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Il 22 gennaio 2007 moriva, alla veneranda età di 95 anni, Henri Antoine Grouès, meglio conosciuto come l’abbé Pierre, fondatore del movimento internazionale Emmaus per la condivisione e il riscatto sociale degli ultimi, una realtà ormai diffusa anche in diversi contesti di missione come l’Africa centrale e l’America latina.
Per l’occasione Emmaus International ha pubblicato un libro fotografico da cui MissiOnLine.org offre ai suoi lettori ampi stralci di una riflessione inedita dell’abbé Pierre dedicata ai diritti umani e al loro ancoraggio teologico.
Quale «parola» è più spesso evocata, nei nostri temi -che si ama molto nominare (ma per dire cosa? «moderni», sebbene non vi sia niente di più futile e vano che le «mode» - insomma, quale termine viene più spesso richiamato della parola «diritto», e più ancora «diritti dell’uomo»?
E senza dubbio chiunque, se è sincero, quando ne parla e lotta per il rispetto di questi «diritti», percepisce che egli sta evocando un valore che ha un carattere molto raro, tanto che definiamo «assoluto».
Ma chiunque lotta (fino a arrivare a rischiare di soffrire la persecuzione per questo motivo) per il rispetto di questo valore assoluto, non percepisce molto in fretta che il vero problema non è definire, numerare, migliorare l’elenco e la dichiarazione di questi «diritti», bensì trovare e riuscire a fare in modo che questi diritti prendano poggino veramente su qualcosa per cui vi sia la reale possibilità che essi vengano rispettati?
Tutti i nostri sforzi non possono ottenere altro se non – vedi la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, redatta da una commissione di cui facevo parte – la vaga allusione alla «comunità» di cui il servizio può rendere «possibile» il «libero e pieno sviluppo della personalità» di ciascuno.
Come stupirsi che, non osando parlare dell’amore, gli uomini non vedano i loro «diritti» restare frasi campate in aria, portate dal vento qui e là?
In realtà non ci sarà mai vero rispetto di nessuna Dichiarazione dei diritti dell’uomo fino a che, in qualche maniera, non sia riconosciuto, insegnato, messo in risalto il «perché l’uomo c’è», ovvero la sua finalità, posta sulle sue spalle (e in questo egli è unico, totalmente, tra tutti gli esseri che possiamo vedere), qualcosa che viene caricato su di lui per il fatto che egli possiede la libertà, ovvero la libera responsabilità d’essere capace e idoneo a usare questa corta durata che gli viene offerta nel tempo per imparare a Amare per sempre al di là del tempo.
L’Amore significa: «Quando tu soffri, tu, l’altro, chiunque tu sia, dove tu sia, io soffro e tutte le mie energie si sollevano per guarirci insieme del tuo male diventato il mio, per mettere la mia gioia nella tua e la tua nella mia».
Non esiste una sorgente di pace, ovvero di salvaguardia dei «diritti», se non qui. E qui, ne sono certo, si trova l’Incontro con l’Infinito della Tenerezza divina, verso la quale il cuore dell’uomo ha una fame e sete fortissima.
(a cura di Lorenzo Fazzini) |