodo dell’antico Israele. Questo venire delle folle a Gesù, richiama l’esodo di un popolo in cammino verso la libertà, sotto la guida di Mosè(Num.11,13). Il confronto di Mosè e Gesù è evidente: Mosè salì sul monte(Sinai), Gesù salì sul monte(v.3); il passaggio del mar Rosso(per Mosè), e molta gente venire a Gesù(v.4); la manna(per Mosè) e il discorso sul pane di vita(per Gesù).. ..

Come vedete, ora c’è un “nuovo Mosè”, è Gesù, che nel suo esodo pasquale da questo mondo al Padre, Gesù trascinerà con sé tutta l’umanità che è alla ricerca di una vera liberazione dal peccato. Mentre i Giudei celebrano la loro Pasqua, Gesù festeggia la “sua Pasqua”, con coloro che lo seguono con fede.

  1. C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci”.

La moltiplicazione dei pani non si produce a partire da niente, ma dalla prima, modesta condivisione di ciò che un bambino aveva nella sua bisaccia. Chi vuole essere una benedizione per gli altri, deve portare a Gesù ciò che possiede. Il Signore non ci chiede quello che non abbiamo, ma ci fa vedere che se ciascuno offre quello che ha, può compiersi il miracolo della condivisione, che basta a saziare tutti coloro che sono nel bisogno.

/ Perché il miracolo della moltiplicazione dei pani non si ripete più oggi, in un mondo ove 1/3 dell’umanità è affamato e un altro è sottoalimentato, mentre il resto del mondo è superalimentato? Come possono i cristiani prendere parte al banchetto eucaristico senza preoccuparsi dei poveri che consumano a malapena un pasto al giorno? Dio non è il tappabuchi del nostro egoismo: noi credenti dobbiamo perpetuare nel mondo questo miracolo. Gesù attraverso noi, diventati segno, può sfamare l’umanità affamata di pane materiale e di parola di Dio. I paesi ricchi, sciuponi, aiutino quelli poveri, ove regna la povertà e la miseria. Se oggi non viene moltiplicato il pane per tanti uomini che muoiono di fame, non è perché Dio è venuto meno all’umanità, ma perché l’uomo non è fedele all’uomo, perché l’uomo non è fedele a se stesso.

 

**Parola del Papa Benedetto XVI “
(*) “La fame miete ancora moltissime vittime tra i tanti Lazzaro ai quali non è consentito, come aveva auspicato Paolo VI, di sedersi alla mensa del ricco epulone. Dare da mangiare agli affamati (cf Mt 25,35.37.42) è un imperativo etico per la Chiesa universale, che risponde agli insegnamenti di solidarietà e di condivisione del suo Fondatore, il Signore Gesù. Inoltre, eliminare la fame nel mondo è divenuto, nell'era della globalizzazione, anche un traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilità del pianeta”.
Benedetto XVI (Enciclica “ Caritas in Veritate”, 29.6.2009, n. 27)

 

/ Nella Bibbia il verbo “mangiare” ricorre 1000 volte, mentre il verbo “pregare” ricorre 100 volte. Questo sta a dimostrare che la Bibbia vuole sottolineare che la fame dei poveri è un “problema religioso”. Perciò Dio non vuole fare miracoli solo di propria iniziativa per assopire la nostra pigrizia, ma vuole la nostra cooperazione e aiuto, offrendo quello che abbiamo, anche se poco.

  1. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì..”.

A differenza dei Sinottici, è Gesù che prende i pani e li distribuisce: tutto è concentrato su Gesù, il quale compie il miracolo non tanto per sfamare le folle ma per alludere al gesto dell’ultima Cena.

I termini: “prendere, distribuire, rendere grazie”, appartengono al rituale eucaristico.

  1. Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”.

Il verbo “raccogliere” e il vocabolo “frammenti”, come pure l’espressione “perché nulla vada perduto”, ricordano la cura dei frammenti eucaristici nella Chiesa delle origini. Nulla deve essere sprecato del dono di Dio, non solo del pane eucaristico, ma anche del dono che noi rappresentiamo gli uni per gli altri. Tutto deve essere raccolto perché, attraverso la condivisione, continui a moltiplicarsi. Porre freno al terribile spreco di risorse di chi è nell’abbondanza, in ossequio al consumismo! L’Eucaristia non è solo per chi la riceve; deve avanzare anche per gli assenti, i lontani; bisogna raccoglierne anche per i fratelli e anche per il domani. Farci noi stessi “pane spezzato” per vincere l’egoismo e l’individualismo, cause tra le principali dell’inefficacia di tante eucaristie!. Chi riceve Gesù nell’Eucaristia, deve diventare come Lui, un dono per gli altri.

  1. La gente stava per venire a prenderlo per farlo re”..

Gesù moltiplicando i pani e i pesci, ha compiuto un “segno” che richiamava ad un altro( il cibo che non perisce). Purtroppo la folla ha letto il segno secondo il loro schema, e non lo hanno capito nel suo vero significato del dono di Dio. La folla cerca se stessa non Cristo: cerca il loro pane, non quello di Cristo, e perciò “volevano rapirlo per farlo re”, politico. Ecco l’incubo di Gesù: l’incomprensione. Lo scambiano prima di tutto per il messia profeta che si attendeva, un messia che avrebbe deposto, ben presto, il vestito di profeta per indossare quello di re. Gesù non vuole questi segni e queste reazioni ai segni. Quando la gente vuole approfittare dei suoi miracoli per impadronirsi di lui, fugge; quando vogliono manipolarlo e servirsene per i propri fini, Gesù diventa inafferrabile, non vuole che lo facciano re. E si ritira tutto solo nel silenzio.

/ L’”Amen” che diciamo ricevendo il Corpo di Cristo(comunione), diventi il “sì” e l’”amen” della vita, della responsabilità, dell’amore verso chi ha fame, verso chi soffre; è una scelta che ci viene offerta di portare nel nostro mondo quotidiano, un messaggio concreto d’amore in opere e fatti. Diversamente la nostra comunione non è l’incontro col Cristo del Vangelo, ma con un Cristo fatto su misura per il nostro sentimentalismo e il nostro egoismo, e perciò una comunione falsa e ipocrita!. L’Eucaristia è la sicurezza che Dio ci ama, è un Dio con noi che si dona e che ci esorta e ci spinge a donarci pure noi agli altri, perché attraverso la nostra condivisione e solidarietà, Egli continui a moltiplicarsi sempre nel mondo.

/ Allora viviamo la nostra Eucaristia in tutta la verità dei suoi segni: offerta, consacrazione, frazione del pane, gesto di pace, comunione, e aprendoci a tutti quei fratelli che, fuori di qui, aspettano da noi i “frammenti” avanzati.

“Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. Mc. 5,21-43

La Parola di Dio oggi ci conduce a riflettere sulla vita e sulla speranza di una vita senza fine.

La vita è la realtà in cui siamo immersi, noi e coloro che amiamo, tanto più sorprendente in quanto urta, nella sua fragilità, contro la malattia, e alla fine contro il limite ineluttabile della morte.

La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono”.

Il cuore, sorretto dalla Parola di Dio, ci dice: “Vita”!, ma l’esperienza risponde: “Morte”!

/ Il brano evangelico è una marcia trionfale verso la vita! Il miracolo ascoltato domenica scorsa, operato da Gesù col dominare la burrasca scatenata sul lago di Genezaret, dimostrava la potenza del Signore sulle forze della natura. I due prodigi intrecciati, nel Vangelo di oggi, raccontati da Marco, presentano Gesù capace di guarire dalla malattia e dalla morte: ci offrono un modello di fede semplice e fiduciosa. Sono miracoli distinti e ciascuno costituisce un fatto a sé, ma qualcosa li unisce: Gesù è il Signore della vita.

/ Un racconto è quello della guarigione dell’emorroissa: una donna che soffriva da dodici anni di perdite di sangue(emorragia) “e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando” . Luca, medico, in questo stesso passo di Marco, prende le difese dell’onore e della classe dei medici, dando con eleganza una differente intonazione! Questa inferma, dunque, era disperata perché sentiva la vita sfuggire a poco a poco, con la perdita del suo sangue. Fu guarita da Gesù per la sua fede.

/ Il secondo racconto riguarda una ragazza, o meglio una bambina, la figlia di Giairo, che il padre vede morire a dodici anni e che Gesù fa ritornare in vita da quella che essi chiamavano “morte” e che invece Gesù chiamava “sonno”.

Il messaggio centrale è mostrare quale è la fede che vince la morte: è la fede in Cristo che salva.

I due episodi sono tra loro legati dalle parole: ”toccare”, “credere”, “salvare”.

“Toccare”. Ci sono due modi di “toccare” Gesù: c’è un toccare particolare, quello della fede, che fa sprigionare la potenza di Cristo ed è capace di “salvare”, contrapposto al toccare della folla che lo opprime. Perciò c’è un toccare che deriva dalla fede che salva, e l’altro toccare, quello senza fede, che solo opprime. E’ importante il toccare Gesù con la fede della donna guarita e quella di Giairo.

/ Allora che cosa significano la guarigione della donna inferma e la risurrezione della figlia di Giairo? Significano che Dio, in Gesù Cristo, ha ripreso in mano le sorti dell’uomo, che ha ripreso a manifestarsi per quello che è in realtà, cioè il Dio dei viventi e non dei morti, che fa trionfare la vita e che preserva l’esistenza delle sue creature. Tutto questo Egli fa non eliminando la malattia e la morte, ma riscattandoli. Ci sarà la vita e la vita eterna!

Paolo esclama: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la morte? Ma noi di tutte queste cose saremo più che vincitori(Rom.8,35ss).

/ S. Pietro Crisologo dice: “La donna toccò il mantello di Gesù e fu guarita, fu liberata dal suo male. Noi invece tocchiamo e riceviamo ogni giorno il Corpo del Signore, ma le nostre ferite non guariscono. Se siamo deboli, non dobbiamo attribuirlo al Cristo, ma alla nostra mancanza di fede”.

/ A Giairo, Gesù gli disse: “Non temere, continua solo ad aver fede!”. Che cosa significa aver fede? Significa tendere il braccio e afferrare, al di là del tumulto dei nostri sentimenti, la mano di Dio. Una mano che ormai sappiamo essere sempre tesa verso di noi”(A.M. Besnard).

“Salvare”. Il verbo “salvare” ritorna tre volte nel brano evangelico e rivela Gesù come il “Salvatore”. Salvezza e vita sono interdipendenti: la prima si verifica realizzando la seconda: non c’è salvezza senza vita. Gesù è il “Salvatore” ed esprime questa sua qualità, col guarire dalla malattia e liberando dalla morte, come vittoria sulla morte. La salvezza di Gesù implica una vita totalmente nuova, che non conosce più la morte. Una volta che il Figlio di Dio fatto uomo, si è scontrato con la morte, essa si è svuotata della sua terribile realtà. Per chi crede nel Signore, la morte non è altro che un “sonno” da cui bisogna svegliarsi. La morte è sì tremenda e terribile, perché è il prezzo del peccato, ma è pure la “porta aperta” sui cieli nuovi e sulla terra nuova, che ci permette di gettarci nelle braccia del Padre, e ci fa esclamare con s. Paolo: “Desidero che questo mio corpo sia disciolto e possa incontrarsi con Cristo”.

Gesù celebra il trionfo della vita sulla morte, che Egli è venuto a portare nel mondo.

/ S. Francesco d’Assisi così saluta da lontano la sua morte, chiamandola “sorella morte”:

”Laudato sii, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente po’ skappare…guai a quelli che morranno ne le peccata mortali”.

/ Notiamo un particolare: la donna guarita soffriva da 12 anni, così pure la fanciulla morta aveva 12 anni. Se il numero 12 ha un significato particolare( = totalità del tempo: 12 mesi dell’anno), simbolicamente si potrebbe vedere nella donna che soffriva da 12 anni, l’umanità che in tutto il suo tempo è afflitta dal male; e nella fanciulla morta a 12 anni, tutta l’umanità che muore nel fiore della sua speranza.

/ Oggi siamo chiamati a rinnovare la nostra fede in Gesù Signore della vita e della morte; in Gesù che salva, perché Lui è la salvezza. Gesù è la sorgente della guarigione ed anche la sorgente della vita. Gesù reca la salvezza, ma l’uomo la fa sua solo se ha la fede, perché soltanto questa permette all’uomo di incontrarsi con la potenza salvifica di Gesù. Spesso la fede dorme in ciascuno di noi, e bisogna regolarmente svegliarla, farla alzare, metterla in cammino, per condurla dalla notte più buia ad un’alba di Pasqua.

“Il seme nella terra, dormi o vegli, di notte o di giorno, germoglia e cresce..,”  Mc.4, 26-34

I due brani di Ezechiele e di Marco sono tra loro strettamente legati sia per le immagini che adoperano(quella della crescita, della pianta e del seme), come per il tema dottrinale(crescita miracolosa del Regno di Dio e sua estensione senza limiti).

/ Secondo Marco, all’inizio del suo ministero in Galilea, Gesù parla in parabole alla gente.

La parabola è un genere letterario caro agli orientali. Si tratta di una similitudine o di un paragone concreto, tratto dalla vita vissuta. Essa permette di fissare un insegnamento in immagini vive che si imprimono negli occhi, nella fantasia, nella memoria, assolvendo, in qualche modo, il compito che ha per noi oggi, il tramite della scrittura e dell’illustrazione.

Ci sono due modi fondamentali di leggere le parabole di Gesù: uno “storico” e uno “spirituale”.

La lettura “storica” consiste nell’interpretare la parabola in riferimento alla situazione immediata in cui Gesù l’ha pronunciata. La lettura “spiritualeattualizza quella storica, facendo sì che l’appello alla decisione, contenuto nella parabola, risuoni vivo e attuale, oggi e qui, per la Chiesa e per il singolo credente.

/ Pertanto, cosa voleva comunicare Gesù ai suoi ascoltatori di allora? Le due parabole ascoltate oggi hanno uno sfondo comune: un campo, un seme e dei seminatori.

Gesù non definisce mai il Regno; si limita a dire: “il Regno di Dio è come…è simile a…A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio?…”. I segreti del Regno sono conosciuti da chi vive con Gesù, da chi diventa “piccolo”. È importante quel “come”.

/ Nella prima parabola, il seme che spunta da solo, è chiamata la “firma di Marco”, l’accento è sulla crescita miracolosa del seme; una volta gettato in terra, esso sprigiona da sé una forza inarrestabile, di fronte alla quale l’agricoltore non può far altro che guardare e rimanere stupito. Bisogna aver fiducia, perché il seme seminato, va avanti da solo, non siamo noi a farlo crescere. Quando il chicco è sotto terra, l’uomo non c’entra più. Aspetta. Cosa fa la donna nei nove mesi di gravidanza per far crescere il suo bambino? Niente. Si dice appunto che “aspetta”. C’è una forza misteriosa, autonoma, libera, non condizionata da nessuno, che opera nel “silenzio”. Nel silenzio, perché le cose grandi avvengono nel nascondimento, secondo lo stile di Dio. Perciò il Regno di Dio fruttifica silenziosamente, mentre noi non ce ne accorgiamo, e darà frutto a suo tempo. Basta pensare all’evento più sconvolgente della storia: l’Incarnazione del Verbo!

/ Nella seconda parabola, il granellino di senape, l’accento è sulla sproporzione tra l’inizio del processo(un piccolissimo seme di senape) e il suo risultato finale(una pianta che può accogliere alla sua ombra gli uccelli del cielo): il contrasto tra il “piccolo” e il “grande” fa emergere l’opera di Dio. I tempi lunghi di Dio e l’impazienza dell’uomo. Il Dio che assicura il processo di crescita del seme gettato nel campo, è lo stesso Dio che assicura la salvezza dell’uomo. Il Regno di Dio non è un’armata, il Messia non è il trionfatore. Il Regno di Dio è il più piccolo di tutti i semi; è nella terra che la sua forza esplode!.

/ Ora per comprendere meglio la parabola del seme che cresce nascostamente, dobbiamo riportarci al tempo di Gesù. Allora la tecnica moderna di incrementare la crescita e la produzione attraverso mezzi chimici e meccanici, era del tutto sconosciuta. Quasi tutto era lasciato alla fertilità del suolo, il quale spontaneamente produceva la pianticella e il frutto.

Gesù vuol dare una risposta alle idee e alle aspettative messianiche degli ebrei del suo tempo, correggendo le varie attese viste in chiave politica e affermando solennemente che il Regno è opera di Dio e non degli uomini. Dio nella sua libera e piena iniziativa, mette in risalto l’inadeguatezza e l’assoluta irrilevanza degli strumenti umani per realizzare il suo Regno. Tutto è libera, piena e gratuita iniziativa di Dio nell’avvento del suo Regno. Nonostante la sua apparente passività, Dio è all’opera nel mondo; il suo Regno di salvezza conoscerà un’espansione prodigiosa, del tutto sproporzionata alla modestia degli inizi. Ma la condizione di questa crescita è la morte di Gesù, chicco di frumento gettato nella terra per portare molto frutto: la Chiesa non deve mai dimenticarlo!.

/ Inoltre, con queste due parabole, Gesù parla anche alla Chiesa del nostro tempo, essa pure è soggetta al pessimismo e all’impazienza di non vedere ancora realizzato il Regno di Dio, e la Parola del Signore sembra a volte destinata all’insuccesso!. Ma non si deve dimenticare che è su questo terreno del nostro mondo e dell’uomo del nostro tempo, che il Signore ha seminato la sua Parola come seme e ha promesso il successo.

/ Infine, con questa similitudine, viene colpita una certa immagine di Chiesa in cui prevalgono molte esteriorità. Al posto di queste concezioni, la Parola di Dio suggerisce l’immagine di una Chiesa povera, che non annuncia se stessa, che non cerca se stessa, che si distacca da ogni ricchezza e si libera da ogni alleanza o compromessi con le potenze della terra(denaro, politica, potere, cultura..), perché sa che il Regno non dipende da queste cose. Dio si serve di ben altri strumenti.

In questo contesto di povertà e disponibilità, il Vangelo suggerisce la pazienza e l’umiltà. Il Regno di Dio non ha altro spazio e tempo che Gesù. E’ Lui il Regno di Dio. E’ stato “gettato come un seme sulla terra” ed è diventato grande e si è costituito un regno di molti, senza più limiti di spazio e di tempo. Esiste un futuro e una stagione di frutti che Dio solo conosce, nonostante che tutto sembra andare alla deriva. Il futuro è il “tempo di Dio”, tempo nel quale tutto ciò che Dio ha seminato nel cuore dell’uomo porterà frutto.

/ Perciò le due parabole del brano evangelico sono un invito a leggere tra le righe della nostra storia e del nostro tempo, non con le lenti del pessimismo e dell’impazienza, ma con l’ottimismo di Dio e con la speranza del suo futuro. Il “piccolo seme” della Parola del Signore e il “piccolo granello” dei valori che contano, hanno un futuro sorprendente; quanto più a noi sembrano piccoli, tanto più Dio li renderà grandi e capaci di frutto.

/ Pertanto ognuno di noi si dia da fare, con la propria vita e testimonianza cristiana, di dare “ragione della speranza”.

/ Ora il chicco di grano caduto in terra e risorto come chicco pieno nella spiga, viene a noi sotto forma di Pane eucaristico. Il seminatore si fa seme e continua in noi il prodigio del Regno!

 

 

Prendete, questo è il mio corpo…Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti”. Mc.14,12-16.22-26

La solennità odierna del SS. Corpo e Sangue di Cristo, è sorta nel secolo XII per un intimo bisogno del popolo cristiano, di manifestare esternamente e pubblicamente l’omaggio di adorazione a Cristo presente nell’Eucaristia, sotto i segni del pane e del vino consacrati. In questo modo l’Eucaristia veniva concepita quasi esclusivamente come il “Sacramento della presenza reale di Cristo”, in corpo, sangue, anima e divinità. Con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, questa solennità presenta il mistero dell’Eucaristia in una visione più ampia e più completa, cioè come il “rito memoriale della Pasqua del Signore”. Il “rito” ha la struttura di un banchetto che riproduce la Cena del Signore, e il “memoriale” è legato alla memoria della morte e della risurrezione del Signore dell’unico mistero pasquale di Cristo. Da non dimenticare che questo rito memoriale della Pasqua del Signore, è un “convito sacrificale” che si realizza partecipando alla S. Messa e “mangiando e bevendo al Corpo e al Sangue del Signore”.

/ La festa dell’Eucaristia non è una festa “facile”. Ce ne accorgiamo dalla reazione che ebbero i Giudei al discorso di Gesù sul “pane della vita”: “Come può costui darci la sua carne da mangiare”?(Gv.6,52), dissero, e poi: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo”?(Gv.6,60).

E quando poi molti discepoli si allontanarono, Gesù disse ai dodici: “Forse anche voi volete andarvene”?(Gv.6,67).

/ L’Eucaristia è un sacramento il cui significato sta al di là di quello che scorgono i nostri occhi.

Per raggiungere la profondità del suo mistero, bisogna partire da ciò che si vede, per arrivare a ciò che si crede ed entrare in comunione con ciò che è.

Ciò che si vede. Si vede il pane e il vino, realtà umane che il Cristo prende e dà agli uomini da mangiare e da bere. E’ anche realtà biblica: il pane dell’Esodo mangiato in fretta: il vino che evoca il banchetto del Regno. Senza il duplice movimento del dare e del ricevere, non ci sarebbe alleanza tra il Cristo e noi.

Ciò che si crede. E’ il sacrificio che Gesù ha prefigurato nella Cena. Sotto il segno del pane e del vino eucaristici, Gesù, Parola efficace di Dio, dona la propria vita agli uomini perché dalla sua Pasqua essi ricevano ogni grazia e ogni bene. Anche quando dividono tra loro il pane di ogni giorno, i cristiani dovrebbero intuire la presenza del Cristo che si dona, presenza che sull’altare si fa sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.

Ciò che è. Chiamati all’amore universale, noi facciamo corpo col Cristo vivente e presente negli uomini, sperimentando l’unità dei due comandamenti e il legame tra la fede e la vita.

Dalla prima comunione fino all’ultima, questo desiderio deve accompagnare il nostro cammino di pellegrini, legati al passato, ma tesi verso il futuro della comunione con Dio, come frutto del sacrificio della nuova alleanza di Cristo.

Prima lettura: Il rito del sangue dell’Alleanza antica(Es.24,3-8).

Il rito dell’alleanza sinaitica è presentato come un sacrificio e una specie di giuramento imprecatorio: in caso di rottura del patto, il sangue del colpevole sarà versato come si è sparso il sangue degli animali uccisi. Inoltre, versando lo stesso sangue sull’altare,( simbolo di Dio), e sulle dodici pietre,(simbolo delle dodici tribù), Mosè rivela che, grazie all’alleanza, un solo sangue scorre nelle vene dell’ebreo e in quelle di Dio.

Si intendeva così, creare una specie di consanguineità tra i contraenti: e c’era la pena di morte a chi non osservava i comandamenti, perchè si rompeva la consanguineità!

Ecco in che modo Dio si è impegnato con noi, in un patto di sangue che lo portò a dare la vita di suo Figlio per riscattarci. Gesù ci dà così la prova della sua fedeltà con tale contratto d'amore.

Seconda lettura: Il sangue dell’Alleanza nuova(Ebr.9,11-15).

Cristo è Mediatore della nuova Alleanza, fondata sul suo Sangue. Cristo è Sacerdote e Vittima nello stesso tempo: il suo sacrificio è unico, efficace, eterno; da solo compie, “una volta per sempre”, tutto ciò che ogni altro sacrificio umano non ha la forza di compiere.

3. Vangelo. Sangue dell’Alleanza, “versato per molti”(Mc.14,12-16.22-26).

Marco colloca l’ultima Cena di Gesù, nella cornice della pasqua giudaica. I gesti sono carichi di significato: il pane spezzato, il “Suo” calice del vino distribuito perché vi bevessero. E’ l’anticipazione della Croce, della morte di Gesù e del dono d’amore che essa racchiude. Nel pane e nel vino è presente Cristo ma come presenza di una vita di dono, che bisogna mangiare e bere.

/ Non si può celebrare la solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo senza avvertire le implicanze che derivano da essa. Nelle nostre parrocchie si conserva la validissima tradizione della processione eucaristica per le strade e le piazze del paese. E’ la comunità cristiana, edificata dall’Eucaristia, che si muove dal tempio al tempo, dall’altare alle case delle persone. Mostrarsi credenti nell’Eucaristia e non esservi coerenti, equivale a rinnegare la propria professione di fede. Oggi in processione non si porta la statua di un santo, ma il Corpo di Gesù Cristo, vivo e sacramentalmente presente nell’Ostia consacrata. Lui cammina nel nostro territorio: lo stesso Gesù della Terra santa.

Va ribadito a scanso di ogni devozionismo! Questa processione è superiore ad ogni altra. Ecco perché deve essere la più partecipata dal popolo di Dio. Purtroppo le tradizionali feste religiose, cosiddette “popolari”, surclassano quasi sempre questa “unica” e “prima” manifestazione religiosa cattolica! Il livellamento tra le celebrazioni eucaristiche e tutte le altre(pur legittime), non è un bel segno della nostra fede!...

/ Il nome “Eucaristia”, vuol dire “ringraziamento”. E Cristo ha dato inizio al banchetto dell’ultima Cena, ringraziando Dio, innalzando al Padre il “grazie” che gli uomini troppe volte dimenticano di dire, per i benefici della redenzione.

Cerchiamo di dire il nostro “grazie” a Cristo per il totale dono di sé, in corpo e sangue, come cibo e bevanda. Il miglior modo di dire “grazie” è la S. Messa: partecipare al suo banchetto e mangiare alla sua tavola, nutrendoci di Lui per avere la sua vita.

// M. Magrassi: “C’è un movimento che va dalla vita ai sacramenti e dai sacramenti alla vita; dall’incontro con Dio a quello con i fratelli. L’atto liturgico non è solo un punto di arrivo…

E’ soprattutto un punto di partenza. Dal sacramento si esce inviati agli uomini.

La “Messa è finita”, vuol dire, ”andate e comunicate agli altri il dono ricevuto. Gridate sui tetti la bella notizia che Dio ci ama e ci salva”. Si va ai fratelli con la carica che viene dall’aver sperimentato l’amore del Cristo che si dona. L’esistenza rimane segnata da quel dono.

L’autore della Didachè, scriveva: “Se condividiamo il pane celeste, come non condivideremo il pane terreno?”. ”C’è vera evangelizzazione quando un mendicante affamato indica ad un altro, dove tutti e due possono trovare da mangiare”(Assemblea ecumenica di Nairobi).

/ Diversamente, che segni di coerenza avrebbero, le preghiere e i gesti condivisi durante la s. Messa, come: il Padre nostro, il segno di pace, la frazione del pane, la comunione?

Gesù nella Messa, perdona(liturgia penitenziale), dona(offertorio) e si dona(comunione).

/ A Messa ci andiamo per capire che: “Tu ed io siamo una cosa sola. Non posso farti del male senza ferirmi”(Gandhi). A Messa ci andiamo perché “L’amore lo si può conservare solo se lo si dona e lo si dona perfettamente solo se lo si riceve”(T. Merton).

Dobbiamo costruire un ponte tra l’Eucaristia e la vita.

“Ammaestrate tutte le nazioni,battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Mt. 28,16-20

Dopo la Domenica di Pentecoste, la Chiesa celebra la festa della SS. Trinità. E’ la festa dello stupore, dello “stordimento”, davanti al mistero di Dio-Comunità di amore, che ci “perseguita” con il suo amore e si rivela come il “Dio-con-noi”. Il suo sogno è avere intimità nuziale con il suo popolo e con ciascuna persona umana. Il mistero della Redenzione è tutto opera della SS. Trinità: cioè del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

/ Questo è il mistero più alto della nostra fede, la fonte di tutto e a cui tutto deve tornare.

Tentare di spiegare questo mistero è un’impresa difficile, come l’impresa disperata di quella del bambino che tenta di svuotare il mare portando l’acqua in una buca di sabbia sulla spiaggia, servendosi di una conchiglia! La fede cristiana è fede in un Dio unico in tre Persone. Il monoteismo trinitario è la più profonda delle novità religiose apportate dal cristianesimo, quella che lo distingue sia dalla fede ebraica(il Dio unico), sia da quella delle genti(più dèi). Da soli gli uomini non sarebbero giunti mai senza la rivelazione di Gesù Cristo, il testimone del Padre.

/ La preghiera della Chiesa è sempre invocazione rivolta al Padre per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo. Il Credo ha una struttura trinitaria; la celebrazione eucaristica, a sua volta, è tutta retta da un impianto trinitario. E che dire dei Sacramenti amministrati nel nome della SS. Trinità, e il segno di Croce che facciamo spesso?.

/ Il Vangelo di S. Giovanni presenta la salvezza in questi termini:

  1. Dio Padre ama il mondo,
  2. Egli manda, perciò, il Figlio unigenito perché il mondo si salvi,
  3. Al termine della sua opera, Cristo invia il Paraclito, lo Spirito di verità che condurrà la Chiesa a tutta la verità e a tutta la santità.

L’unità del piano salvifico riflette l’unità dei suoi realizzatori.

/ S. Gregorio Nazianzeno dice: “Nell’AT. si è rivelato chiaramente il “Padre” e ha cominciato a rivelarsi in maniera ancora velata e oscura, il Figlio. Nel NT. Si è rivelato chiaramente il “Figlio” e ha cominciato a farsi luce lo Spirito Santo. Adesso(nella Chiesa) lo “Spirito Santo” abita in mezzo a noi e si rivela apertamente”.

/ Dio è comunione d’amore, è amore. Ma l’amore è una realtà intersoggettiva e interpersonale: è circolazione di vita e suppone un io, un tu e un noi. “Ora in questa Trinità d’amore – dice

Agostinoil Padre è” l’amante”, il Figlio è” l’amato” e lo Spirito Santo è” l’amore”.

Perché Dio creerebbe il mondo e l’uomo, se non per continuare ed espandere al di fuori di sé un dialogo d’amore già esistente in se stesso? Nessuna vita nasce nel mondo se non perché esistono già due persone che si amano tra di loro: è il loro amore reciproco che suscita il desiderio di un figlio.

/ La SS. Trinità è un mistero d’amore:

A Natale, l’amore del Padre manda il suo Figlio nel mondo.

A Pasqua, l’amore del Figlio che riconcilia il mondo col Padre.

A Pentecoste, l’amore dello Spirito Santo, il Consolatore, che irrompe nella vita della Chiesa per la sua missione nel mondo.

Pertanto chiamare Dio, “Padre” e non avere figli, che razza di Padre sarebbe? Ma questo Dio-Padre non vuole essere un solitario, ma vuole entrare nella mia vita affinchè io pure entri nella comunione con Lui. Tutto questo si concretizza su questa terra nella SS.Eucaristia, ove Gesù Cristo diventa segno di questo legame d’amore. Di fronte a questo grande mistero e tanto sublime, non possiamo che prostrarci nell’adorazione piena di gratitudine a Dio che, nel suo amore, ci ha aperto la via per accedere alla sua gloria.

/ Il Vangelo di Matteo fa cominciare la storia dell’infanzia di Gesù con “l’Emanuele”, il Dio con noi(Mt.1,23) e finisce con “Io sono con voi tutti i giorni”. Allo stesso modo si può dire che fa cominciare il ministero pubblico con l’Epifania trinitaria del Battesimo di Gesù al Giordano, e finisce col mandato del Battesimo di tutte le nazioni, nel nome della SS. Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.

/ Dio non è un anziano solitario, ma è “famiglia”. Egli è modello di unità per tutti gli uomini, è modello di comunione tra le nazioni. Pertanto la famiglia di Dio è Trinità, è l’immagine perfetta, armonia, dialogo e amore. Quel Dio che noi adoriamo come cristiani, non è un Dio assente e lontano, che non si cura delle nostre gioie, sofferenze, problemi e ansietà. Egli è un Dio “con noi”, che sta al nostro fianco ogni giorno fino alla fine dei tempi, è sempre pronto ad intervenire e ad aiutarci nella vita di fede.

/ Ora in questa liturgia eucaristica, immergiamoci con gratitudine, adorazione e lode.

Tre Persone, ma un unico amore per noi. E questo amore si comunica ora a noi nell’Eucaristia.      

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