Una celebrazione che avrà una risonanza oltre i confini del Giappone, perché insieme ai sedici vescovi del Paese, su loro invito, concelebreranno anche sette vescovi dalla Corea, insieme a vescovi dalle Filippine e da Taiwan.
I 188 martiri sono una rappresentanza di quei cristiani che tra il 1603 e il 1639 con la loro vita gettarono le fondamenta di una radicata comunità cristiana in tutto il Giappone. Il vescovo Osamu Mizobe, presidente della commissione dei vescovi giapponesi che ha preparato la beatificazione, ricorda, infatti, che sono oltre cinquemila le persone di cui si conosce il nome e le modalità del martirio, su un totale di circa ventimila persone che persero la vita nelle persecuzioni anticristiane. Un frutto maturato in pochi anni, se si pensa che il primo missionario a mettere piede nel Sol Levante era stato appena cinquanta anni prima, il gesuita san Francesco Saverio. E non a caso, tra i martiri di domani ci sono quattro gesuiti, insieme anche ad un agostiniano, a testimonianza di un impegno apostolico che vede ancora oggi la Compagnia di Gesù ben radicata nella società e nella cultura giapponese. Quello che colpisce nella biografia di questi martiri, non è tanto l’efferatezza delle torture cui vennero sottoposti uomini, donne e bambini, ma è la radicalità della loro fede, il fortissimo legame comunitario che univa gente comune con esponenti della nobiltà, molti appartenevano alla rispettata classe dei samurai. Anch’essi, per rimanere fedeli al Vangelo ed al suo messaggio di amore, accettarono la morte inermi, spesso con le loro famiglie.
Per questo, la Chiesa cattolica del Giappone, guarda a loro come compagni di fede per il futuro, come spiega l’arcivescovo di Nagasaki, mons. Joseph Mitsuaki Takami, intervistato da Davide Dionisi:
R. – Potrebbe essere un punto di partenza, ripartenza, per l’evangelizzazione e per rinnovare la nostra coscienza, forse, come cristiani. Ci hanno dato un grande messaggio: la fede, l’atteggiamento verso gli altri, la pace, la libertà di religione.
D. – Come viene vista dalle altre comunità religiose civili la beatificazione di martiri cristiani?
R. – Adesso sono molto interessati a sapere; questa beatificazione può essere anche un’occasione per noi, per la Chiesa del Giappone, di far sapere a loro questa nostra fede, il nostro messaggio che abbiamo per la società giapponese. Possiamo far sapere agli altri giapponesi che ci sono valori non mondani ma eterni, che i martiri hanno potuto per questo offrire le loro vite. Nella società giapponese, come nelle altre società, c’è tanta gente che vive un po’ troppo egoisticamente.
D. – Possiamo dire che pure nella drammaticità di quegli eventi, la loro testimonianza è un patrimonio che arricchisce il Paese?
R – Non è solo questa beatificazione che può fare questo, ma tutti noi cristiani giapponesi dobbiamo fare più sforzi per arricchire il nostro Paese, portando il nostro patrimonio cristiano, dando la nostra testimonianza. Dobbiamo continuare, sempre.
Concorda il vescovo di Takamatsu, mons. Osamu Mizobe, presidente della Commissione dei vescovi giapponesi per la beatificazione dei 188 martiri, raggiunto telefonicamente da Pietro Cocco:
R. – Questi martiri danno una lezione: vivere con la fede, vivere con personalità, e morire; dunque, da una parte, dare un messaggio alla società giapponese di oggi, dall’altra parte, alla Chiesa cattolica. Questa potrebbe essere l’occasione di un rinnovamento spirituale della Chiesa giapponese.
D. – Come viene vista dalle altre comunità religiose e civili in Giappone questa beatificazione?
R. – In genere, molto favorevole.
D. – Ma a cosa fu dovuto questo periodo così doloroso e drammatico della Chiesa cattolica in Giappone?
R. – Il problema principale della persecuzione è questo: la religione cristiana ha insistito nell’affermare che Dio è l’unico creatore, e lo Stato giapponese non ammetteva questo.
D. – Mons. Mizobe, la beatificazione riguarda 188 persone; c’è padre Kibe, un padre gesuita, con altri tre confratelli, un padre agostiniano; gli altri sono tutti quanti laici…
R. – Nello scegliere questi martiri, noi ci siamo basati su quattro criteri. Il primo è questo: per i giapponesi, per la vita cattolica del Giappone. Il secondo è: fino ad adesso tutti questi santi beati sono stati uomini, allora questa volta abbiamo preso in considerazione le donne, i bambini. Il terzo è: 400 anni fa la Chiesa cattolica si è espansa per tutto il Giappone, allora abbiamo preferito scegliere quasi tutte le diocesi. Poi, il quarto criterio è che sono quattro sacerdoti, che sono ben noti, conosciuti, però ci sono tanti altri sacerdoti martiri.
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