Il documento è frutto di due anni di lavoro in seno al Consiglio per le relazioni interreligiose e le nuove correnti religiose presieduto dal vescovo di Créteil, Michel Santier, e del quale fanno parte altri due vescovi - André Marceau (Perpignan-Elne) e Jean-Yves Riocreux (Pontoise) - e otto esperti della materia; fra essi suor Geneviève Comeau, teologa, padre Michel Fédou, gesuita e membro del Groupe des Dombes, Dennis Gira e don Pierre Massein, studiosi di religioni asiatiche, e padre Christophe Roucou, direttore del Servizio nazionale per le relazioni con l'islam, che, con monsignor Santier, ha fatto parte della delegazione francese al primo seminario del Forum cattolico-musulmano svoltosi dal 4 al 6 novembre a Roma.
In otto pagine, il dossier esplora fondamenti, obiettivi, frutti e condizioni del dialogo fra le religioni giungendo alla conclusione che, se tale cammino "è certamente difficile ed esigente", esso permette ai cristiani "di andare sempre più lontano per sondare la profondità del mistero di Cristo". Il fatto di dialogare rappresenta anche "l'annuncio di ciò che è al centro stesso della fede cristiana" ovvero "l'ascolto e l'atteggiamento positivo di un cristiano che si impegna nel dialogo proclamando il piano di Dio per tutti gli uomini, i quali non realizzano pienamente se stessi che nel dialogo, con i loro simili e con Dio". Ma non è sufficiente riconoscere le basi e gli scopi del dialogo interreligioso: occorre capire che esso implica un "modo di agire" e, ancor più, un "modo di essere".
La società francese - afferma monsignor Santier - è segnata da una profonda evoluzione nel suo orizzonte religioso. Attraverso le relazioni di vicinato, la scuola, il lavoro, la partecipazione alla vita associativa, come a livello delle più alte istanze politiche, "i cristiani sono portati a incontrare altri credenti, ebrei, musulmani, buddisti. Che lo vogliano o no - sottolinea il vescovo - essi vivono sempre più in situazioni allo stesso tempo interculturali e interreligiose. È una situazione di fatto". Per i cristiani il dialogo si fonda più specificatamente sulla rivelazione di Dio uno e trino. Per questo la Chiesa cattolica lo presenta come un'esigenza fondamentale per i fedeli e ne conferma oggi l'importanza, ogni giorno, attraverso il suo impegno. Il documento cita la Dignitatis humanae, Dichiarazione di Paolo vi sulla libertà religiosa, datata 7 dicembre 1965: essa ha il merito - scrive l'organismo presieduto da Santier - "di mostrare come il Nuovo Testamento inviti a sostenere, allo stesso tempo, la ricerca della verità e il rispetto dell'altro". Senza niente sacrificare della ricerca della verità, è importante mostrare come "l'attitudine al dialogo sia conforme alla manière d'être richiesta dal Vangelo". Ciò vale per ogni dialogo ma, in particolare, per quello interreligioso: "Esso fa certamente parte, in questo senso, della missione della Chiesa".
Almeno quattro, secondo il documento, le condizioni del dialogo. "Occorre innanzitutto precisare - si legge - che il dialogo, contrariamente a quanto si intende spesso attraverso questa parola, non significa da sé "intesa" o "accordo"". Esso permette di "conoscere meglio il punto di vista degli altri credenti e dà ai cristiani la possibilità di rendere testimonianza al Vangelo", assolutamente non per "imporre agli altri la propria posizione" ma semplicemente per "essere interlocutori leali riguardo la personale tradizione religiosa". Inoltre, precisano i vescovi, va detto che "non sono le religioni che dialogano fra loro ma i credenti". Una conseguenza di ciò è che "il dialogo deve essere incarnato": occorre cioè che "si abbia un incontro vero fra persone concrete, fra uomini e donne realmente rappresentativi della loro tradizione religiosa e della loro comunità". E affinché ci sia veramente un incontro è necessario che "ciascuno abbia il coraggio di dire ciò che crede essere vero, ma senza aggressività". Infine il dialogo richiede una giusta complementarità fra l'ascolto e la parola: "Ascoltare veramente - è scritto nel documento - implica un'attitudine interiore fatta di ricettività, interesse e rispetto. Accade invece che in certe riunioni accademiche si assista a monologhi successivi: nessuno ascolta veramente gli altri, poiché ognuno pensa soprattutto a ciò che sta per dire, in attesa del suo turno".
La sfida - sottolinea il dossier - "è di mantenere in tensione feconda un'identità religiosa riconosciuta e affermata, una referenza comunitaria non particolarista (all'opposto di un "comunitarismo stretto") e il riconoscimento dell'alterità, nel quadro della laicità. Si tratta di un'urgente questione sociale. La Chiesa può così promuovere atteggiamenti di rispetto e di accoglienza delle differenze, affatto avvertite come minacce ma riconosciute come un arricchimento reciproco". La Chiesa ha un ruolo privilegiato da giocare in questo processo, innanzitutto "sensibilizzando i cattolici alla ricchezza della loro tradizione secolare di rispetto e di ospitalità e formandoli all'arte e alla deontologia dell'incontro"; poi "incoraggiandoli a essere presenti ovunque si costruisce questo legame sociale plurale al di fuori del quale né l'Europa né il "villaggio globale" hanno possibilità di farcela in futuro senza scontri maggiori". È in questo senso che si può riconoscere "una reale dimensione civica all'impegno della Chiesa nell'incontro o nel dialogo interreligioso".
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