|
Misteriose esplosioni in basi missilistiche e centri nucleari iraniane, forse frutto di sabotaggi, accuse di tentativi di assassinio di diplomatici sauditi negli Stati Uniti ed ora la crisi diplomatica con la Gran Bretagna per via dell’assalto all’Ambasciata inglese a Teheran, a seguito del rafforzamento delle sanzioni economiche occidentali contro il regime islamico.
L’Iran appare dunque sempre più nel mirino. Questa rinnovata tensione tra l’occidente e Tehran è stata preceduta ed accompagnata da voci insistenti su un presunto piano di attacco israeliano al programma nucleare iraniano.
Ma quanto è credibile questo attacco e soprattutto le minacce israeliane hanno giocato un ruolo nell’attuale crisi diplomatica tra USA e gli stati europei e l’Iran? Diciamo subito che mai un attacco militare è stato così pubblicizzato come il presunto (e più volte annunciato) raid israeliano contro le strutture nucleari iraniane.
La stampa israeliana da giorni inonda il mondo di notizie sul dibattito in corso all’interno degli alti vertici politici e militari israeliani sull’opportunità o meno di colpire l’Iran. Secondo quanto riferito dalla stampa locale i più convinti assertori dell’opzione militare per fermare il programma nucleare di Tehran sono il Premier Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Ehud Barak, il primo mosso dal fervore ideologico (sembra alimentato dal padre centenario) e il secondo da una linea più pragmatica, ma pur sempre all’insegna di mettere al primo posto la sicurezza di Israele.
I vertici militari sarebbero invece contrari, viste le enormi difficoltà operative poste dall’attaccare un Paese non confinante ed esteso come l’Iran, e viste la capacità di ritorsione diretta e indiretta (tramite gli alleati siriani, gli Hezbollah libanesi e i palestinesi di Hamas) di Tehran.
In questa ridda di voci però il noto pacifista israeliano Uri Avneri afferma perentorio: “Israele non attaccherà l’Iran, è certo”. Il perché è presto detto. Dopo il 1956 (operazione Suez, non concordata con Washington, ma con Londra e Parigi) Tel Aviv non ha mai intrapreso un’importante operazione militare senza prima ottenere luce verde dagli Usa, suo sponsor politico, finanziario e militare. Ora non sembra che l’Amministrazione Obama sia al momento intenzionato ad attaccare l’Iran.
E poi non si è mai visto un attacco militare preannunciato sulla stampa in questa maniera, a meno che non vi sia un ultimatum in scadenza (vedi la guerra del Golfo 1991). Quando l’aviazione israeliana ha distrutto i reattori nucleari di Iraq (nel 1981) e Siria (nel 2007) lo ha fatto nella sorpresa generale di tutti, anche degli Stati Uniti, che fecero finta di cadere dalle nuvole (nel caso iracheno sembra in effetti che solo una parte dell’amministrazione ne fosse al corrente. Reagan se la presa a male, ma poi tutto rientrò come prima).
Sul piano militare, l’aviazione israeliana potrebbe colpire l’Iran una volta che gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Iraq, sorvolando i cieli iracheni, non più difesi dall’USAF (paradossalmente l’Iran aveva imposto al governo di Baghdad di chiedere agli americani di imporre una no flight zone sull’Iraq agli aerei militari stranieri).
Ma anche sfruttando la via più diretta, gli aerei israeliani dovrebbe colpire diversi obiettivi (e non uno solo come nel caso iracheno e siriano), alcuni collocati in siti sotterranei e protetti, sparsi su un territorio molto esteso. Anche impiegando le speciali bombe a penetrazione fornite dagli Usa, l’aviazione israeliana dovrebbe sostenere un’azione prolungata di diversi giorni per potere infliggere seri danni alla struttura nucleare iraniana.
Uno scenario improbabile perché gli aerei israeliani dovrebbero pure far fronte alla difesa area iraniana (non sofisticatissima ma di certo migliore di quella libica) e alle ritorsioni di cui si è detto, finendo per essere impegnati su più fronti. Si può ipotizzare l’impiego dei missili Jerico dotati di testate convenzionali a penetrazione e di sistema di guida terminale come quello dei Peshing II americani schierati in Europa negli anni ’80.
Ma anche in questo caso i risultati non sarebbero garantiti. Diversi esperti concordano sul fatto che un attacco militare può al massimo rallentare di qualche anno, non distruggere il programma nucleare di Tehran. L’unico obiettivo di un attacco israeliano all’Iran è quello di fungere da detonatore per costringere (o fornire loro l’alibi) gli Stati Uniti a completare il lavoro avviato.
Solo le forze armate americane hanno infatti la potenza di fuoco necessaria per infliggere gravi perdite al potenziale militare e nucleare iraniano. Ma come detto questa opzione è improbabile, almeno per il momento. Quindi questo polverone politico-mediatico è volto a costringere gli Stati Uniti a rafforzare le pressioni su Tehran, con l’imposizione di sanzione sempre più stringenti (in particolare contro la Banca centrale iraniana).
Anche il presunto complotto iraniano per uccidere l’Ambasciatore saudita a Washington va visto in questa ottica. La pubblicazione l’8 novembre del rapporto dell’Agenzia atomica internazionale (IAEA) sul programma nucleare iraniano dovrebbe portare nuovi argomenti per imporre ulteriori sanzioni a Tehran. Non a caso la Francia fa da controcanto alle voci allarmiste, affermando che un attacco militare sarebbe una catastrofe e invocando invece nuove sanzioni.
Infine una nota sull’Europa. Non è sfuggito agli osservatori più attenti che le rivelazioni israeliane facevano il paio con quelle apparse sulla stampa britannica (in particolare The Guardian) sui preparativi delle forze armate di Londra per partecipare ad un presunto attacco americano a Teheran.
Sul piano militare inoltre il Capo di Stato Maggiore britannico ha visitato a fine ottobre Tel Aviv, seguito da una visita lampo di Barak a Londra. Nella seconda metà di ottobre aerei israeliani si sono addestrati in Sardegna con velivoli italiani e olandesi. Insomma l’Europa, dopo l’operazione libica, è sempre più coinvolta negli schemi per il controllo dell’area Medio Orientale estesa (comprendente buona parte dell’Africa e dell’Asia Centrale). |